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CINEMA

Steve Carell: "Commedia o dramma per me conta essere vero"

Il comico in un ruolo drammatico che lo ha portato alla notte degli Oscar candidato come miglior attore protagonista: "La nomination mi ha fatto piacere ma la competività è un sentimento pericoloso per un artista"

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Il comico Steve Carell (Quarant'anni vergine, Notte folle a Manhattan) si è guadagnato la prima candidatura all’Oscar grazie al naso posticcio e lo sguardo fisso dell’instabile miliardario John Dupont, la cui ossessione per la lotta libera — in Foxcather - Una storia americana di Bennett Miller — segna tragicamente la vita di due fratelli campioni. Il regista, appassionato di storie vere, dopo Capote e L'arte di vincere ha scelto di raccontare la vera storia di Mark e Dave Schultz (Channing Tatum e Mark Ruffalo), medaglie d'oro olimpiche nella lotta nel 1984, divisi da un miliardario mecenate, John Du Pont che, affetto da schizofrenia paranoide, trasformò il loro rapporto in tragedia.
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Nel film lei è quasi irriconoscibile.
"Lo so, è successo perfino a mia moglie. All’inizio si era preoccupata, è stato tosto per lei vedermi così. Anche se non volevo farne un’imitazione, Dupont, aveva un modo di parlare molto particolare, un accento specifico. Ho fatto molte ricerche su di lui, ho letto articoli, visto un documentario che lui stesso aveva commissionato e che si vede nel film. Soprattutto sono state utili le interviste integrali in cui veniva fuori un lato nascosto, non ufficiale di lui".
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Che idea si è fatto di Dupont?
"Non lo considero un mostro, ma un uomo che ha compiuto un atto terribile perché profondamente disturbato e infelice. Era schiacciato dalle responsabilità e mai apprezzato dalla madre, molto fredda. Lui le era legato, ma non aveva ricevuto affetto da lei, che gli preferiva gli amati cavalli. Così la lotta per lui è diventata importante anche per costruirsi un mondo suo. Cercava riconoscimenti, un modo per lasciare la sua impronta nel mondo. Si era appassionato di ornitologia, filatelia, pentathlon. E poi diventò il finanziatore, il salvatore della lotta libera americana. Era molto competitivo".
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Dalla commedia al dramma fosco. Com’è stato il passaggio?
"Il mio approccio al personaggio è lo stesso: capire chi è e cosa è importante per lui. Quel che cambia è il contesto, il tono. La verità della commedia, come nel dramma, è sempre nel momento: non recito pensando di essere divertente ma cerco di vivere la situazione, essere vero. Più che il ruolo stavolta era il progetto a spaventarmi. Non avevo mai fatto niente di simile. Bennett Miller è molto esigente, ma ti sostiene. Ha creato per me, Mark Ruffalo, Channing Tatum, un ambiente in cui fossimo liberi di provare e sbagliare senza preoccuparci di rovinare tutto".
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La sua prima candidatura all’Oscar.
"Mi ha fatto piacere. Ma la competività è un sentimento pericoloso per un artista. L’obiettivo di diventare una star o vincere premi non è utile, quel che serve è amare la recitazione e sposare progetti in cui credi davvero. Ed essere felice mentre li realizzi".

Nella vita vera chi sono i suoi idoli?
"Sono i miei genitori. Sono cresciuti nell’epoca della Depressione, sono stoici. Hanno saputo vivere tempi duri con grande dignità. Sì, sono loro il mio modello".