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CINEMA

"La fabbrica del vedere" di Carlo Montanaro: "Mi sento il Peter Pan del cinema"

Nella sua casa veneziana, il critico fondatore delle "Giornate del cinema muto" a Pordenone ha creato un museo assemblando oggetti, pellicole e materiali di ogni genere, dai fratelli Lumiére ai giorni nostri: "I film sono magia"

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“Uno dei miti sorti attorno alla figura di Orson Welles è che era sempre in cerca di soldi per i suoi film. In quei tre giorni sono stato io a prendere soldi da Orson Welles”. Ne Il Mercante di Venezia, opera non compiuta del regista americano di cui tutto ciò che è stato recuperato e restaurato è stato proiettato in anteprima mondiale durante la serata di preapertura del Festival di Venezia, Carlo Montanaro ha fatto da comparsa “ero vestito di nero, col cappellaccio tricorno e la maschera bianca col nasone”. La sua paga? Ben quindicimila lire al giorno: “Avevano allestito il set sull’isola della Giudecca. Orson Welles è arrivato vestito da Shylock con la scatola di sigari sotto il braccio e uno acceso in mano. Alle sue spalle, un assistente portava la bottiglia di whisky e il contenitore del ghiaccio: Orson Welles viveva il set fumando e bevendo, sempre però con molta parsimonia”. Aveva chiaro in mente il tipo di immagini che voleva realizzare prima ancora di iniziare a riprendere: “forti e imprescindibili. Come per la scena della traversata del sagrato della basilica di San Giorgio: non ci dovevano essere barche che passavano sullo sfondo. Ci  impiegammo ore per riuscirci… del resto non si poteva bloccare il traffico da San Marco fino alla Giudecca!”.
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Carlo Montanaro ricorda l’esperienza con Orson Welles con la precisione nei dettagli di chi, consapevole dell’unicità dell’occasione, ha assorbito da quell’incontro tutto il possibile. Ma è solo uno dei tanti modi in cui l’aspirante regista, critico per anni al Festival di Venezia, uno dei fondatori delle Giornate del cinema muto (la rassegna di Pordenone che Variety ha inserito tra i 50 festival cinematografici più importanti) e proprietario di uno dei più ricchi archivi cinematografici italiani, ha espresso il suo amore per il cinema. “È infatti un altro – dice – l’incontro che mi ha cambiato la vita”. L’anno è sempre quello de Il Mercante di Venezia, il 1969, ma variano protagonisti e ruolo: Carlo Montanaro ha la possibilità di assistere Luigi Comencini alla regia del film Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano. “Comencini mi ha insegnato tutto, a lui devo la mia professionalità”. Venezia era stata trasformata in Padova, sul set era stato trasportato un cavallo con un calesse: “male interpretando un segnale, ho dato lo stop alle riprese. A Comencini per poco non viene un coccolone, ha dato in escandescenza e buttando a terra il cappello mi ha gridato di andarmene”. Dopo giorni, Montanaro è potuto tornare sul set “a cento metri dalla macchina da presa”. Ci sono volute due settimane perché Comencini annunciasse alla troupe: “Montanaro si è riabilitato”. “Da quel momento, vi assicuro, non ho più sbagliato”.
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Dai Lumière a Mussolini c’è la storia del cinema alla Fabbrica del Vedere. Carlo Montanaro ricorda e racconta e nel farlo si muove nel suo appartamento con estrema attenzione e delicatezza. La sua “Fabbrica del vedere” è un grande raccoglitore di oggetti, un po’ sistemati sugli scaffali, alcuni sui tavoli, altri a terra. Urtare un libro, uno stereoscopio, una camera oscura o inciampare tra i fili di un proiettore è cosa semplice e il danno potrebbe essere enorme. Sì, perché salire i tre piani di questa casa del 1600, restaurata da Montanaro stesso, è un po’ come intraprendere un viaggio con una macchina del tempo e ripercorrere tutte le fasi della storia del cinema, “sono io l’icononauta di cui parla Gian Piero Brunetta nel suo libro”, scherza. Il lampadario del secondo piano altro non è che la stampa di un panorama (la fotografia a 360 gradi) realizzato dai fratelli Lumière, di cui Montanaro possiede il negativo originale, che ritrae piazza San Marco “molto probabilmente in un giorno di primavera del 1901 perché nel 1902 il campanile è caduto”. Il padrone di casa, poi, prende una scatoletta in ferro (quelle in cui si raccoglievano le prime pellicole, lunghe solo pochi metri): “anche questa è dei Lumière”dice srotolando un negativo originale di una delle prime riprese fatte a Venezia dai fratelli francesi. Il soggetto? Una signora che dà da mangiare ai piccioni. “Calli e Canali in Venezia” è un libro di fotografie di fine Ottocento, “Illusione” è più recente: “il cinema è magia” dice Montanaro che conta tra i suoi amici il mago Silvan e la famiglia Méliès. E ancora, foto di scena, di attori e attrici passati dalle varie edizioni della Mostra del Cinema. Quanto agli strumenti, dalle lanterne magiche (antenati dei moderni proiettori) in latta e coloratissime si passa alle macchine da presa di epoca fascista: “Mussolini stesso ne chiedeva la produzione all’industria italiana, “Il cinema è l’arma più forte” diceva”. Il percorso si conclude con la sala più “tecnologica”: ci sono lettori dvd, uno scanner e un proiettore a parete: “In sei o sette ci si sta”. Quanto ai titoli, c’è solo l’imbarazzo della scelta tra le migliaia di film. Tutto questo è frutto di scambi, acquisti, aste a cui Carlo Montanaro partecipa dagli anni Sessanta. “Il primo oggetto l’ho raccolto quando avevo quattordici anni. Era il mio primo viaggio al Lido durante il Festival: dal casellario spuntava lo spigolo di una fotografia, l’ho rubata e sono scappato”.

All’ingresso ci accoglie Marilyn Monroe In questi giorni il piano terra della Fabbrica del Vedere ospita la mostra “La Magnifica Marilyn”: tredici “fotobuste” originali degli anni Cinquanta (le locandine all’ingresso dei cinematografi, più belle dei semplici manifesti, costruite con più scene del  film e tutte le indicazioni su registi e interpreti) dei film che hanno visto per protagonista l’attrice americana. Come sposare un milionario, Quando la moglie è in vacanza, Niagara e A qualcuno piace caldo, film che ha partecipato, fuori concorso, alla XX Mostra del Cinema di Venezia. “Non c’è una ricorrenza, un anniversario particolare, ma abbiamo voluto trovare così il legame con il Festival”. Era il 1959 e l’idea che c’era a Venezia di Marilyn (ma in realtà in tutto il mondo) “era quella di un mito. Tutto quello che sappiamo oggi non lo sapevamo allora: l’instabilità emotiva, i problemi a memorizzare le battute sopravvenuti proprio sul set con Billy Wilder. Quelli erano gli anni in cui l’attrice splendidamente riempiva lo schermo e fuori dai cinema c’era la fila per lei”.

Troppi film e poca selezione, ecco cosa non va oggi della Mostra del Cinema Eppure, dal quartier generale di Carlo Montanaro, il Lido e la 72esima edizione del Festival di Venezia sembrano lontani. “Oggi si vorrebbero avere dieci film all’ora, ci sono troppe proiezioni e il rischio è quello di ubriacarsi”. Montanaro ricorda le direzioni di Luigi Chiarini e Carlo Lizzani, avendo collaborato con entrambi dice “con loro vigeva il principio della selezione, hanno portato i grandi autori a Venezia, senza rinunciare però alla leggerezza”. Così, ad esempio, l’anno che ha visto trionfare Roberto Rossellini e Mario Monicelli con, rispettivamente, Il Generale della Rovere e La Grande Guerra è stato lo stesso anno che aveva in programma, fuori concorso, A qualcuno piace caldo “che solo successivamente è diventato un cult, allora era un solo una commedia divertente”. Carlo Montanaro a questo punto si ferma, “non avrei mai potuto fare il direttore di un festival…mi chiamano Brontolo, ma sai chi mi sento in realtà? Peter Pan”. E dal terrazzo sul tetto della "Fabbrica del Vedere" sventola la bandiera dei pirati.