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Ettore Scola, dal Bif&st un monito ai giovani: "Datevi da fare, cambiate il paese con le idee"

Il regista 83enne, autore del capolavoro "Una giornata particolare", ha incontrato una platea di studenti al Festival del Cinema di Bari per raccontare il mestiere del cinema: "I giovani registi italiani sono all'altezza dei loro predecessori ma manca loro un orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo. Noi ce l'avevamo"
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"C'era un'alternativa. Il calzolaio. O il falegname, perché erano i due mestieri che mi affascinavano; da ragazzino frequentavo due botteghe e per una parte della mia vita pensavo che quello potesse essere il mio destino". Invece ha fatto il cinema, Ettore Scola, ed è qui a raccontarlo, al Festival del Film di Bari, in un teatro Petruzzelli pieno di giovani studenti e anche di un pubblico adulto, tutti reduci dalla visione di Una giornata particolare seguita dall'incontro con il regista. Scola, classe 1931, è anche il presidente del Bif&st e stasera, sempre sul palco del Petruzzelli, riceverà il Platinum Award. Prova a rispondere a una domanda complicata, "che cosa saremmo stati senza il cinema", fa un paragone con la letteratura: "Che cosa saremmo stati - dice Scola - se da Omero a Eco ci fosse stato un vuoto? Difficile immaginarlo, sarebbe un vuoto la stessa umanità. Il cinema, come la letteratura, è …
"C'era un'alternativa. Il calzolaio. O il falegname, perché erano i due mestieri che mi affascinavano; da ragazzino frequentavo due botteghe e per una parte della mia vita pensavo che quello potesse essere il mio destino". Invece ha fatto il cinema, Ettore Scola, ed è qui a raccontarlo, al Festival del Film di Bari, in un teatro Petruzzelli pieno di giovani studenti e anche di un pubblico adulto, tutti reduci dalla visione di Una giornata particolare seguita dall'incontro con il regista. Scola, classe 1931, è anche il presidente del Bif&st e stasera, sempre sul palco del Petruzzelli, riceverà il Platinum Award. Prova a rispondere a una domanda complicata, "che cosa saremmo stati senza il cinema", fa un paragone con la letteratura: "Che cosa saremmo stati - dice Scola - se da Omero a Eco ci fosse stato un vuoto? Difficile immaginarlo, sarebbe un vuoto la stessa umanità. Il cinema, come la letteratura, è un bene irrinunciabile e anche il film più staccato dalla realtà è un film che pone domande, su voi stessi, sul vostro comportamento. È questa la sua grande forza, rappresentare idee che il pubblico già ha in parte, o affiancare a esse altre idee, stimolare la capacità di giudizio. Il pubblico viene fertilizzato dalla lettura e dalla visione di un film".

Ma "parlare di cinema dopo un po' m'annoia", dice Scola, vuole parlare dei giovani e soprattutto con i giovani, "questo è un festival straordinario per la partecipazione dei giovani, difficile vedere in giro qualcuno della mia età e pensare che lo si fa con un investimento nove volte in meno rispetto al Festival di Roma. Qui, con nove volte in meno facciamo un festival, a Roma non c'è mai un festival con una tale partecipazione di pubblico". Parla ai giovani seduti in platea, quelli che "fra una proiezione e l'altra restano in zona, non vanno via, li vedi alla ricerca di un'osmosi, di un contagio cinematografico, non mollano l'osso". A loro Scola dice "siete l'unica speranza che ancora abbiamo, io non credo né a Tsipras né ai nostri perché nessuno ha presentato un progetto, un'idea". Torna sul concetto di "orizzonte": "Non ce n'è uno nuovo e quindi dovete trovarlo voi, fate qualcosa, altrimenti non si muove niente, vi troverete ad avere quarant'anni e poi cinquanta poi sessanta e sarete in una palude. Dovete darvi da fare - insiste Scola - lo dico ovunque e soprattutto qui proprio perché c'è questa grande prova di interesse da parte dei giovani".

E ai ragazzi - e sono molti in platea - che vorrebbero diventare registi, attori, sceneggiatori dice "pensate, sì, al cinema ma anche ad altro, diventate qualsiasi cosa ma cercate di portare la vostra personalità in quello che fate, metteteci il vostro entusiasmo e chissà che proprio da qui non possa partire una 'cosa che poi contagi il resto dell'Italia e cambi il paese. Un paese - continua il regista - si può cambiare, noi l'abbiamo cambiato, perfino dopo vent'anni di fascismo dal quale sembrava non si riuscisse a uscire. Nessuno oggi vi chiede di prendere il mitra e andare in montagna, in questo senso siete privilegiati, ma i vostri padri sono andati in montagna e hanno cambiato il paese. Non c'è bisogno di armi, c'è bisogno di idee".

Il racconto di Scola parte da lontano, le prime esperienze da "negro", termine con cui un tempo s'indicavano i giovani che facevano il loro ingresso nel cinema aiutando i grandi a scrivere soggetti, buttare giù idee, insomma fare tutto quel che poteva servire, ovviamente senza mai comparire. "È stato il momento del quale vado più fiero - dice Scola - mi sarei fatto il biglietto da visita, 'Ettore Scola, negro'". E quando andò con Metz e Marchesi a casa di Totò, gli lessero una battuta e lui rise, gli dissero "la battuta è di Scola", "per me quella risata valse più di un Oscar". Per la cronaca, la battuta era in Totò Tarzan ed era "io Tarzan, tu cita, lei bona". Ed è di Scola anche "la grande morìa delle vacche" di Totò, Peppino e la malafemmina diventata un tormentone.

Copiare è l'arte dei più grandi, dice Scola, "nessuno sarebbe esistito senza gli altri" spiega, raccontando di quando "avrebbe voluto essere Steno" e di come si sia ispirato al grande maestro della commedia italiana. "Era stato caporedattore al Marc'Aurelio, decideva su disegni e rubriche, faceva parte di quei modelli da seguire. Ai giovani che mi chiedono consigli dico che non ci sono consigli da dare, ci sono situazioni più o meno favorevoli. La mia generazione ha avuto la fortuna di avere dei modelli irripetibili. Uno era Steno ma poi il modello cambiava sempre, dicevo: 'Ah, potessi essere come Dino Risi, e poi: ah, potessi essere come Fellini... Poi uno non ci diventa mai'". Oggi i giovani, continua, non hanno modelli (squilla il cellulare, guarda il display, "è uno sconosciuto" dice, prima di rimetterselo in tasca), "c'era anche un contesto, un paese uscito da poco dalla guerra, dal fascismo, un paese che amavamo. Oggi come si fa ad amare l'Italia? Prima era, sì, piena di macerie, ma c'erano dei colpevoli precisi, adesso il colpevole è difficile da individuare e la realtà per i giovani non è così affascinante da interpretare. Perché devi 'sapere', non solo dove vuoi andare ma con chi te la devi prendere, come evitare di fare come i colpevoli delle macerie. Oggi ci sono le macerie non sai di chi è la colpa, ci sono responsabilità collettive, di tutti quelli che non hanno vigilato abbastanza, che non hanno interpretato il contesto che andava peggiorando. Siamo in un'Italia difficile da amare, come si fa a scrivere un libro, dirigere un film se non hai un obiettivo, qualcuno da prendere di mira?". "Dobbiamo risalire a Berlinguer per trovarne uno che ci soddisfa, lui che aveva individuato che la questione morale era la prima da affrontare e che riguardava gli italiani. La questione morale se n'è andata con lui e allora liberi tutti, tutti rubano, tutti impuniti".

I giovani registi italiani "sono sicuramente all'altezza dei loro predecessori - continua Scola - sanno sicuramente come andrebbe fatto un film ma manca loro un orizzonte oltre il quale spingere lo sguardo. Noi ce l'avevamo. Ognuno sapeva che nel suo piccolo, il calzolaio il falegname lo scrittore il giornalista, doveva partecipare. Da qui nascevano anche complicità, amicizie, non c'erano differenze né di età né di livello artistico". E ricorda serate con Fellini, Steno, Rossellini, "non perché me lo meritassi, di trascorrere del tempo con loro, ma perché c'era un lavoro comune".