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CINEMA

Cate Blanchett, con Redford protagonista di "Truth": "Fatico a credere a ciò che leggiamo"

L'attrice, sul set con Robert Redford, interpreta la produttrice della celebre trasmissione della CBS che mandò in onda i dettagli militari di George Bush jr con cui evitò la guerra in Vietnam

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 “Pensavo fosse brava, ma è la migliore al mondo!”, dice Robert Redford di Cate Blanchett, la quale ribatte ridendo: “La chimica fra me e Robert è assolutamente sessuale!”. Ma è chiaro che non è questo che ha attratto la grande attrice australiana, 46 anni, tre figli con il marito, lo scrittore Andrew Upton, e una bambina adottata da poco, e il più sexy settantenne d’America al film Truth, in uscita sugli schermi americani il 16 ottobre e in quelli italiani il 5 gennaio dopo aver aperto la Festa di Roma.
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Scritto e diretto da James Vanderbilt, al suo primo film, e basato sul libro della produttrice della CBS Mary Mapes Truth and Duty: The Press, The President, and the Privilege of Power, Truth esamina i retroscena e le conseguenze del famoso segmento del programma di news televisivo 60 Minutes della CBS sul record militare di George Bush jr e la controversia con cui evitò la guerra in Vietnam. Il programma, andato in onda durante la campagna di rielezione di Bush, costò il licenziamento della Mapes (Blanchett nel film) e le dimissioni, pochi mesi dopo, del leggendario giornalista televisivo Dan Rather (Redford).

“Sono cresciuta credendo in quello che leggevo e adesso penso che facciamo fatica a credere che tutto quello che leggiamo sia vero”, dice la Blanchett, elegantissima in un abito di Riccardo Tisci, incontrata a Los Angeles poco prima della prima del film all’Academy of Motion Pictures. “Questo film è ambientato nel 2004 ma sembra una storia così recente, anche se in un panorama politico completamente diverso. Oggi l’intreccio di media e politica è diventato così invisibilmente inestricabile che fare giornalismo politico è tutta un’altra faccenda. Penso che il film sia interessante proprio perché solleva la domanda su quale sia il ruolo del giornalista”.
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Nel caso di Mary Mapes, continua la Blanchett, “la responsabilità che avevo era molto forte perché Mary è viva e vegeta. Il suo comportamento all’epoca, le sue opinioni politiche, sono state totalmente vivisezionate dai media. E nonostante la sua bravura come produttrice non è mai stata più assunta in televisione. Il rapporto fra lei e Dan era fortissimo, era come un matrimonio intellettuale, pieno di ammirazione reciproca, di intensa lealtà e rispetto l'uno per l’altra. Erano giornalisti che ci credevano e mettevano tutto quello che avevano nel loro lavoro. Lei e Dan sono venuti sul set mentre giravamo e non credo di essere mai stata così nervosa e consapevole di quello che stavo facendo in vita mia! Erano certo altri tempi. Oggi abbiamo i Kardashian che hanno ridefinito cosa costituisca uno scandalo. All’epoca la squadra di 60 Minutes era in caduta libera perché non avevano mai sperimentato una cosa del genere; oggi se una storia controversa come questa dovesse emergere il canale avrebbe già decine di esperti di comunicazione pronti a ribattere e cambiare le carte in tavola, mentre all’epoca Mary e Dan navigavano in acque non battute”.

Cate Blanchett mette in guardia dall’usare il cinema come piattaforma politica: “Penso che il ruolo del prodotto culturale, così come quello del giornalista, sia quello di fare domande, non di commentare, non mi interessa un cinema di messaggio. Penso che il potere di un film sia la controversia che solleva: sta al pubblico aprire il dibattito sulla storia che il cinema offre. Non dai risposta a quelle domande, semplicemente le poni”. Intanto Cate Blanchett si prepara per l’uscita di due film: quello di Terrence Malick, Knight of Cups (in cui recita accanto a Christian Bale e Natalie Portman), che ha debuttato allo scorso festival di Berlino, e di Carol, diretto da Todd Haynes e tratto dal romanzo di Patricia Highsmith The Price of Salt che creò scandalo all’epoca della sua pubblicazione (1952) per la descrizione di un amore gay con una sorta di “happy ending”: ambientato negli anni Cinquanta a New York, è la storia di una timida impiegata di un grande magazzino (Rooney Mara) che si innamora di una donna molto più grande di lei (Blanchett).

Anche in questo caso, già si parla di possibili candidature all’Oscar per entrambe le attrici. La Blanchett si trova a dover difendere la sua scelta di ruoli: “Così come non dovrei esercitarmi a fare un’assassina se dovessi recitarne una, né ho dovuto fare la giornalista per mesi per interpretare Mary Mapes, allo stesso tempo non ho avuto bisogno di fare esperienze omosessuali per capire cosa provava il mio personaggio in Carol", spiega rispondendo a messaggi arrivati tramite Twitter. “È per questo che è importante per me e mio marito dare ai nostri figli un posto tranquillo dove essere se stessi – e vivere in Australia in questo aiuta – lontani dalla necessità di riempiere il vuoto 24 ore al giorno con informazioni”.