ROMA - Se c'è una cosa che i festival di cinema o di teatro ancora fanno è mostrare tendenze, indicare prospettive, rendere pubblico un lavoro creativo sotterraneo, altrimenti invisibile. Dall'ultima Mostra del Cinema di Venezia è emerso in modo chiaro e interessante il progressivo avvicinamento di due mondi finora lontani, specie in Italia. E' come se cinema e teatro avessero trovato percorsi comuni, interessanti e proficui: il teatro portando una maggior definizione di contenuti culturali, e la sua vocazione verso la sperimentazione linguistica, il cinema riversando emozioni, capacità narrativa e la sua forza di collocazione sul mercato. Ma questi sono alcuni degli elementi che congiungono i due territori creativi, molti altri ne sono emersi da un interessante convegno che si è svolto proprio a Venezia per le Giornate degli Autori, a cura di Marina Bianchi e Oliviero Ponte di Pino con produttori, registi e attori, e altri ancora dai risultati concreti di questo incontro, mai fervidi come quest'anno.
A partire dal caso più inedito e particolare: La ragazza Carla presentato al 20° Milano Film Festival in anteprima, nasce dall'incontro di diversi artisti milanesi che hanno voluto raccontare un altro clima e un'altro sentimento verso la propria città rispetto a quello pirotecnico dell'Expo. Lo hanno fatto in modo inconsueto, "girando" un poema, La ragazza Carla di Elio Pagliarani, scritto nel '54, pubblicato nel 62, stimolati dal trentennale lavoro teatrale che l'attrice Carla Chiarelli ha svolto su quest'opera: il regista Alberto Saibene, il direttore della fotografia Luca Bigazzi, il produttore Gianfilippo Pedote (e la sua Mir), Chiarelli con Elio come protagonisti, hanno così realizzato un film che sta tra il teatro, il documentario, la fiction in modo straordinariamente originale, con un linguaggio nuovo innanzitutto per il cinema. Sullo schermo si vedono immagini di repertorio della Milano anni Cinquanta, disegni animati (di Gabriella Giandelli), alcune scene con Elio e la Chiarelli stessa che richiamano l'intreccio del racconto, mentre su tutto scorre la voce dell'attrice che declama, con seduttiva dolcezza, il poema. Il quale è una bellissima e struggente storia, di una ragazza milanese, piccolo borghese milanese, affezionata alla propria indipendenza ma anche al proprio piccolo territorio interiore. Quando deve andare a lavorare come dattilografa alla Transocean Limited Import Export Company, e il dirigente allunga le mani, la piccola Carla vorrebbe darci un taglio. Ma la madre, vedova la fa tornare sui suoi passi, perché dei soldi del suo stipendio comunque c'è bisogno. In questa storia semplice, c'è tutto un clima reale e umano che sta tra voglia di riscatto e necessità, tra sogni e alienazione, ma anche una Milano onesta, operaia, anonima e dignitosa. Il film tutto questo lo rende portando in primo piano la parola di Pagliarani che risuona sulle immagini con il ritmo e il respiro della sua bella lingua.
Un esperimento interessante per il cinema è anche Il paese dove gli alberi volano che andrà in onda su SkyArte in ottobre e in questi giorni al cinema Farnese di Roma. Davide Barletti e Jacopo Quadri hanno realizzato un film sul leggendario Odin Teatret e sul suo regista Eugenio Barba, uno dei grandi riformatori del teatro del Novecento in modo molto poco convenzionale: anzicché documentare gli spettacoli, o il lavoro degli attori dell'Odin che ha fatto scuola in tutto il mondo, i due registi hanno seguito Barba nella preparazione della festa dei 50 anni del gruppo, con lo straordinario risultato di mostrare cosa è il mondo del teatro: incontri, incroci, culture e generazioni diverse che si mescolano e dialogano, convivono trascinati dall'energia di Barba. C'è tutto un clima di multiculturalismo positivo sullo sfondo della piccola cittadina danese, Holstebro dove da 50 anni l'Odin vive e fa teatro, un'atmosfera intensa e dialogante capace più di tanti spettacoli di mostrare quanto il teatro sappia rendere "reali" i sogni.
E, a proposito di clima, un plauso va a Roberto Bolle per il suo debutto da regista in uno degli episodi di Milano 2015 - il docufilm prodotto da Lionello Cerri sul capoluogo lombardo dove il celebre ballerino ha mostrato la Scala che non si vede, quella dei tecnici, degli artigiani, dei bambini che studiano per diventare etoile. Come il cinema testimonia il grande lavoro della macchina scenica.
Volutamente "canonico" nel suo linguaggio cinematografico e struggente è l'omaggio che il regista Franco Maresco ha fatto a Franco Scaldati, un "grande" del teatro siciliano e non solo: un autore e attore e regista, scomparso nel 2013 che il critico Franco Quadri scoprì e osannò anche fuori dalla Sicilia, un artista che con le sue scritture sceniche ha raccontato l'umanità ai margini con una delicatezza e verità, grazie anche alla forza espressiva di una lingua "teatrale" inventata sulle radici del dialetto. Gli uomini di questa città io non li conosco, come si intitola il film, è una commovente ricostruzione del lavoro che Scaldati fece in teatro, attraverso le registrazioni dei suoi lavori, interviste video e le testimonianze di chi lo ha conosciuto, seguito e amato, a partire dal bellissimo "Pozzo dei pazzi" del 1990. Non ci sono sperimentazioni, in questo caso, ma la forza del cinema che con la sua capacità narrativa porta allo scoperto il senso politico ed emotivo del teatro di Scaldati e quanto la sua creatività sia stata e ancora è decisiva nella riflessione sui temi più profondi di questo nostro tempo.
A partire dal caso più inedito e particolare: La ragazza Carla presentato al 20° Milano Film Festival in anteprima, nasce dall'incontro di diversi artisti milanesi che hanno voluto raccontare un altro clima e un'altro sentimento verso la propria città rispetto a quello pirotecnico dell'Expo. Lo hanno fatto in modo inconsueto, "girando" un poema, La ragazza Carla di Elio Pagliarani, scritto nel '54, pubblicato nel 62, stimolati dal trentennale lavoro teatrale che l'attrice Carla Chiarelli ha svolto su quest'opera: il regista Alberto Saibene, il direttore della fotografia Luca Bigazzi, il produttore Gianfilippo Pedote (e la sua Mir), Chiarelli con Elio come protagonisti, hanno così realizzato un film che sta tra il teatro, il documentario, la fiction in modo straordinariamente originale, con un linguaggio nuovo innanzitutto per il cinema. Sullo schermo si vedono immagini di repertorio della Milano anni Cinquanta, disegni animati (di Gabriella Giandelli), alcune scene con Elio e la Chiarelli stessa che richiamano l'intreccio del racconto, mentre su tutto scorre la voce dell'attrice che declama, con seduttiva dolcezza, il poema. Il quale è una bellissima e struggente storia, di una ragazza milanese, piccolo borghese milanese, affezionata alla propria indipendenza ma anche al proprio piccolo territorio interiore. Quando deve andare a lavorare come dattilografa alla Transocean Limited Import Export Company, e il dirigente allunga le mani, la piccola Carla vorrebbe darci un taglio. Ma la madre, vedova la fa tornare sui suoi passi, perché dei soldi del suo stipendio comunque c'è bisogno. In questa storia semplice, c'è tutto un clima reale e umano che sta tra voglia di riscatto e necessità, tra sogni e alienazione, ma anche una Milano onesta, operaia, anonima e dignitosa. Il film tutto questo lo rende portando in primo piano la parola di Pagliarani che risuona sulle immagini con il ritmo e il respiro della sua bella lingua.
Un esperimento interessante per il cinema è anche Il paese dove gli alberi volano che andrà in onda su SkyArte in ottobre e in questi giorni al cinema Farnese di Roma. Davide Barletti e Jacopo Quadri hanno realizzato un film sul leggendario Odin Teatret e sul suo regista Eugenio Barba, uno dei grandi riformatori del teatro del Novecento in modo molto poco convenzionale: anzicché documentare gli spettacoli, o il lavoro degli attori dell'Odin che ha fatto scuola in tutto il mondo, i due registi hanno seguito Barba nella preparazione della festa dei 50 anni del gruppo, con lo straordinario risultato di mostrare cosa è il mondo del teatro: incontri, incroci, culture e generazioni diverse che si mescolano e dialogano, convivono trascinati dall'energia di Barba. C'è tutto un clima di multiculturalismo positivo sullo sfondo della piccola cittadina danese, Holstebro dove da 50 anni l'Odin vive e fa teatro, un'atmosfera intensa e dialogante capace più di tanti spettacoli di mostrare quanto il teatro sappia rendere "reali" i sogni.
E, a proposito di clima, un plauso va a Roberto Bolle per il suo debutto da regista in uno degli episodi di Milano 2015 - il docufilm prodotto da Lionello Cerri sul capoluogo lombardo dove il celebre ballerino ha mostrato la Scala che non si vede, quella dei tecnici, degli artigiani, dei bambini che studiano per diventare etoile. Come il cinema testimonia il grande lavoro della macchina scenica.
Volutamente "canonico" nel suo linguaggio cinematografico e struggente è l'omaggio che il regista Franco Maresco ha fatto a Franco Scaldati, un "grande" del teatro siciliano e non solo: un autore e attore e regista, scomparso nel 2013 che il critico Franco Quadri scoprì e osannò anche fuori dalla Sicilia, un artista che con le sue scritture sceniche ha raccontato l'umanità ai margini con una delicatezza e verità, grazie anche alla forza espressiva di una lingua "teatrale" inventata sulle radici del dialetto. Gli uomini di questa città io non li conosco, come si intitola il film, è una commovente ricostruzione del lavoro che Scaldati fece in teatro, attraverso le registrazioni dei suoi lavori, interviste video e le testimonianze di chi lo ha conosciuto, seguito e amato, a partire dal bellissimo "Pozzo dei pazzi" del 1990. Non ci sono sperimentazioni, in questo caso, ma la forza del cinema che con la sua capacità narrativa porta allo scoperto il senso politico ed emotivo del teatro di Scaldati e quanto la sua creatività sia stata e ancora è decisiva nella riflessione sui temi più profondi di questo nostro tempo.