LOCARNO - Può capitare, a volte, che un film di pochi minuti sia superiore a tante opere-fiume. Leggi Pastorale cilentana, il cortometraggio di 19 minuti che Mario Martone ha realizzato per l'Expo milanese e che, ora, Locarno proietta in Piazza Grande. Grande fotografia di Renato Berta, sapientemente giocata sulla profondità di campo e su una tavolozza assai pittorica di colori, montaggio di Jacopo Quadri: è un piccolo capolavoro e se ne vorrebbe di più.
Come è nato il progetto del suo piccolo grande film?
"Ero a Torino con l'allestimento della Carmen quando mi chiamò il produttore dei miei ultimi lavori, Carlo Degli Esposti, dicendo che l'Expo richiedeva un breve film per il Padiglione 0. All'inizio pensai di non avere tempo per farlo; ma poi Ippolita di Majo, che aveva sceneggiato con me Il giovane favoloso, suggerì di approfittare degli infiniti sopralluoghi fatti in Cilento per i due film precedenti. Così è nato qualcosa di più di un lavoro su commissione: il racconto della giornata di un pastorello ai tempi del Medioevo".
Cosa cambia nel transito dall'Expo, dove il film è un'installazione che accoglie i visitatori all'arrivo, e la proiezione sullo schermo locarnese?
"A Milano la proiezione avviene su un video wall di 45 metri, un maxischermo suddiviso in tanti schermi, e gli spettatori passano attraverso le immagini, le traversano con lo sguardo: così, nelle riprese e nel montaggio, dovevamo fare in modo che lo spazio creasse il tempo del film. Lo schermo di Piazza Grande era il massimo che si potesse desiderare per una proiezione 'frontale'; anche se qui quella dello spettatore è una visione d'insieme d' immagini non più frastagliate come all'Expo".
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Pur essendo Pastorale cilentana un corto, viene quasi naturale vederlo come la terza parte di una trilogia, dopo Noi credevamo e Il giovane favoloso. Anche in questo film è implicito il rapporto tra Natura e Storia; inoltre finisce su una visione "leopardiana" dell'infinito.
"Pastorale cilentana conclude di certo un lavoro generato sul percorso dei due film lunghi. Però in questo caso si evidenzia di più l'aspetto mitologico, arcaico. Le immagini emergono dalla terra".
Noi credevamo ha la durata di 205', Pastorale di 19'. Questa differenza può legittimare una riflessione su come cambiano i tempi, oltre ai luoghi (l'Expo, un Festival) di mostrazione delle immagini?
"Le mie origini sono nell'avanguardia, ho sempre amato tutto ciò che esorbitava dalle costrizioni del mercato: l'underground americano, la proiezione del lunghissimo Napoleon di Gance a Massenzio. Se è vero che oggi l'eclettismo delle forme cinematografiche può dare più libertà ne sono ben felice. Aggiungo che se Pastorale è corto, le inquadrature sono lunghe; quindi c'è un altro tempo, quello interno alla narrazione".
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I suoi ultimi film sono declinati al passato: un modo per prendere le distanze da un presente mediocre?
"Forse piuttosto un modo per pensare al nostro presente togliendo il velo a cose che, nel raccontarci la Storia, ci sono state nascoste. Il Leopardi de Il giovane favoloso è un intellettuale alle prese con una società che mostra molte analogie con quella presente. Quello di Pastorale, invece, è un tempo sospeso, che precede la tecnica e dove i rapporti tra uomo e animale non sono di sfruttamento, ma di reciprocità".
Come trova il cinema italiano di questi anni?
"C'è una bella vitalità. Apprezzo soprattutto che si facciano film molto diversi: quelli di Garrone, Sorrentino, anche qualche commedia intelligente; e poi film realizzati da attori, come la Golino o Kim Rossi Stuart, che portano una sguardo diverso. Esplorare più campi è una cosa ottima per il cinema".
Come è nato il progetto del suo piccolo grande film?
"Ero a Torino con l'allestimento della Carmen quando mi chiamò il produttore dei miei ultimi lavori, Carlo Degli Esposti, dicendo che l'Expo richiedeva un breve film per il Padiglione 0. All'inizio pensai di non avere tempo per farlo; ma poi Ippolita di Majo, che aveva sceneggiato con me Il giovane favoloso, suggerì di approfittare degli infiniti sopralluoghi fatti in Cilento per i due film precedenti. Così è nato qualcosa di più di un lavoro su commissione: il racconto della giornata di un pastorello ai tempi del Medioevo".
Cosa cambia nel transito dall'Expo, dove il film è un'installazione che accoglie i visitatori all'arrivo, e la proiezione sullo schermo locarnese?
"A Milano la proiezione avviene su un video wall di 45 metri, un maxischermo suddiviso in tanti schermi, e gli spettatori passano attraverso le immagini, le traversano con lo sguardo: così, nelle riprese e nel montaggio, dovevamo fare in modo che lo spazio creasse il tempo del film. Lo schermo di Piazza Grande era il massimo che si potesse desiderare per una proiezione 'frontale'; anche se qui quella dello spettatore è una visione d'insieme d' immagini non più frastagliate come all'Expo".
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Pur essendo Pastorale cilentana un corto, viene quasi naturale vederlo come la terza parte di una trilogia, dopo Noi credevamo e Il giovane favoloso. Anche in questo film è implicito il rapporto tra Natura e Storia; inoltre finisce su una visione "leopardiana" dell'infinito.
"Pastorale cilentana conclude di certo un lavoro generato sul percorso dei due film lunghi. Però in questo caso si evidenzia di più l'aspetto mitologico, arcaico. Le immagini emergono dalla terra".
Noi credevamo ha la durata di 205', Pastorale di 19'. Questa differenza può legittimare una riflessione su come cambiano i tempi, oltre ai luoghi (l'Expo, un Festival) di mostrazione delle immagini?
"Le mie origini sono nell'avanguardia, ho sempre amato tutto ciò che esorbitava dalle costrizioni del mercato: l'underground americano, la proiezione del lunghissimo Napoleon di Gance a Massenzio. Se è vero che oggi l'eclettismo delle forme cinematografiche può dare più libertà ne sono ben felice. Aggiungo che se Pastorale è corto, le inquadrature sono lunghe; quindi c'è un altro tempo, quello interno alla narrazione".
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I suoi ultimi film sono declinati al passato: un modo per prendere le distanze da un presente mediocre?
"Forse piuttosto un modo per pensare al nostro presente togliendo il velo a cose che, nel raccontarci la Storia, ci sono state nascoste. Il Leopardi de Il giovane favoloso è un intellettuale alle prese con una società che mostra molte analogie con quella presente. Quello di Pastorale, invece, è un tempo sospeso, che precede la tecnica e dove i rapporti tra uomo e animale non sono di sfruttamento, ma di reciprocità".
Come trova il cinema italiano di questi anni?
"C'è una bella vitalità. Apprezzo soprattutto che si facciano film molto diversi: quelli di Garrone, Sorrentino, anche qualche commedia intelligente; e poi film realizzati da attori, come la Golino o Kim Rossi Stuart, che portano una sguardo diverso. Esplorare più campi è una cosa ottima per il cinema".