"Come devo chiamarla?" il primo dubbio arriva subito. "Ormai mi chiamano tutti Baba". Effettivamente di Alessandro Pace, commercialista romano, non c'è più nulla. O meglio, è rimasto solo l'accento, ancora marcato. Al suo posto c'è invece un guru, un santone con lunghissimi rasta raccolti sulla nuca, barba bianca e tunica arancione. "La prima volta che sono stato in India mi hanno dato il nome di Chandra, per assonanza con Alessandro, significa luna". Era il 1968 e Alessandro decide di scappare di casa, vuole raggiungere l'India "per trovare Dio, il Maestro", per questo motivo affronta un lungo viaggio in autostop. Da quel momento inizia una lenta ma irreversibile trasformazione, interiore ed esteriore, che lo porterà, viaggio dopo viaggio, a diventare, in India, il sacerdote a cui i fedeli baciano i piedi e offrono ospitalità e, in Italia, il creatore dell'unico tempio indù esistente, che Chandra ha voluto dedicare alla dea Kalì.
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A raccontare la storia di Baba è suo figlio Ram, con Samsara Diary, un documentario presentato al Biografilm Festival, realizzato attraverso i Super 8 e i Vhs del padre. Per anni quei filmati sono stati gelosamente custoditi da Chandra, poi l'occasione di utilizzarli arriva con la gravidanza della compagna di Ram: "Volevo raccontare a mio figlio questa esperienza, trasmettergli gli insegnamenti che ho ricevuto da mio padre". Quel padre che lo ha cresciuto da solo, che, a sette anni, lo ha portato con sé in India e che da adolescente lo ha lasciato per il suo viaggio più lungo. L'ultima volta che Chandra è partito per l'India, infatti, è stato via per dieci anni, un arco di tempo durante il quale Ram è rimasto solo a Roma, nella comune di hippie dove viveva con suo padre. "Naturalmente pensavo a lui, ma avevo una missione - spiega il guru - e quello che ho cercato di far capire a mio figlio è che partire per l'India è stato come andare in guerra". Sì, perché Chandra si definisce un guerriero, "però spirituale". Durante ciascun viaggio ha sempre preferito i templi agli alberghi, la giungla alle case. "Ho seguito gli altri baba, i santi e i guru con un solo scopo: ottenere risposte". Alessandro ci aveva provato a soddisfare le sue domande qui in Italia, "da piccolo facevo sogni premonitori, ma quando ne parlavo con i sacerdoti, loro non riuscivano a darmi risposte. Non perché non volessero, ma perché non sapevano cosa dirmi".
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Oggi però Chandra è soddisfatto, "le risposte sono arrivate" e sono il frutto di una lunga e continua ricerca interiore combinata con le esperienze vissute con le persone. Ma, concretamente, cosa ha capito? "Come realizzare Dio, perché Dio non è un'entità separata, ma è dentro ognuno di noi". Così, con la consapevolezza che comunque "le cose da sapere sono talmente tante che non basta una vita sola", il guru ha deciso che poteva tornare in Italia, dove c'era parecchio da fare. E infatti a Roma, in quella che era la sua comunità, ha creato un'oasi, "ho ricostruito una piccola India, con il fuoco sacro, le sculture e le statue" tutte realizzate da lui. Il suo tempio accoglie indiani, nepalesi, bengalesi, "vengono in tanti a pregare la dea Kalì, non la Madonna nera di cui parla il Vaticano, Kalì è Kalì... quella con la lingua di fuori" scherza il guru, facendo riferimento alla raffigurazione tipica della divinità. Nel suo luogo di culto "accadono tante cose straordinarie e bellissime". Molte donne, ad esempio, vanno da lui perché non riescono ad avere figli, "e poi restano tutte incinte - sorride Chandra - l'ultima coppia era una coppia di cinquantenni, sono tornati da me con le lacrime agli occhi". Nonostante tutto però, sembra proprio che il desiderio principale di Baba sia quello di tornare in India, "mia moglie mi sta aspettando là e Ram può gestire il tempio, ha già fatto le mie veci quando non c'ero, ha imparato tutto". E qual è il problema? "Non vogliono rilasciarmi il visto. Eppure consoli, ambasciatori mi conoscono tutti, vengono tutti a pregare da me, ma è una questione di burocrazia". Sì, e per quella non c'è miracolo che tenga.
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A raccontare la storia di Baba è suo figlio Ram, con Samsara Diary, un documentario presentato al Biografilm Festival, realizzato attraverso i Super 8 e i Vhs del padre. Per anni quei filmati sono stati gelosamente custoditi da Chandra, poi l'occasione di utilizzarli arriva con la gravidanza della compagna di Ram: "Volevo raccontare a mio figlio questa esperienza, trasmettergli gli insegnamenti che ho ricevuto da mio padre". Quel padre che lo ha cresciuto da solo, che, a sette anni, lo ha portato con sé in India e che da adolescente lo ha lasciato per il suo viaggio più lungo. L'ultima volta che Chandra è partito per l'India, infatti, è stato via per dieci anni, un arco di tempo durante il quale Ram è rimasto solo a Roma, nella comune di hippie dove viveva con suo padre. "Naturalmente pensavo a lui, ma avevo una missione - spiega il guru - e quello che ho cercato di far capire a mio figlio è che partire per l'India è stato come andare in guerra". Sì, perché Chandra si definisce un guerriero, "però spirituale". Durante ciascun viaggio ha sempre preferito i templi agli alberghi, la giungla alle case. "Ho seguito gli altri baba, i santi e i guru con un solo scopo: ottenere risposte". Alessandro ci aveva provato a soddisfare le sue domande qui in Italia, "da piccolo facevo sogni premonitori, ma quando ne parlavo con i sacerdoti, loro non riuscivano a darmi risposte. Non perché non volessero, ma perché non sapevano cosa dirmi".
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Oggi però Chandra è soddisfatto, "le risposte sono arrivate" e sono il frutto di una lunga e continua ricerca interiore combinata con le esperienze vissute con le persone. Ma, concretamente, cosa ha capito? "Come realizzare Dio, perché Dio non è un'entità separata, ma è dentro ognuno di noi". Così, con la consapevolezza che comunque "le cose da sapere sono talmente tante che non basta una vita sola", il guru ha deciso che poteva tornare in Italia, dove c'era parecchio da fare. E infatti a Roma, in quella che era la sua comunità, ha creato un'oasi, "ho ricostruito una piccola India, con il fuoco sacro, le sculture e le statue" tutte realizzate da lui. Il suo tempio accoglie indiani, nepalesi, bengalesi, "vengono in tanti a pregare la dea Kalì, non la Madonna nera di cui parla il Vaticano, Kalì è Kalì... quella con la lingua di fuori" scherza il guru, facendo riferimento alla raffigurazione tipica della divinità. Nel suo luogo di culto "accadono tante cose straordinarie e bellissime". Molte donne, ad esempio, vanno da lui perché non riescono ad avere figli, "e poi restano tutte incinte - sorride Chandra - l'ultima coppia era una coppia di cinquantenni, sono tornati da me con le lacrime agli occhi". Nonostante tutto però, sembra proprio che il desiderio principale di Baba sia quello di tornare in India, "mia moglie mi sta aspettando là e Ram può gestire il tempio, ha già fatto le mie veci quando non c'ero, ha imparato tutto". E qual è il problema? "Non vogliono rilasciarmi il visto. Eppure consoli, ambasciatori mi conoscono tutti, vengono tutti a pregare da me, ma è una questione di burocrazia". Sì, e per quella non c'è miracolo che tenga.
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