Quando, soprattutto nel corso degli anni Sessanta, era una star hollywoodiana sulla cresta dell'onda, non doveva capitare a molti di interrogarsi sulle sue origini etniche. Omar Sharif era bello ed elegante; e si prestava a personaggi assai diversi purché dotati di carisma, affascinanti e che non esigessero un gran numero di espressioni. Eppure era stata l'interpretazione di uno sharif, un nobile mediorientale, a dargli un'immediata popolarità internazionale col kolossal di David Lean Lawrence d'Arabia. Nato ad Alessandria d'Egitto col nome di Michel Shalhoub (cambiato quando, intorno ai vent'anni, si convertì all'islamismo dalla religione cattolica di rito greco-melchita), prima di incontrare David Lean il giovanotto di origine libanese aveva già compiuto una carriera notevole nel cinema, lavorando con registi come Youssef Chanin e diventando molto popolare in Egitto. Ma la nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista ottenuta per Lawrence d'Arabia gli spalancò le porte del cinema globale; finché, nel 1966, non divenne l'eroe romantico per eccellenza interpretando il ruolo del titolo nel Dottor Zivago di Lean, amatissimo adattamento dell'omonimo romanzo di Boris Pasternak il cui "Tema di Lara" era destinato alla consacrazione dei carillon di tutto il mondo. Poiché la Russia è "la sesta parte del mondo", anche un russo egiziano poteva essere accettato dal pubblico senza troppe perplessità.
A questo punto, però, non c'è produzione mainstream che non se lo contenda; e Omar diventa un vero fregoli dello schermo, producendosi nei character più diversi, eclettici, qualche volta improbabili. È plausibile, con quel suo aspetto da principe del Medioriente, nella fiaba di Francesco Rosi C'era una volta... (1967), dove recita accanto a Sophia Loren. Ci può stare anche come bandito messicano, fellone ma fascinoso, nel western L'oro di McKenna (1969), dove dà filo da torcere a Gregory Peck. E Richard Fleischer riesce perfino a renderlo somigliante a Ernesto Guevara nel kolossal Che! (1969), altra megaproduzione di quel decennio in cui immaginiamo Sharif in moto perpetuo da un set all'altro, intento a cambiare costumi e personalità con un ritmo che pochi colleghi hanno sperimentato. Nel 1967 Omar è il grande amore infelice, un bel giocatore e avventuriero, di Barbra Streisand (con la quale ebbe una love-story anche nella realtà) in Funny Girl di William Wyler. E l'attore, va qui ricordato per inciso, non aveva molto da imparare dal suo personaggio, essendo uno dei più noti giocatori di bridge del mondo, nonché autore di diversi libri sull'argomento.
Sarà anche vero che la popolarità rende più facile la verosimiglianza ma bisogna ammettere, invece, che altre parti interpretate negli stessi anni appaiono oggi meno probabili: su tutte quella del maggiore della Wehmacht Grau che, nella Notte dei generali (1967) di Anatole Litvak indaga sulle malefatte di un collega psicopatico. O quella, ancora, dell'Arciduca Rodolfo d'Austria nel melodrammone di Terence Young Mayerling (1968). Anche allo scadere del suo decennio d'oro la carriera dell'attore procede buona e abbondante; e se non raggiunge più le punte precedenti, non si può dire che le grandi produzioni ignorino l'esistenza di Sharif. Col tempo diventa meno bello e tenebroso, ma affina le qualità interpretative. E si guadagna un bel ritorno di popolarità presso il pubblico, nel 2003, con un piccolo film delicato come Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Attivo anche in miniserie televisive (come in San Pietro, del 2005, nella parte del titolo), Sharif ha fatto la sua ultima apparizione al cinema, nel ruolo di se stesso, in Un castello in Italia di Valeria Bruni Tedeschi.
A questo punto, però, non c'è produzione mainstream che non se lo contenda; e Omar diventa un vero fregoli dello schermo, producendosi nei character più diversi, eclettici, qualche volta improbabili. È plausibile, con quel suo aspetto da principe del Medioriente, nella fiaba di Francesco Rosi C'era una volta... (1967), dove recita accanto a Sophia Loren. Ci può stare anche come bandito messicano, fellone ma fascinoso, nel western L'oro di McKenna (1969), dove dà filo da torcere a Gregory Peck. E Richard Fleischer riesce perfino a renderlo somigliante a Ernesto Guevara nel kolossal Che! (1969), altra megaproduzione di quel decennio in cui immaginiamo Sharif in moto perpetuo da un set all'altro, intento a cambiare costumi e personalità con un ritmo che pochi colleghi hanno sperimentato. Nel 1967 Omar è il grande amore infelice, un bel giocatore e avventuriero, di Barbra Streisand (con la quale ebbe una love-story anche nella realtà) in Funny Girl di William Wyler. E l'attore, va qui ricordato per inciso, non aveva molto da imparare dal suo personaggio, essendo uno dei più noti giocatori di bridge del mondo, nonché autore di diversi libri sull'argomento.
Sarà anche vero che la popolarità rende più facile la verosimiglianza ma bisogna ammettere, invece, che altre parti interpretate negli stessi anni appaiono oggi meno probabili: su tutte quella del maggiore della Wehmacht Grau che, nella Notte dei generali (1967) di Anatole Litvak indaga sulle malefatte di un collega psicopatico. O quella, ancora, dell'Arciduca Rodolfo d'Austria nel melodrammone di Terence Young Mayerling (1968). Anche allo scadere del suo decennio d'oro la carriera dell'attore procede buona e abbondante; e se non raggiunge più le punte precedenti, non si può dire che le grandi produzioni ignorino l'esistenza di Sharif. Col tempo diventa meno bello e tenebroso, ma affina le qualità interpretative. E si guadagna un bel ritorno di popolarità presso il pubblico, nel 2003, con un piccolo film delicato come Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Attivo anche in miniserie televisive (come in San Pietro, del 2005, nella parte del titolo), Sharif ha fatto la sua ultima apparizione al cinema, nel ruolo di se stesso, in Un castello in Italia di Valeria Bruni Tedeschi.