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LOS ANGELES - Quaranta anni fa. Una lettera di John Lennon mai ricevuta avrebbe potuto cambiare la sua vita per sempre. Quando quella lettera finalmente arriva nelle mani di Danny Collins, l'ex rockstar interpretata da Al Pacino nell'omonimo film, è come un'esortazione a "ripulirsi", ora che è ormai nel pieno della terza età. Collins, grazie al giovane Lennon, decide di smetterla con le droghe, con gli eccessi di una vita spericolata e soprattutto decide di andare a conoscere il figlio che non aveva mai visto prima (l'attore Bobby Cannavale). Annette Bening è la manager del modesto Hilton Hotel nel New Jersey, dove Collins si stabilisce per ricominciare con la sua nuova vita abbandonando la sua mega villa di Beverly Hills e lasciandosi alle spalle la giovane - e tossica - donna che vive con lui per ritrovare se stesso, suo figlio, il talento e l'ispirazione perduti. Danny Collins è stato scritto e diretto da Don Fogelman, sceneggiatore di Last Vegas e Crazy, Stupid, Love qui al suo debutto alla regia. Un'idea nata da una piccola notizia che ha trovato online su un cantante britannico del folk, Steve Tilston, che con trentaquattro (con quaranta) anni di ritardo riceve una lettera piena di complimenti e consigli nientemeno che da John Lennon. Nel film, girato con un budget di soli nove milioni di dollari, il 75enne Al Pacino, che incontriamo a Los Angeles, sfodera una delle sue migliori performance da molti anni a questa parte.
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Mister Pacino, Don Fogelman dice di aver scritto questo copione pensando a lei. Lei ha detto subito sì, anche se poi ci sono voluti cinque anni per realizzarlo. Cosa le piaceva tanto da convincerla ad aspettare tanto a lungo?
"Era una cosa nuova, a quasi 75 anni. Un attore nella sua vita si ritrova a fare tante cose, spesso cavolate, ma tenta sempre di non ripetersi. Ogni tanto gli arriva qualcosa che gli fa dire: 'Questa è una cosa mai vista né fatta prima, voglio provarci'".
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Ha mai ricevuto consigli importanti come quelli che Danny Collins riceve da Lennon?
"Sì, dal mio maestro di recitazione Lee Strasberg, quando ero giovane e sentivo che il mondo cambiava intorno a me e quando il successo cominciò a farmi sballare. Strasberg sapeva che stavo attraversando un momento difficile per via del successo esagerato e improvviso ottenuto grazie a Il Padrino e mi disse: 'Caro, devi semplicemente adattarti a questa nuova dimensione. Non caderci dentro passivamente. Adattati e vai oltre'. Aveva colto la mia situazione nel profondo. Io, poi, ci misi molto a seguire quel consiglio, ma la sua domanda mi fa anche venire in mente un amico che mi disse: 'Ricordati che il peggior consiglio è un consiglio'".
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Nel film fa una corte spietata ad Annette Bening. Nella vita reale come corteggia una donna?
"Se solo lo sapessi non starei qui. Non penso a queste cose, ma è una domanda interessante, non me l'avevano mai chiesto prima. Vado a casa e ci penso".
Danny Collins vive nell'opulenza. Lei che rapporto ha con il lusso?
"Le cose vanno e vengono. Ci sono stati periodi nella mia vita in cui mi piaceva il potere dato dai soldi, adesso non è più così. Per questo mi piace questo personaggio, uno che da giovane era considerato il futuro Bob Dylan e rapidamente nel giro di un anno si ritrova infelice anche se popolarissimo. È in quel momento che la lettera di John Lennon gli sarebbe stata d'aiuto. Cantava canzoni di altri artisti perché la critica non apprezzava la sua musica. Collins aveva talento ma non sapeva come usarlo. Lennon però aveva colto in lui qualcosa di buono, che neanche lo stesso Collins aveva capito".
Nel film si vede la vera lettera.
"Lennon gli scrive: 'Vieni a trovare Yoko e me. Noi ti accoglieremo a casa e parleremo di tutto. Puoi essere famoso e allo stesso tempo essere te stesso, fedele al tuo talento. Non c'è bisogno che tu ti venda'. Parole che avrebbero significato molto per Danny Collins giovane, che lo avrebbero costretto a fermarsi e riflettere. Fama, successo, soldi, va bene: ma la tua arte dov'è finita? Perché bruciare tutto in fiumi di alcol e droga?".
Cosa pensa del consiglio che Lennon dà al suo personaggio?
"È molto saggio. È una buona idea ricordarti chi sei e rimanere fedele alla tua arte. E così io voglio ricordare John Lennon. Mi sarei inginocchiato davanti a lui, se l'avessi incontrato. Che genio...".
In passato ha ammesso di aver vissuto il suo mestiere in modo molto tormentato. È ancora così o ha ritrovato la leggerezza?
"Forse un po' sì, ma solo perché cerco di fare cose che mi fanno sentire a mio agio. Recito Shakespeare, Oscar Wilde, poesie, faccio concerti, percorro strade alternative, sono pronto a fare cose un po' fuori dalla norma. Me ne frego. Me lo posso permettere. Certo, ho avuto alti e bassi, ma devo dire che i miei figli più giovani hanno influito molto sulle mie decisioni artistiche e professionali negli ultimi quindici anni. Sono stato padre da giovane e sono stato padre quando sono diventato un uomo di mezz'età. E le varie dimensioni della paternità hanno decisamente agito sull'artista che si agita dentro di me".
Lei è nato a New York da una famiglia di immigrati italiani. Ricorda come spese il suo primo assegno?
"Me lo ricordo bene: ho comprato qualcosa da mangiare. Ho fatto tanti lavori per sostenermi, venivo dalla parte più bassa della bassa società, non avevamo soldi, vivevo con mamma e i miei nonni, mio padre non c'era. Eravamo nel South Bronx, che di per sé dice molto. Avevo tanti amici di strada, lì era la mia vita, e ho imparato tutto con loro. Ma ero fortunato perché vivevo in una grande città come New York. A sedici anni andavo al Greenwhich Village e bazzicavo nell'ambiente artistico di allora, teatri off-off, bar, club undergorund, facevo sedici spettacoli a settimana in una cantina e alla fine giravo con un cestino per raccogliere i soldi. Ma sapevo che questo era quello che volevo fare e che avrei trovato il modo di farcela, perché amavo farlo".
Famiglia italiana, ma lei l'italiano non lo ha mai parlato...
"Gli unici momenti in cui sentivo parlare italiano in casa era quando mamma e i nonni cercavano di non farsi capire da me. Vorrei averlo imparato ma gli immigrati volevano che i figli si integrassero velocemente e ti obbligavano a usare solo l'inglese. Che peccato...".
LOS ANGELES - Quaranta anni fa. Una lettera di John Lennon mai ricevuta avrebbe potuto cambiare la sua vita per sempre. Quando quella lettera finalmente arriva nelle mani di Danny Collins, l'ex rockstar interpretata da Al Pacino nell'omonimo film, è come un'esortazione a "ripulirsi", ora che è ormai nel pieno della terza età. Collins, grazie al giovane Lennon, decide di smetterla con le droghe, con gli eccessi di una vita spericolata e soprattutto decide di andare a conoscere il figlio che non aveva mai visto prima (l'attore Bobby Cannavale). Annette Bening è la manager del modesto Hilton Hotel nel New Jersey, dove Collins si stabilisce per ricominciare con la sua nuova vita abbandonando la sua mega villa di Beverly Hills e lasciandosi alle spalle la giovane - e tossica - donna che vive con lui per ritrovare se stesso, suo figlio, il talento e l'ispirazione perduti. Danny Collins è stato scritto e diretto da Don Fogelman, sceneggiatore di Last Vegas e Crazy, Stupid, Love qui al suo debutto alla regia. Un'idea nata da una piccola notizia che ha trovato online su un cantante britannico del folk, Steve Tilston, che con trentaquattro (con quaranta) anni di ritardo riceve una lettera piena di complimenti e consigli nientemeno che da John Lennon. Nel film, girato con un budget di soli nove milioni di dollari, il 75enne Al Pacino, che incontriamo a Los Angeles, sfodera una delle sue migliori performance da molti anni a questa parte.
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Mister Pacino, Don Fogelman dice di aver scritto questo copione pensando a lei. Lei ha detto subito sì, anche se poi ci sono voluti cinque anni per realizzarlo. Cosa le piaceva tanto da convincerla ad aspettare tanto a lungo?
"Era una cosa nuova, a quasi 75 anni. Un attore nella sua vita si ritrova a fare tante cose, spesso cavolate, ma tenta sempre di non ripetersi. Ogni tanto gli arriva qualcosa che gli fa dire: 'Questa è una cosa mai vista né fatta prima, voglio provarci'".
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Ha mai ricevuto consigli importanti come quelli che Danny Collins riceve da Lennon?
"Sì, dal mio maestro di recitazione Lee Strasberg, quando ero giovane e sentivo che il mondo cambiava intorno a me e quando il successo cominciò a farmi sballare. Strasberg sapeva che stavo attraversando un momento difficile per via del successo esagerato e improvviso ottenuto grazie a Il Padrino e mi disse: 'Caro, devi semplicemente adattarti a questa nuova dimensione. Non caderci dentro passivamente. Adattati e vai oltre'. Aveva colto la mia situazione nel profondo. Io, poi, ci misi molto a seguire quel consiglio, ma la sua domanda mi fa anche venire in mente un amico che mi disse: 'Ricordati che il peggior consiglio è un consiglio'".
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Nel film fa una corte spietata ad Annette Bening. Nella vita reale come corteggia una donna?
"Se solo lo sapessi non starei qui. Non penso a queste cose, ma è una domanda interessante, non me l'avevano mai chiesto prima. Vado a casa e ci penso".
Danny Collins vive nell'opulenza. Lei che rapporto ha con il lusso?
"Le cose vanno e vengono. Ci sono stati periodi nella mia vita in cui mi piaceva il potere dato dai soldi, adesso non è più così. Per questo mi piace questo personaggio, uno che da giovane era considerato il futuro Bob Dylan e rapidamente nel giro di un anno si ritrova infelice anche se popolarissimo. È in quel momento che la lettera di John Lennon gli sarebbe stata d'aiuto. Cantava canzoni di altri artisti perché la critica non apprezzava la sua musica. Collins aveva talento ma non sapeva come usarlo. Lennon però aveva colto in lui qualcosa di buono, che neanche lo stesso Collins aveva capito".
Nel film si vede la vera lettera.
"Lennon gli scrive: 'Vieni a trovare Yoko e me. Noi ti accoglieremo a casa e parleremo di tutto. Puoi essere famoso e allo stesso tempo essere te stesso, fedele al tuo talento. Non c'è bisogno che tu ti venda'. Parole che avrebbero significato molto per Danny Collins giovane, che lo avrebbero costretto a fermarsi e riflettere. Fama, successo, soldi, va bene: ma la tua arte dov'è finita? Perché bruciare tutto in fiumi di alcol e droga?".
Cosa pensa del consiglio che Lennon dà al suo personaggio?
"È molto saggio. È una buona idea ricordarti chi sei e rimanere fedele alla tua arte. E così io voglio ricordare John Lennon. Mi sarei inginocchiato davanti a lui, se l'avessi incontrato. Che genio...".
In passato ha ammesso di aver vissuto il suo mestiere in modo molto tormentato. È ancora così o ha ritrovato la leggerezza?
"Forse un po' sì, ma solo perché cerco di fare cose che mi fanno sentire a mio agio. Recito Shakespeare, Oscar Wilde, poesie, faccio concerti, percorro strade alternative, sono pronto a fare cose un po' fuori dalla norma. Me ne frego. Me lo posso permettere. Certo, ho avuto alti e bassi, ma devo dire che i miei figli più giovani hanno influito molto sulle mie decisioni artistiche e professionali negli ultimi quindici anni. Sono stato padre da giovane e sono stato padre quando sono diventato un uomo di mezz'età. E le varie dimensioni della paternità hanno decisamente agito sull'artista che si agita dentro di me".
Lei è nato a New York da una famiglia di immigrati italiani. Ricorda come spese il suo primo assegno?
"Me lo ricordo bene: ho comprato qualcosa da mangiare. Ho fatto tanti lavori per sostenermi, venivo dalla parte più bassa della bassa società, non avevamo soldi, vivevo con mamma e i miei nonni, mio padre non c'era. Eravamo nel South Bronx, che di per sé dice molto. Avevo tanti amici di strada, lì era la mia vita, e ho imparato tutto con loro. Ma ero fortunato perché vivevo in una grande città come New York. A sedici anni andavo al Greenwhich Village e bazzicavo nell'ambiente artistico di allora, teatri off-off, bar, club undergorund, facevo sedici spettacoli a settimana in una cantina e alla fine giravo con un cestino per raccogliere i soldi. Ma sapevo che questo era quello che volevo fare e che avrei trovato il modo di farcela, perché amavo farlo".
Famiglia italiana, ma lei l'italiano non lo ha mai parlato...
"Gli unici momenti in cui sentivo parlare italiano in casa era quando mamma e i nonni cercavano di non farsi capire da me. Vorrei averlo imparato ma gli immigrati volevano che i figli si integrassero velocemente e ti obbligavano a usare solo l'inglese. Che peccato...".