Zombie, vampiro, indemoniato, licantropo, mummia, serial killer o cannibale: l’horror ha mille facce. Se ne potrebbero contare una per ogni lettera dell’alfabeto con generi e sottogeneri a completare un quadro affastellato quanto sfuggente. Compito di questa Guida al cinema horror – Il new horror dagli anni Settanta ad oggi (Odoya Edizioni, pagg. 670, euro 28, in uscita il 28 agosto) è cercare: “Un’interpretazione univoca e, possibilmente, omnicomprensiva”. Così, quattro autori (Walter Catalano, Roberto Chiavini, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro) costruiscono “un mostro tetra cefalo” che si sviluppa attraverso sezioni tematiche che accompagnano il lettore nella creazione della videoteca perfetta in base ai propri gusti e preferenze. Un percorso di lettura in “tenebrosi sotterranei, angusti corridoi e agghiaccianti ambienti”.
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Storicamente lo spartiacque del genere è rappresentato dalla morte del gothic horror di stampo vittoriano che sopratutto attraverso la casa di produzione britannica, Hammer, dagli anni Trenta fino ai Sessanta impose il modello classico (con i cicli di Frankenstein, Dracula e La Mummia). Negli anni ’70 il cinema cambia prospettiva e con esso anche il genere che ricopre le sue tematiche con la cortina di valenze religiose, sociali e antropologiche. Gli autori indicano alcuni film (Rosemary’s Baby di Roman Polanski, La notte dei morti viventi di George A. Romero, L’esorcista di William Friedkin e Il demone sotto la pelle di David Cronenberg) che furono gli antesi?g?nani del New Horror e cioè di quella mutazione genetica che traeva spunti dal demoniaco urbano, ben inquadrato secondo lo specchio delle classi sociali, dalle connessioni politiche, dall’esplicito anticapitalismo e antirazzismo, dalle implicazioni religiose e dal tema della rivoluzione sessuale. Dai tranquilli weekend di paura a bambini polimorfi perversi (Il villaggio dei dannati) nel libro spuntano film ai più sconosciuti e titoli improbabili quanto divertenti. Che dire di Perché il dio fenicio continua ad uccidere? (di Jim O’ Connoly, 1972) o di L’etrusco uccide ancora, di Armando Crispino, 1972?
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Il new horror non fu molto gradito dalla vecchia scuola di attori, “gentiluomini” della recitazione horror, secondo gli autori della Guida: Vincent Price, Pete Cushing e Christopher Lee. Tutti inorridirono (è il caso di dirlo) dopo la visione di film come L’esorcista (“un film blasfemo da far star male”, disse Cushing). Nella sezione “brividi all’italiana” si fanno i nomi di Riccardo Freda, Antonio Margheriti e Mario Bava. Un regista quest’ultimo vero e proprio antesignano del New Horror con il suo “giallo” all’italiana. Titoli che strizzano l’occhio al cinema di Hitchcock (La ragazza che sapeva troppo (1963). E quel Reazione a catena (1971), che più che essere omonimo di un noto quiz estivo televisivo, anticiperà l’epoca dello slasher stile Venerdì 13.
Non si trascura il “principe delle tenebre” Dario Argento che con la sua estetica della paura avrà un’influenza determinante su una nuova generazione di cineasti (John Carpenter, Joe Dante, Tobe Hooper, George Romero e Sam Raimi). E neanche il “terrorista dei generi” Lucio Fulci, regista tra i più plagiati e omaggiati da molti cineasti (Quentin Tarantino). Film come: Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza; Una lucertola con la pelle di donna; Non si sevizia un paperino (il primo titolo in realtà era Non si sevizia Paperino, ma sorsero contrasti con la Walt Disney), sono l’emblema della sua idea di cinema da brivido. E che dire dell’horror padano di Pupi Avanti (Tutti defunti tranne i morti, La casa dalle finestre che ridono)?
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Spazio degli autori anche alle relazioni pericolose tra il genere cinematografico e la musica. Tra Sette note in nero (Fulci), Paganini Horror (Luigi Cozzi), Opera (Dario Argento), il titolo più emblematico è Morte a 33 giri di Charles Martin Smith, ovvero la storia di un divo del rock che muore in un incendio ma si ripresenta come fantasma o zombie, grazie a un suo fan che fa girare un disco al contrario, e che dopo aver compiuto vari misfatti scompare grazie alla eliminazione della matrice del disco. Trama che ricorda più di qualche luogo comune (o dannato) del rock con tanto di presenza del leader dei Black Sabbath, Ozzy Osbourne, nei panni di un sacerdote convinto della matrice satanica della musica rock.
E a parte il cult movie per eccellenza, The Rocky Horror Picture Show, diretto nel 1975 da Jim Sharman, tratto dalla rock-opera del 1973 di Richard O’Brien, si scandagliano a 360 gradi le relazioni tra regista/compositore e compositore/regista (i casi di John Carpenter e David Lynch), le affinità elettive e i sodalizi artistici (Werner Herzog/Popol Vuh; Stanley Kubrick/Walter Carlos; Dario Argento/Goblin). In più ci sono le relazioni fertilissime tra rock, heavy metal e horror. Tra camei (Iggy Pop, Alice Cooper) e colonne sonore ultrasoniche la lista è lunghissima e va dagli Anthrax, Motley Crue, Megadeth (Morte a 33 giri) a Rage Against The Machine, Helmet e Pantera (Il corvo); Slipknot (Scream 3), Marylin Manson, Lacuna Coil, Cradle of Filth e Rob Zombie (Resident Evil e successivi episodi, Apocalypse). Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica, aveva ragione a sostenere: “Guardare un film horror mi riempie di adrenalina”.
Insomma, il cinema da paura viene sviscerato nei minimi termini. Un’analisi dettagliata ed esaustiva che fa venire in mente quello scambio di battute tra Alma (Julie Kavner) e Kleinman (Woody Allen) nel tributo alleniano al cinema di Fritz Lang e di Friedrich Wilhelm Murnau, Ombre e Nebbia (1991): “Non avrei più voluto vedere la tua faccia”, dice Alma. Risponde Kleinman: “Lo so, ho fatto una brutta cosa. Ma il tempo guarisce. Sono passati anni...”. Contro ribatte l’attrice: “Io più pensavo a te e più ti avrei voluto vedere morto, fatto a pezzettini, squartato e gettato ai maiali”. E Allen/Kleinman sornione chiude: “Gesù, che precisione... Hai pensato anche ai minimi particolari…”.
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Storicamente lo spartiacque del genere è rappresentato dalla morte del gothic horror di stampo vittoriano che sopratutto attraverso la casa di produzione britannica, Hammer, dagli anni Trenta fino ai Sessanta impose il modello classico (con i cicli di Frankenstein, Dracula e La Mummia). Negli anni ’70 il cinema cambia prospettiva e con esso anche il genere che ricopre le sue tematiche con la cortina di valenze religiose, sociali e antropologiche. Gli autori indicano alcuni film (Rosemary’s Baby di Roman Polanski, La notte dei morti viventi di George A. Romero, L’esorcista di William Friedkin e Il demone sotto la pelle di David Cronenberg) che furono gli antesi?g?nani del New Horror e cioè di quella mutazione genetica che traeva spunti dal demoniaco urbano, ben inquadrato secondo lo specchio delle classi sociali, dalle connessioni politiche, dall’esplicito anticapitalismo e antirazzismo, dalle implicazioni religiose e dal tema della rivoluzione sessuale. Dai tranquilli weekend di paura a bambini polimorfi perversi (Il villaggio dei dannati) nel libro spuntano film ai più sconosciuti e titoli improbabili quanto divertenti. Che dire di Perché il dio fenicio continua ad uccidere? (di Jim O’ Connoly, 1972) o di L’etrusco uccide ancora, di Armando Crispino, 1972?
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Il new horror non fu molto gradito dalla vecchia scuola di attori, “gentiluomini” della recitazione horror, secondo gli autori della Guida: Vincent Price, Pete Cushing e Christopher Lee. Tutti inorridirono (è il caso di dirlo) dopo la visione di film come L’esorcista (“un film blasfemo da far star male”, disse Cushing). Nella sezione “brividi all’italiana” si fanno i nomi di Riccardo Freda, Antonio Margheriti e Mario Bava. Un regista quest’ultimo vero e proprio antesignano del New Horror con il suo “giallo” all’italiana. Titoli che strizzano l’occhio al cinema di Hitchcock (La ragazza che sapeva troppo (1963). E quel Reazione a catena (1971), che più che essere omonimo di un noto quiz estivo televisivo, anticiperà l’epoca dello slasher stile Venerdì 13.
Non si trascura il “principe delle tenebre” Dario Argento che con la sua estetica della paura avrà un’influenza determinante su una nuova generazione di cineasti (John Carpenter, Joe Dante, Tobe Hooper, George Romero e Sam Raimi). E neanche il “terrorista dei generi” Lucio Fulci, regista tra i più plagiati e omaggiati da molti cineasti (Quentin Tarantino). Film come: Il cav. Costante Nicosia demoniaco ovvero: Dracula in Brianza; Una lucertola con la pelle di donna; Non si sevizia un paperino (il primo titolo in realtà era Non si sevizia Paperino, ma sorsero contrasti con la Walt Disney), sono l’emblema della sua idea di cinema da brivido. E che dire dell’horror padano di Pupi Avanti (Tutti defunti tranne i morti, La casa dalle finestre che ridono)?
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Spazio degli autori anche alle relazioni pericolose tra il genere cinematografico e la musica. Tra Sette note in nero (Fulci), Paganini Horror (Luigi Cozzi), Opera (Dario Argento), il titolo più emblematico è Morte a 33 giri di Charles Martin Smith, ovvero la storia di un divo del rock che muore in un incendio ma si ripresenta come fantasma o zombie, grazie a un suo fan che fa girare un disco al contrario, e che dopo aver compiuto vari misfatti scompare grazie alla eliminazione della matrice del disco. Trama che ricorda più di qualche luogo comune (o dannato) del rock con tanto di presenza del leader dei Black Sabbath, Ozzy Osbourne, nei panni di un sacerdote convinto della matrice satanica della musica rock.
E a parte il cult movie per eccellenza, The Rocky Horror Picture Show, diretto nel 1975 da Jim Sharman, tratto dalla rock-opera del 1973 di Richard O’Brien, si scandagliano a 360 gradi le relazioni tra regista/compositore e compositore/regista (i casi di John Carpenter e David Lynch), le affinità elettive e i sodalizi artistici (Werner Herzog/Popol Vuh; Stanley Kubrick/Walter Carlos; Dario Argento/Goblin). In più ci sono le relazioni fertilissime tra rock, heavy metal e horror. Tra camei (Iggy Pop, Alice Cooper) e colonne sonore ultrasoniche la lista è lunghissima e va dagli Anthrax, Motley Crue, Megadeth (Morte a 33 giri) a Rage Against The Machine, Helmet e Pantera (Il corvo); Slipknot (Scream 3), Marylin Manson, Lacuna Coil, Cradle of Filth e Rob Zombie (Resident Evil e successivi episodi, Apocalypse). Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica, aveva ragione a sostenere: “Guardare un film horror mi riempie di adrenalina”.
Insomma, il cinema da paura viene sviscerato nei minimi termini. Un’analisi dettagliata ed esaustiva che fa venire in mente quello scambio di battute tra Alma (Julie Kavner) e Kleinman (Woody Allen) nel tributo alleniano al cinema di Fritz Lang e di Friedrich Wilhelm Murnau, Ombre e Nebbia (1991): “Non avrei più voluto vedere la tua faccia”, dice Alma. Risponde Kleinman: “Lo so, ho fatto una brutta cosa. Ma il tempo guarisce. Sono passati anni...”. Contro ribatte l’attrice: “Io più pensavo a te e più ti avrei voluto vedere morto, fatto a pezzettini, squartato e gettato ai maiali”. E Allen/Kleinman sornione chiude: “Gesù, che precisione... Hai pensato anche ai minimi particolari…”.