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"Vulcano", dal Guatemala alle sale italiane passando per l'Orso d'argento a Berlino

Protagonista del film di Jayro Bustamante una giovane donna a cui viene sottratta e poi venduta la figlia perché nata fuori dal matrimonio
 

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Una ragazza maya vestita con gli abiti tradizionali è stata la diva dello scorso Festival di Berlino. Minuta, timida, scura di pelle, lunghi lucidissimi capelli, Maria Mercedes Coroy ha tolto la scena a dive occidentali in abiti firmati. La Coroy appartiene alla comunità dei maya cakchiquel, la seconda in Guatemala (dopo i Quiché) ed è protagonista di una vera rarità: un film guatemalteco. Perchè il cinema è raro in Guatemala, e anche le sale sono in via di estinzione. Il film si intitola Vulcano (IxcanuL in originale), ha vinto l'Orso d'Argento alla Berlinale di quest'anno e da domani sarà nelle sale italiane.
IL TRAILER
Racconta la storia di Maria che sogna di emigrare negli Stati Uniti, ma alla quale il destino ha riservato una vita diversa. Si svolge in un villaggio, El Patrocinio, dominato dal vulcano attivo Pacaya, uno dei più spettacolari del Guatemala; un villaggio nel quale gli abitanti lavorano stagionalmente nelle “fincas cafetaleras”, nelle fattorie di caffè, dei dintorni. Maria si concede a Pepe, che però parte senza di lei. Maria si scopre incinta, ma la bambina sarà venduta appena nata, in ospedale. Con quattordici milioni di abitanti il piccolo Guatemala è il più grande esportatore di bambini al mondo e il traffico umano si svolge in perfetta impunità. Jayro Bustamante, regista di Vulcano, non vorrebbe raccontare la fine del film (che comunque non è quella della bimba sottratta a Maria), ma un po' è costretto a parlarne. Dimostra almeno dieci anni in meno dei suoi trentotto, è guatemalteco, ma dal '99 vive a Parigi dove ha fatto la scuola di cinema. E' figlio di due medici. E' stata la madre, medico sociale con molti pazienti cakchiquel dalle parti del lago Atitlan, a raccontargli la storia della vera Maria spedita in galera con l'accusa di aver venduto il suo bambino. Oggi Maria è libera, la sua innocenza è stata provata.

Vulcano è l'opera prima di Bustamante e, oltre alla bellissima storia e alla prova degli attori - soltanto due con esperienze teatrali – sorprendenti sono l'audacia tecnica del film e la qualità delle immagini. Ci sono piani sequenza e inquadrature da regista navigato, e si sconfina spesso in un 3D naturale, senza appositi occhiali. Le foglie di caffè si possono quasi toccare.  

Lei, come sua madre, ha messo il talento al servizio di una vicenda sociale?
"E' quello che ho visto da piccolo: andavo alla scuola Montessori dove imparavo italiano e francese, avevo una tata cakchiquel che mi insegnava la sua lingua e vedevo mia madre pagata con carriole di frutta e verdura. Mi sembrava giusto, normale. Il tema degli “indigenas” in Guatemala è ancora difficile. La discriminazione è accettata e la gente è felice di parlare male dei maya. Abbiamo voluto dimenticare le nostre origini. A una cena, di recente, ho detto che è giusto che gli indiani si facciano chiamare maya. “I maya sono i re, quelli che hanno fatto le piramidi. Questi sono indiani” mi ha risposto un invitato. “Non solo sono maya, ma lo è anche lei, siamo tutti meticci, veniamo tutti da loro” ho risposto. Mi hanno letteralmente buttato fuori. E' un paese pazzo, il mio”.
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Maria cerca di forzare il destino, ma la miseria la scaraventa verso una soluzione più ragionevole per la sua famiglia. Un popolo senza speranza?
"Non è questo che voglio dire. Ciò che accade a Maria potrebbe accadere anche in Europa. La domanda dalla quale sono partito è stata: come si arriva a essere la vittima perfetta? Cercando le ragioni ho scritto il film. Mi è servito anche il ricordo della "finca cafetelera" dei miei nonni, vicino al vulcano, nella quale lavoravano molti maya. Proprio lì, sulla terra dei nonni, ho girato il film".

Il vulcano incombe, se ne vedono soltanto le neri pendici, mai la cima. Una scelta?
"Assolutamente. La cima piena di fumo, la lava che scendeva – durante le riprese  siamo anche dovuti fuggire per un'eruzione importante – avrebbero tolto la scena a Maria. Il vulcano è lei. Il magma le cola dentro, l'eruzione è nel suo petto. Ma a differenza del vulcano Maria non potrà sfogarsi".

Come ha trovato gli attori?
"In Guatemala non esiste una scuola per attori e i casting sono "de calle": gli attori si trovano per la strada. Gli unici del film con un po' di esperienza sono il personaggio della madre e quello di Pepe, il ragazzo che la illude. Fanno parte di una compagnia teatrale "cafetelera" e militante. Tutti sono maya cakchiquel e il film è nella loro lingua. Per il personaggio di Maria ho visto centinaia di ragazze.Timidissime, tutte con lo sguardo fisso a terra. La mia Maria è stata l'unica a guardarmi dritto negli occhi durante il provino. Maria era lei, sarebbe stata perfetta per la parte".