"Quando ho ricevuto l'Oscar ho pensato al personaggio del film e perché avesse convinto i membri dell'Academy: aveva vinto perché donne come quella se ne incontrano tantissime nella vita reale ma raramente vengono rappresentate al cinema". Patricia Arquette è uno degli ospiti più attesi al Taormina Film Fest, a quattro mesi dalla statuetta come migliore attrice non protagonista per Boyhood di Richard Linklater in cui interpreta Olivia Evans, madre single alle prese con le difficoltà della vita che tante donne, in condizioni simili nella realtà, devono affrontare. Per questo pronunciò un discorso che resta negli annali della cerimonia di consegna degli Oscar: dedicò la statuetta "a tutte le donne che hanno partorito, a tutte le cittadine di questa nazione", rivendicò fra gli applausi "la parità di distribuzione, una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti".
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Patricia Arquette arriva a Taormina preceduta da un tweet sulla strage di Charleston, "il mio cuore è con loro - scrive - spero che prendano quel mostro al più presto". L'impegno la caratterizza da sempre, sul set e fuori. Quarantasette anni, americana di Chicago, famiglia d'attori, la popolarità grazie al personaggio di Allison DuBois nella serie Medium (tre nomination ai Golden Globe), è considerata un'icona del cinema indipendente, nella sua carriera ha lavorato con Sean Penn e Tony Scott, Tim Burton, David Lynch e Martin Scorsese. Alla tv è tornata spesso, negli anni recenti in Boardwalk Empire e soprattutto in C. S. I.: Cyber, crimini informatici e dintorni, in cui interpreta il capo della Scientifica Avery Ryan: il finale di stagione domenica su RaiDue "ma sto già lavorando alla seconda stagione".
"È una forma di intrattenimento molto, molto democratica, per questo accettai di fare tv quando ancora era considerata una cosa di serie B, Medium andò in onda più di dieci anni fa. È una forma d'arte cui tutti possono accedere, anche chi vive in un camper ha una televisione. All'epoca non c'erano budget altissimi come oggi, si creava un clima 'cooperativo', da vecchia compagnia di giro, era molto divertente".
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Racconta com'è andata con Linklater e Boyhood, progetto folle e vincente di girare un film una settimana l'anno per dodici anni per seguire la crescita di un bambino e la sua famiglia. "Cosa hai da fare per i prossimi dodici anni? Così Richard mi propose il film, con una telefonata", ricorda. Che insiste sulle analogie fra il suo personaggio nel film e la condizione reale delle donne americane. "Ho fatto quel discorso, la sera degli Oscar, perché ho pensato a come sarebbe stata diversa la vita del mio personaggio se avesse avuto la stabilità economica che invee le manca e la costringe a decisioni obbligate. Moltissime donne crescono i figli da sole - continua - anche lo stesso Linklater è figlio di una madre single e le difficoltà economiche hanno un impatto fortissimo. Basta pensare che nelle famiglie afroamericane il settanta per cento dei bambini è cresciuto da madri sole che non possono contare su aiuti e retribuzioni adeguate. Questo crea una marginalizzazione delle minoranze ma anche delle maggioranze perché, come sappiamo, le donne rappresentano la maggioranza della popolazione ma non vengono trattate in maniera equa".
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Qualcosa, dice ancora Patricia Arquette, comincia a cambiare, e cita l'SB-345, un progetto di legge "già votato e approvato in California, che avrà bisogno di altri passaggi legislativi ma che dovrebbe garantire ai cittadini dello Stato un nuovo sistema di welfare. Soprattutto permetterà a un dipendente di discutere il salario con il proprio datore di lavoro, perché in California se scopri che un tuo collega, che fa il tuo stesso lavoro, guadagna di più e ne discuti con il capo, puoi essere immediatamente licenziato". Negli Stati Uniti, continua, "ci sono categorie pagate molto meno rispetto a altre, ma sono lavori fatti prevalentemente da donne, come quelle che si occupano di bambini, o le infermiere. Se ne parla molto, certo, anche nei luoghi appropriati, e forse qualcosa sta cambiando anche se, in verità, sono anni che se ne parla e nulla accade. Ma adesso la pressione si fa sentire di più perché donne sole che mandano avanti la famiglia ce ne sono tantissime. Oltre 60 milioni di famiglie vivono sotto la soglia della povertà. Se le donne venissero pagate il giusto, si eliminerebbe il problema, anche perché il disagio riguarda soprattutto donne e bambini".
Quanto al cinema italiano, apprezza molto Valeria Golino, "mi piace il suo modo di lavorare", cita Giulietta Masina e "mi piacerebbe che l'industria cinematografica americana si ispirasse al vostro sistema, in cui anche i grandi successi, e non solo i film indipendenti, hanno sempre un contenuto artistico alto, debordante, avvolgente". L'ultimo film italiano che abbia visto? "Ho rivisto Suspiria. Ma potrei rivederne altri mille". E sulla dittatura hollywoodiana della chirurgia estetica lei, forme morbide e volto umano, dice: "Qualcuno dell'Academy mi ha detto che mi ha votata perché nel film 'invecchio', ma non credo di aver fatto nulla di particolare, sono semplicemente stata naturale. A Hollywood ormai si vive una sorta di distorsione - commenta - poco tempo fa a Maggie Gillenhaall hanno detto che a 37 anni è troppo anziana per recitare accanto a un uomo di 57. Non giudico chi si sottopone a qualche intervento né mi sento di dire 'non lo farò mai', ma al momento preferisco che sia la natura a decidere come devono cambiare il mio viso e il mio corpo".
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Patricia Arquette arriva a Taormina preceduta da un tweet sulla strage di Charleston, "il mio cuore è con loro - scrive - spero che prendano quel mostro al più presto". L'impegno la caratterizza da sempre, sul set e fuori. Quarantasette anni, americana di Chicago, famiglia d'attori, la popolarità grazie al personaggio di Allison DuBois nella serie Medium (tre nomination ai Golden Globe), è considerata un'icona del cinema indipendente, nella sua carriera ha lavorato con Sean Penn e Tony Scott, Tim Burton, David Lynch e Martin Scorsese. Alla tv è tornata spesso, negli anni recenti in Boardwalk Empire e soprattutto in C. S. I.: Cyber, crimini informatici e dintorni, in cui interpreta il capo della Scientifica Avery Ryan: il finale di stagione domenica su RaiDue "ma sto già lavorando alla seconda stagione".
"È una forma di intrattenimento molto, molto democratica, per questo accettai di fare tv quando ancora era considerata una cosa di serie B, Medium andò in onda più di dieci anni fa. È una forma d'arte cui tutti possono accedere, anche chi vive in un camper ha una televisione. All'epoca non c'erano budget altissimi come oggi, si creava un clima 'cooperativo', da vecchia compagnia di giro, era molto divertente".
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Racconta com'è andata con Linklater e Boyhood, progetto folle e vincente di girare un film una settimana l'anno per dodici anni per seguire la crescita di un bambino e la sua famiglia. "Cosa hai da fare per i prossimi dodici anni? Così Richard mi propose il film, con una telefonata", ricorda. Che insiste sulle analogie fra il suo personaggio nel film e la condizione reale delle donne americane. "Ho fatto quel discorso, la sera degli Oscar, perché ho pensato a come sarebbe stata diversa la vita del mio personaggio se avesse avuto la stabilità economica che invee le manca e la costringe a decisioni obbligate. Moltissime donne crescono i figli da sole - continua - anche lo stesso Linklater è figlio di una madre single e le difficoltà economiche hanno un impatto fortissimo. Basta pensare che nelle famiglie afroamericane il settanta per cento dei bambini è cresciuto da madri sole che non possono contare su aiuti e retribuzioni adeguate. Questo crea una marginalizzazione delle minoranze ma anche delle maggioranze perché, come sappiamo, le donne rappresentano la maggioranza della popolazione ma non vengono trattate in maniera equa".
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Qualcosa, dice ancora Patricia Arquette, comincia a cambiare, e cita l'SB-345, un progetto di legge "già votato e approvato in California, che avrà bisogno di altri passaggi legislativi ma che dovrebbe garantire ai cittadini dello Stato un nuovo sistema di welfare. Soprattutto permetterà a un dipendente di discutere il salario con il proprio datore di lavoro, perché in California se scopri che un tuo collega, che fa il tuo stesso lavoro, guadagna di più e ne discuti con il capo, puoi essere immediatamente licenziato". Negli Stati Uniti, continua, "ci sono categorie pagate molto meno rispetto a altre, ma sono lavori fatti prevalentemente da donne, come quelle che si occupano di bambini, o le infermiere. Se ne parla molto, certo, anche nei luoghi appropriati, e forse qualcosa sta cambiando anche se, in verità, sono anni che se ne parla e nulla accade. Ma adesso la pressione si fa sentire di più perché donne sole che mandano avanti la famiglia ce ne sono tantissime. Oltre 60 milioni di famiglie vivono sotto la soglia della povertà. Se le donne venissero pagate il giusto, si eliminerebbe il problema, anche perché il disagio riguarda soprattutto donne e bambini".
Quanto al cinema italiano, apprezza molto Valeria Golino, "mi piace il suo modo di lavorare", cita Giulietta Masina e "mi piacerebbe che l'industria cinematografica americana si ispirasse al vostro sistema, in cui anche i grandi successi, e non solo i film indipendenti, hanno sempre un contenuto artistico alto, debordante, avvolgente". L'ultimo film italiano che abbia visto? "Ho rivisto Suspiria. Ma potrei rivederne altri mille". E sulla dittatura hollywoodiana della chirurgia estetica lei, forme morbide e volto umano, dice: "Qualcuno dell'Academy mi ha detto che mi ha votata perché nel film 'invecchio', ma non credo di aver fatto nulla di particolare, sono semplicemente stata naturale. A Hollywood ormai si vive una sorta di distorsione - commenta - poco tempo fa a Maggie Gillenhaall hanno detto che a 37 anni è troppo anziana per recitare accanto a un uomo di 57. Non giudico chi si sottopone a qualche intervento né mi sento di dire 'non lo farò mai', ma al momento preferisco che sia la natura a decidere come devono cambiare il mio viso e il mio corpo".