"Tu hai paura della camera 237?" chiede il piccolo Danny a Mr Halloran, con il quale condivide il potere della “luccicanza”. È appena arrivato all’Overlook Hotel, questo il nome dato in Shining allo Stanley Hotel di Estes Park, Colorado, e non ha ancora visto alcun fantasma, alcun demone né goccia di sangue. Ma quella camera, quell'enorme struttura da 140 stanze esercitano sul bambino un'inquietudine che si rivelerà premonitrice. Del resto, lo aveva avvisato anche Tony, il suo amico immaginario: "Non voglio andare in quell’albergo, Danny". E poi, di nuovo Mr Halloran, nel primo dei suoi vani tentativi di proteggere la famiglia: "Credo che siano successe tante cose in questo Hotel nel corso degli anni e non tutte cose belle". E voi? Avreste paura di mettere piede nella Sala Colorado? O sulla moquette dei corridoi al primo piano? Aspettate prima di rispondere: non si tratta della classica visita a quello che è diventato uno dei set cinematografici più famosi, qui stiamo parlando di esperire il terrore in prima persona. Lo Stanley Hotel, infatti, vuole trasformare le sue stanze in un museo dell’orrore. Pensate solo un attimo a quanto potrebbe essere spaventoso: girare l’angolo e trovare di fronte le gemelle che vi chiedono di giocare con loro, essere travolti da ondate di sangue o sentire la risata spaventosa del cadavere in decomposizione imprigionato nella stanza 237.
Museo, archivio e studio di produzione Il progetto presentato dall'Hotel prevede anche la realizzazione di un archivio filmico, uno studio di produzione cinematografica e un auditorium. Se Elijah Wood e il suo collega inglese Simon Pegg si sono già detti disponibili a guidare il consiglio di direzione del futuro Stanley Film Center, quello che manca è l’approvazione finale dello Stato del Colorado. La struttura infatti vorrebbe attingere ai fondi destinati a incentivare il turismo e ha richiesto un investimento di 11,5milioni di dollari (oltre 10milioni di euro), sul totale di 24 milioni (quasi 22 in euro): tanto è stato stimato il prezzo necessario per realizzare questa giostra del terrore.
[[ge:rep-locali:repubblica:126319289]]
L’Hotel è il vero labirinto Ma come non averci pensato prima, verrebbe da dire! Guardando e riguardando il film si colgono tanti aspetti e alcune contraddizioni che gridano il desiderio di trovare una risposta. E nell’impossibilità di entrare nella mente di Kubrick, l’unica soluzione pare sia quella di entrare nell'Hotel. Sono quei corridoi, le scale, tutte quelle porte il vero labirinto, non quello di siepi all'esterno. E Jack Torrance (Jack Nicholson) è il minotauro. Guardatelo quando, dalla hall, scruta la moglie Wendy e il figlio Danny giocare fuori a palle di neve: capo chino e sguardo rivolto verso l’alto, è la trasposizione cinematografica della figura mitica. Lo Stanley Hotel fa oggi parte del Registro Nazionale dei luoghi storici, costruito nel 1909 in stile coloniale. Kubrick nel suo film aggiunge un elemento non presente nel romanzo di Stephen King da cui Shining è tratto: "L’Overlook è stato costruito tra il 1907 e il 1909 sopra un antico camposanto indiano" racconta Mr Ullmann, il direttore dell’Hotel, accogliendo i Torrance nella sua struttura. Questa affermazione, insieme ad altri elementi, costituisce una delle prove a sostegno della tesi secondo cui Shining sarebbe una grande allegoria dello sterminio dei Nativi americani ad opera dell'uomo bianco. E la cascata di sangue si giustifica proprio così: il pozzo dell’ascensore affonderebbe sui cadaveri degli indiani e anche se le porte restano chiuse (ad indicare la negazione della repressione) il sangue esce dai lati e ci sommerge. Tutto questo, insieme alle altre teorie (l'Olocausto, il falso allunaggio dell'Apollo 11) è spiegato nel documentario del 2013 Room 237 di Rodney Ascher. Col rischio che questa visione complichi solo le cose, è bene tenere presente almeno questo quando, mazza da baseball alla mano, farete il vostro ingresso allo Stanley Hotel: è inutile cercare la stanza 237, non esiste. La camera maledetta nel romanzo di King è la 217, ma se finora si è detto che il regista ha dovuto cambiare numero su richiesta del gestore dell'hotel preoccupato per la reazione dei clienti, la verità, secondo Ascher, è che si tratti di un altro messaggio subliminale. 237 sono infatti le miglia che indicano la distanza media tra la luna e la terra.
[[ge:rep-locali:repubblica:126319356]]
Un senso di inquietudine reale Insomma, ognuno può scegliere l’interpretazione che preferisce. Di certo, possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che Shining non è come gli altri film dell’orrore. Kubrick stesso se ne prende gioco: da un'inquadratura all’altra ci sono particolari che scompaiono (la sedia alle spalle di Jack quando, impegnato a scrivere a macchina, rimprovera Wendy per averlo interrotto, l’adesivo di Cucciolo attaccato sulla porta della stanza di Danny), la tv è accesa pur non avendo fili collegati alle prese di corrente e la stanza con le ragnatele e gli scheletri è così finta da rendere più reale tutto quello che succederà dopo. Per questo l'esperienza allo Stanley Hotel si prospetta come qualcosa di assolutamente terrificante.
[[ge:rep-locali:repubblica:126173775]]
[[ge:rep-locali:repubblica:126321298]]
LE CLIP DEL DOCUMENTARIO
S is for Stanley Kubrick, da regista a oggetto del racconto. In attesa di poter entrare nell'incubo kubrickiano per eccellenza un altro aspetto, ben più rassicurante è raccontato nel documentario S is for Stanley, girato da Alex Infascelli (Almost Blue, Il siero della Vanità), prodotto da Kinethica e Lock And Valentine e presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma. È la storia di Kubrick raccontata da chi, per trent’anni gli è stato affianco, un sedile avanti, più precisamente. L'italiano Emilio D’Alessandro infatti è stato il suo autista personale, ma in tutto quel tempo il rapporto con Kubrick è diventato inevitabilmente un rapporto di amicizia. All’età di 73 anni e dopo sedici dalla morte del regista, Emilio D'Alessandro decide che è arrivato il momento di aprire la scatola di ricordi e di condividere con il pubblico la storia del suo speciale compagno di viaggio. "Ho sentito parlare di Emilio durante un'intervista alla moglie di Kubrick - racconta il regista Alex Infascelli, il primo a rimanere sorpreso una volta terminato di girare il film - È stato un viaggio bellissimo che mi ha avvicinato alla personalità incredibile di due uomini: uno del quale credevo di sapere tutto e in realtà non sapevo niente, un altro del quale non sapevo nulla e che mi ha lasciato a bocca aperta con la sua storia".
Museo, archivio e studio di produzione Il progetto presentato dall'Hotel prevede anche la realizzazione di un archivio filmico, uno studio di produzione cinematografica e un auditorium. Se Elijah Wood e il suo collega inglese Simon Pegg si sono già detti disponibili a guidare il consiglio di direzione del futuro Stanley Film Center, quello che manca è l’approvazione finale dello Stato del Colorado. La struttura infatti vorrebbe attingere ai fondi destinati a incentivare il turismo e ha richiesto un investimento di 11,5milioni di dollari (oltre 10milioni di euro), sul totale di 24 milioni (quasi 22 in euro): tanto è stato stimato il prezzo necessario per realizzare questa giostra del terrore.
[[ge:rep-locali:repubblica:126319289]]
L’Hotel è il vero labirinto Ma come non averci pensato prima, verrebbe da dire! Guardando e riguardando il film si colgono tanti aspetti e alcune contraddizioni che gridano il desiderio di trovare una risposta. E nell’impossibilità di entrare nella mente di Kubrick, l’unica soluzione pare sia quella di entrare nell'Hotel. Sono quei corridoi, le scale, tutte quelle porte il vero labirinto, non quello di siepi all'esterno. E Jack Torrance (Jack Nicholson) è il minotauro. Guardatelo quando, dalla hall, scruta la moglie Wendy e il figlio Danny giocare fuori a palle di neve: capo chino e sguardo rivolto verso l’alto, è la trasposizione cinematografica della figura mitica. Lo Stanley Hotel fa oggi parte del Registro Nazionale dei luoghi storici, costruito nel 1909 in stile coloniale. Kubrick nel suo film aggiunge un elemento non presente nel romanzo di Stephen King da cui Shining è tratto: "L’Overlook è stato costruito tra il 1907 e il 1909 sopra un antico camposanto indiano" racconta Mr Ullmann, il direttore dell’Hotel, accogliendo i Torrance nella sua struttura. Questa affermazione, insieme ad altri elementi, costituisce una delle prove a sostegno della tesi secondo cui Shining sarebbe una grande allegoria dello sterminio dei Nativi americani ad opera dell'uomo bianco. E la cascata di sangue si giustifica proprio così: il pozzo dell’ascensore affonderebbe sui cadaveri degli indiani e anche se le porte restano chiuse (ad indicare la negazione della repressione) il sangue esce dai lati e ci sommerge. Tutto questo, insieme alle altre teorie (l'Olocausto, il falso allunaggio dell'Apollo 11) è spiegato nel documentario del 2013 Room 237 di Rodney Ascher. Col rischio che questa visione complichi solo le cose, è bene tenere presente almeno questo quando, mazza da baseball alla mano, farete il vostro ingresso allo Stanley Hotel: è inutile cercare la stanza 237, non esiste. La camera maledetta nel romanzo di King è la 217, ma se finora si è detto che il regista ha dovuto cambiare numero su richiesta del gestore dell'hotel preoccupato per la reazione dei clienti, la verità, secondo Ascher, è che si tratti di un altro messaggio subliminale. 237 sono infatti le miglia che indicano la distanza media tra la luna e la terra.
[[ge:rep-locali:repubblica:126319356]]
Un senso di inquietudine reale Insomma, ognuno può scegliere l’interpretazione che preferisce. Di certo, possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che Shining non è come gli altri film dell’orrore. Kubrick stesso se ne prende gioco: da un'inquadratura all’altra ci sono particolari che scompaiono (la sedia alle spalle di Jack quando, impegnato a scrivere a macchina, rimprovera Wendy per averlo interrotto, l’adesivo di Cucciolo attaccato sulla porta della stanza di Danny), la tv è accesa pur non avendo fili collegati alle prese di corrente e la stanza con le ragnatele e gli scheletri è così finta da rendere più reale tutto quello che succederà dopo. Per questo l'esperienza allo Stanley Hotel si prospetta come qualcosa di assolutamente terrificante.
[[ge:rep-locali:repubblica:126173775]]
[[ge:rep-locali:repubblica:126321298]]
LE CLIP DEL DOCUMENTARIO
S is for Stanley Kubrick, da regista a oggetto del racconto. In attesa di poter entrare nell'incubo kubrickiano per eccellenza un altro aspetto, ben più rassicurante è raccontato nel documentario S is for Stanley, girato da Alex Infascelli (Almost Blue, Il siero della Vanità), prodotto da Kinethica e Lock And Valentine e presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma. È la storia di Kubrick raccontata da chi, per trent’anni gli è stato affianco, un sedile avanti, più precisamente. L'italiano Emilio D’Alessandro infatti è stato il suo autista personale, ma in tutto quel tempo il rapporto con Kubrick è diventato inevitabilmente un rapporto di amicizia. All’età di 73 anni e dopo sedici dalla morte del regista, Emilio D'Alessandro decide che è arrivato il momento di aprire la scatola di ricordi e di condividere con il pubblico la storia del suo speciale compagno di viaggio. "Ho sentito parlare di Emilio durante un'intervista alla moglie di Kubrick - racconta il regista Alex Infascelli, il primo a rimanere sorpreso una volta terminato di girare il film - È stato un viaggio bellissimo che mi ha avvicinato alla personalità incredibile di due uomini: uno del quale credevo di sapere tutto e in realtà non sapevo niente, un altro del quale non sapevo nulla e che mi ha lasciato a bocca aperta con la sua storia".