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Meryl Streep: "ll rock è libertà. Se non hai quattro figli e un marito"

Parla l'attrice protagonista di "Dove eravamo rimasti" di Jonathan Demme in cui interpreta una rocker che ha lasciato marito e figli molti anni prima. "Io sono stata una madre piuttosto presente e oggi che sono grande mi illudo di essere più libera, ma poi me li ritrovo sempre tra i piedi"

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Il plettro usato con passione dalla mamma hard-rock Ricki Rendazzo, nel film Dove Eravamo Rimasti, si trova su un tavolo all'ingresso del Ritz Carlton Central Park, assieme ad altre riproduzioni. Quando incontriamo Meryl Streep, tre volte premio Oscar, ci lasciamo subito travolgere dalla generosità: in poche ore ha suonato la chitarra acustica assieme a un giornalista di Fox, firmato il mega-poster di Ricki and the Flash per la mamma di un fan ("Quanti anni ha suo figlio?" chiede dopo aver lasciato la dedica sul manifesto. "Quasi cinquanta" risponde la donna. Pausa. Occhiata di sbieco della Streep: "Ma per carità!") e ha dovuto rispondere a centinaia di domande-tormentone, tra cui "Com'è lavorare accanto a sua figlia, Mamie Gummer?". Streep, nel nuovo film di Jonathan Demme (mostrato in anteprima mondiale al festival di Locarno e dal 10 settembre in sala per Warner Bros.) è la padrona di tutte le chitarre elettriche. Il suo personaggio, Ricki, ha commesso un solo "sbaglio" nella vita: inseguire il proprio sogno di musicista. Quando torna in famiglia richiamata dall'ex marito (Kevin Kline) scopre che la figlia Julie è stata piantata in tronco subito dopo il matrimonio. Ricki deve appoggiare la chitarra e rimetter piede e borchie nel vuoto materno lasciato (cane, due figli - uno sta per sposarsi, l'altro le rivela d'esser gay - e la moglie perfetta dell'ex). Tutto questo mentre Meryl/Ricki tenta di tenere unita la band (i Flash, cioè Bernie Worrell, Rick Rosas, Joe Vitale), la relazione col musicista interpretato da Rick Springfield (vero frontman degli Zoot e Dr. Noah Drake di General Hospital) e la voglia d'esibirsi sul palco. Sopravviverà ai riff della vita familiare a cui ha detto "no" negli anni Ottanta?
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Meryl Streep, a un certo punto il suo personaggio dice: "Mick Jagger ha avuto sette figli da quattro madri", e non è un complimento.
"E' un modo di far notare che per un uomo la scelta di essere o meno un rocker è perdonata. A una donna no. Amo questo di Ricki e del modo di scrivere di Diablo Cody: l'onestà, la schiettezza. Di Ricki mi piacciono in particolare le contraddizioni. Nelle prime trenta pagine della sceneggiatura di Diablo Cody credo lei pronunci "Mi dispiace" una dozzina di volte. "Mi dispiace", "mi dispiace", "mi dispiace"... Ma non le dispiace affatto! Ecco che cosa amo di Ricki. Non si pente di quello che ha combinato nella vita. Lei è ciò che ha scelto di essere, coerentemente con la sua personalità e il suo istinto di donna. Se tutte noi riuscissimo a gestire la nostra vera natura con quello spirito, diremmo "I gotta go/Devo andare" più spesso. Saremmo capaci di andar via da tutto quello che non ci rappresenta".
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Un'altra caratteristica di Ricki che l'ha conquistata?
"La vena di mistero. Diablo Cody ha l'abilità di mettere sul tavolo le cose senza dover per forza "spiegare". Ognuno poi tira le somme che vuole sui personaggi. C'è chi riesce ad empatizzare con Ricki, chi invece la teme e ne prende le distanze. In una scena lei e l'ex marito discutono animatamente sul poter avere o meno due sogni, nella vita. Lui è convinto che non si possa. Ecco la ragione per cui matrimoni come quello tra Ricki e Pete non funzioneranno mai. Lui potrebbe spostarsi come e quando vuole, portando il suo business finanziario da un posto all'altro, e intanto supportare la moglie mentre suona sul palco. Lei sosterrebbe lui e il suo sogno di avere una famiglia felice, convenzionale. Ma no, questo non accade. Perché il marito preferisce giudicarla. E' la storia di ogni matrimonio, ammettiamolo. Gli opposti si attraggono per un po' e poco dopo si prendono a calci. Pete amava il fattore rock'n'roll di Ricki, lo riteneva sexy e avventuroso. Lei adorava la sua stabilità. Ma alla fine dice addio alla noia domestica. Un milione di relazioni si alimenta di queste dinamiche".
 
Se Ricki avesse scelto di andare in tour e lasciar perdere la famiglia, oggi, forse per lei le cose sarebbero andate in maniera diversa.
"Certo. (ride) Le donne sono molto più tenaci e libere di - quando? - quarantamila anni fa. Forse è dal Ventesimo Secolo che le donne possono contare un po' di più su sé stesse. E' una liberazione recente, non sottovalutiamolo".
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E a proposito di musica, che rapporto ha Meryl Streep con il rock?
"Devo dire grazie al geniale insegnante Neil Citron che, in appena due settimane e con dieci brani da imparare, mi ha messo la Telecaster tra le mani ed insegnato tutti i trucchi e gli accordi. E' merito suo se la musica che sentite nel film è eseguita dal vivo e non doppiata in studio. C'è un'enorme differenza tra il suonare una chitarra acustica ed una elettrica. Non sono un'ascoltatrice rock al 100 per cento ma, durante le riprese, in cuffia avevo sempre Lucinda Williams. Ogni giorno. Un ragazzo della crew l'aveva seguita in tour e registrato un concerto live di 5 ore. Da quell'audio ho imparato tutto su Ricki, anche se il mio personaggio non è per niente come lei. Però io mi sono fatta un'idea generica sul modo di parlare, di suonare. E sul che cosa significhi essere rock. Vuoi sapere che cosa significa? Vuol dire rimanere autentici. Integri".
 
Nel film scopriamo che Ricki ha votato per i repubblicani negli anni Ottanta. Qual è il candidato che voterebbe oggi?
"(ride) Non saprei. C'è gente nel mio paese che guarda solo la tv in aeroporto. Oppure guarda Fox News che dà una versione diversa degli eventi e dello stato di salute dell'America rispetto a Cnn, per dire. Ogni organo di stampa sa essere convincente e persuasivo. E se tu credi a quello che vedi e senti, ti formi su quell'opinione. Senza contare che parecchia gente non legge più un giornale".
 
La figura di Greg (Springfield) come la descriverebbe?
"E' il lead guitar della band The Flash e aspira anche a diventare il mio uomo per la vita. Solo che deve fare i conti con i casini di Ricki e questo genera un po' di frustrazione. Rick Springfield è un eccellente musicista e cantante, non gli soffierò il posto, può stare tranquillo".
 
Com'è lavorare con Kevin Kline?

"E' anche lui un musicista di talento, oltre ad essere un grande attore. E' venuto a vedermi il primo giorno di riprese nel club, quando dovevo esibirmi e mi ha detto: "Il sound non è mica male". L'ho trovato il più bel complimento di sempre".
 
In scena Ricki ha una capigliatura davvero bizzarra.
"Uno dei rari casi - forse il primo - in cui non sono stata affiancata dall'esperto di make-up J. Roy Helland, a cui sono affezionata. A casa, ricordo, mi esercitavo notte e giorno tentando di darmi un look da rocker. Pensavo di raparmi a zero a destra e di lasciare i capelli più lunghi e lisci a sinistra. Poi ho provato con dei capelli finti per aumentare il volume. Un giorno mio marito è venuto da me, mi ha guardata e ha detto: "No". Allora è intervenuto Roy a distanza, suggerendomi delle ciocche di capelli da inchiodare sulla testa, tipo extension. Ne avevo solo una in fronte e due dietro ma già amavo quello stile. E così sono arrivate le trecce di lato".
 
E' il suo terzo film con sua figlia Mamie Gummer.
"Sì. La trovo un'attrice straordinaria. Oltre ad avere un ottimo senso dell'umorismo, non ha paura di niente. Ha sempre avuto il senso della verità. E' onesta. Con me, da figlia, lo è stata pure troppo..."
 
Ma le ha dato qualche consiglio sulla professione d'attrice?
"Tu hai figli?"

No.
"Allora ti faccio vedere che fine fa il consiglio di una madre. (con la mano a forma di pinna di squalo attraversa i suoi capelli) Un consiglio fa questo effetto: ti passa tra i capelli, ti sfiora, nemmeno lo avverti. Ma, attenzione, perché i figli ci osservano. Imparano tutto dal modo in cui conduciamo la nostra vita. Quando in casa inizio una frase con "Sai che cosa ti suggerisco?" sento già tutti i portelloni del cervello dei miei figli chiudersi. Se lo faccio con un amico, le porte invece si aprono".
 
E' stata una madre presente?
"Quando erano più piccoli, portavo i miei figli Mamie, Grace, Louisa Jacobson e Henry Wolfe sempre con me. Quando sono cresciuti e sono diventati adolescenti, sceglievo progetti che non mi tenessero lontana da casa per più di due settimane. Ora che sono adulti, sai che ti dico? (urla) Sono liberaaaaaa! Credevo di esserlo. Ultimamente ho trascorso tre mesi in una casa a Notting Hill con il mio make-up artist. Bene. Prima è arrivata Mamie per dieci giorni, Grace ha soggiornato per una settimana, Louisa si è aggiunta col suo ragazzo, Henry con la sua fiamma. E, ciliegina sulla torta, mio marito è rimasto a Londra per due settimane seguito da mio fratello. Questi sono i miei giorni di solitudine, chiaro?"
 
Insomma ha poca libertà. E il regista Jonathan Demme gliene ha data sul set?
"No. Non l'ha fatto. Mi ha imposto di non parlare con Mamie per tutta la durata delle riprese. (sospiro) Ho sbottato: "Cosa?!". E lui: "Per favore non parlarle del film e durante il film". Allora mi sono detta: "Ok, lo faccio. Se lo chiede, avrà le sue ragioni. Servirà al personaggio". Ho mantenuto questa linea di condotta per un breve periodo poi ho infranto la regola. Sono così vicina a mia figlia da star male se non le parlo. E due giorni fa soltanto Mamie mi ferma e dice: "Jonathan non mi aveva mai detto che ti aveva domandato di non rivolgermi la parola". Allora mi sono... Arrabbiata. L'ho vista come una manipolazione. Ci devo ancora riflettere su poi parlerò con Jonathan. Ma, guardando il film sullo schermo, ammetto che ha avuto ragione a tenerci a distanza, perché la relazione tra Ricki e Julie, nel film, è molto realistica. In fondo, anche se non lo ammetteranno mai, tutti erano preoccupati che tra me e Mamie l'alchimia non funzionasse in qualche modo. Ma noi Gummer Girls siamo incontrollabili! E ce l'abbiamo fatta".