MARRAKECH – "Il mio cuore è pesante per i fatti di Parigi, il mio cuore è pesante per i fatti di San Bernardino, il mio cuore è pesante perché in questo strano mondo di oggi non c’è abbastanza amore, comprensione e solidarietà tra le persone, qualunque sia il loro background". È il commosso ringraziamento di Bill Murray al Festival di Marrakech che gli ha attribuito il premio alla carriera ed è Sofia Coppola che glielo consegna ricordando "il talento di un attore che è riuscito ad esprimere la sua geniale follia in oltre ottanta film", e Murray risponde di aver "sempre rifiutato questo genere di riconoscimenti, che suggerisce l’idea che sto per morire, ma stavolta accetto con gioia l’omaggio, perché questo è un tempo particolare e perché è qui, in questo festival, a Marrakech".
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Ed è il film Rock the Kasbah di Barry Levinson, di cui Murray è protagonista - "Un film che ha un messaggio: la musica, come tutta l’arte, è un dono di Dio e chi lo ha ricevuto ha il dovere di esprimerlo", dice l’attore – che ha aperto ieri sera la 15ma edizione del festival, dopo la presentazione dei giurati che, tutti, hanno salutato il pubblico in arabo. È un’edizione che ha rischiato di venire travolta dagli eventi di Parigi, dal clima di ansietà e di disagio che si era diffuso. Ma, come dice il direttore artistico Bruno Barde, "ha vinto la ragione e il festival è diventato un simbolo di resistenza, una risposta forte alla paura", visto che, pur essendo una rassegna internazionale, è comunque, da sempre, un’occasione di incontro tra la cultura francese e quella musulmana del Maghreb. A sottolineare il significato particolare di Marrakech 2015 è non solo la presenza del re del Marocco, Mohammed VI, ma anche negli interventi dei giurati e del loro presidente, Francis Ford Coppola. "Mia nonna era nata a Tunisi, parlava arabo, italiano, francese e inglese, ho imparato da lei a rispettare tutte le culture. Per questo amo il Marocco, Marrakech e la sua gente", dice il regista che al festival era venuto anche dopo l’11 settembre, anche allora come sfida ai pregiudizi. E a conclusione del suo intervento, Coppola ricorda "l’importanza della civiltà e della cultura araba nel 13mo secolo, essenziale per il progresso. E ci tengo a dire che non c’è un Dio dell’odio, io ho letto il Corano e parla di Dio misericordioso e pieno di grazia".
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Lo stesso sentimento è nelle parole dei giurati, dall’attrice Olga Kuryelenko alla star di Bollywood Richa Chadda - "In questa parte del mondo avete scoperto il terrorismo negli ultimi anni, nel mio paese viviamo nella violenza da sempre e il nostro cinema, attraverso l'amore e la musica cerca di trasmettere un messaggio di pace" - dalla giapponese Naomi Kawase al Jean-Pierre Jeunet, il quale ricorda di essere stato collaboratore di Charlie Hebdo, ma ammette che "se subito dopo l’attentato il mio sceneggiatore mi avesse proposto una storia sul fatto tema avrei avuto paura, avrei rifiutato, il kalashnikov avrebbe vinto". Sergio Castellitto, il giurato italiano, è il più efficace ad esprimere uno stato d’animo generale. "All’inizio, quando mi hanno chiamato, ho avuto paura. Poi ho riflettuto, ne ho parlato e ho capito che ritrovarci insieme fa parte del nostro lavoro di artisti, confrontarci un modo di cercare un’idea del futuro il più possibile ottimista. In fondo essere qui è un atto politico".
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Ed è il film Rock the Kasbah di Barry Levinson, di cui Murray è protagonista - "Un film che ha un messaggio: la musica, come tutta l’arte, è un dono di Dio e chi lo ha ricevuto ha il dovere di esprimerlo", dice l’attore – che ha aperto ieri sera la 15ma edizione del festival, dopo la presentazione dei giurati che, tutti, hanno salutato il pubblico in arabo. È un’edizione che ha rischiato di venire travolta dagli eventi di Parigi, dal clima di ansietà e di disagio che si era diffuso. Ma, come dice il direttore artistico Bruno Barde, "ha vinto la ragione e il festival è diventato un simbolo di resistenza, una risposta forte alla paura", visto che, pur essendo una rassegna internazionale, è comunque, da sempre, un’occasione di incontro tra la cultura francese e quella musulmana del Maghreb. A sottolineare il significato particolare di Marrakech 2015 è non solo la presenza del re del Marocco, Mohammed VI, ma anche negli interventi dei giurati e del loro presidente, Francis Ford Coppola. "Mia nonna era nata a Tunisi, parlava arabo, italiano, francese e inglese, ho imparato da lei a rispettare tutte le culture. Per questo amo il Marocco, Marrakech e la sua gente", dice il regista che al festival era venuto anche dopo l’11 settembre, anche allora come sfida ai pregiudizi. E a conclusione del suo intervento, Coppola ricorda "l’importanza della civiltà e della cultura araba nel 13mo secolo, essenziale per il progresso. E ci tengo a dire che non c’è un Dio dell’odio, io ho letto il Corano e parla di Dio misericordioso e pieno di grazia".
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Lo stesso sentimento è nelle parole dei giurati, dall’attrice Olga Kuryelenko alla star di Bollywood Richa Chadda - "In questa parte del mondo avete scoperto il terrorismo negli ultimi anni, nel mio paese viviamo nella violenza da sempre e il nostro cinema, attraverso l'amore e la musica cerca di trasmettere un messaggio di pace" - dalla giapponese Naomi Kawase al Jean-Pierre Jeunet, il quale ricorda di essere stato collaboratore di Charlie Hebdo, ma ammette che "se subito dopo l’attentato il mio sceneggiatore mi avesse proposto una storia sul fatto tema avrei avuto paura, avrei rifiutato, il kalashnikov avrebbe vinto". Sergio Castellitto, il giurato italiano, è il più efficace ad esprimere uno stato d’animo generale. "All’inizio, quando mi hanno chiamato, ho avuto paura. Poi ho riflettuto, ne ho parlato e ho capito che ritrovarci insieme fa parte del nostro lavoro di artisti, confrontarci un modo di cercare un’idea del futuro il più possibile ottimista. In fondo essere qui è un atto politico".