Gabriele Ferzetti, un gentiluomo in scena e sul grande schermo
È morto Gabriele Ferzetti, uno degli ultimi gentleman della scena contemporanea. Un affascinante signore a teatro e sullo schermo, un uomo appartato e schietto, un raffinato osservatore dei tempi che cambiano e un attore sottile, dedito sempre alla sottrazione e al perfezionismo. Nato a Roma il 17 marzo 1925, Gabriele Ferzetti ha iniziato la sua lunga carriera a teatro con Pirandello e Williams, ma è al cinema che deve la sua popolarità. La prima grande affermazione gliela offre Mario Soldati che lo dirige insieme a Gina Lollobrigida in "La provinciale" del 1953. Due anni dopo l'incontro con Michelangelo Antonioni che tra "Le amiche" e "L'avventura" ne fa l'emblema di una condizione maschile sospesa nell'incertezza, controcanto al maschio italiano dilagante ai tempi della rinascita economica. Antonio Pietrangeli lo sceglie per "Nata di marzo", Florestano Vancini gli affida uno dei suoi ruoli più belli in "La lunga notte del '43", Elio Petri gli dà la fama in "A ciascuno il suo". La duttilità d'interprete lo vede a suo agio in drammoni storici, commedie scanzonate, film d'avventura e drammi passionali. Non manca neppure l'appuntamento con i fermenti e gli scandali del '68, partecipando a "Grazie zia" di Salvatore Samperi, ma sarà Sergio Leone a dargli gloria assoluta disegnando con lui il memorabile affarista sofferente e cinico di "C'era una volta il West". In seguito ha lavorato con Liliana Cavani nel "Portiere di notte", nel "Quartetto Basileus" di Fabio Carpi, nell'Otello di Oliver Parker e, di recente, in "Io sono l'amore" di Luca Guadagnino, mantenendo sempre la classe ineguagliabile di gentiluomo (a cura di Rita Celi)
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