I 50 anni dell'Armata di Monicelli. E il Medioevo non fu più lo stesso
Chiara Ugolini
Il 7 aprile 1966 arrivava nelle sale 'L'armata Brancaleone', terzo incasso nella stagione e film preferito del Maestro Monicelli. Sicuramente quello che gli ha fatto guadagnare di più
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"Questo è il mio film preferito perchè rappresenta la rottura con una certa idea della storia medievale, fatta di paladini e dame cortesi mentre noi mostravamo la ferocia e l'inciviltà di quell'epoca". Così Mario Monicelli dieci anni fa, in occasione del restauro, ricordava L'Armata Brancaleone, terzo incasso nella stagione 1966-67, tre Nastri d'argento (Piero Gherardi per i costumi, Carlo Di Palma per la fotografia, Carlo Rustichelli per la musica) e un titolo diventato un modo di dire. Tanto che Alessandro Gassman spesso racconta: "Il film è stato girato poco dopo la mia nascita ed io ero convinto di essere il figlio di Brancaleone, anche durante il servizio militare marciavo a quel grido 'Branca branca...', solo in età matura ho capito l'errore". D'altronde era anche il film preferito di suo padre, Vittorio, che nel film era il cavaliere Brancaleone da Norcia, nobile di origini ma attualmente spiantato, che vaga per l'Italia alla ricerca del feudo di Aurocastro.
L'armata Brancaleone, Monicelli cult
Uscito in sala il 7 aprile del 1966 (prima della presentazione in concorso a Cannes nel maggio di quell'anno), L'Armata Brancaleone, festeggia in questi giorni mezzo secolo di vita. Con il suo linguaggio creativo, un "grammelot" in cui si mischiano latino medievale, dialetto, italiano aulico e gergo goliardico, i suoi costumi eccentrici dai colori sgargianti, le sue situazioni surreali, ma soprattutto un cast straordinario (che accanto a Gassman sfodera interpreti del calibro di Enrico Maria Salerno e Gian Maria Volonté, e una giovanissima Catherine Spaak), il film di Age e Scarpelli ha segnato l'ennesimo mattone di quella commedia all'italiana entrata nei manuali, quella che lo stesso Monicelli definiva "un tipo di commedia che sappiamo fare solo noi italiani". E in fondo un'"armata Brancaleone" era anche quella del film che ancora oggi viene considerato il suo capolavoro, La grande guerra, di Jacovacci (Alberto Sordi) e Busacca (ancora Gassman) di sette anni prima. La scelta di Vittorio Gassman in coppia con Carlo Pisacane (l'ebreo Abacuc) come ai tempi dei Soliti ignoti, da cui Monicelli traeva ispirazione per comporre la scalcinata combriccola protagonista, rispondeva proprio a quest'idea: fare un film sul Medioevo non storico e paludato ma in chiave di commedia. "Io per un paio di anni venni chiamato nelle università - raccontava Monicelli a Steve Della Casa nel libro L'Armata Brancaleone, quando la commedia riscrive la storia, che accompagnava il restauro - Mentre gli studenti si divertivano a vedere il film, i professori contestavano questo Medioevo malridotto, volgare, selvaggio e protervo".
Il nome di Brancaleone veniva da una cronaca antica della Disfida di Barletta. Se il suo giallognolo cavallo Aquilante (che, Monicelli raccontava, veniva dipinto ogni mattina da un cavallante e ogni sera ripulito perché non soffocasse per la vernice) rimanda al Ronzinante di Cervantes, molti dei personaggi minori aprono la via agli episodi del filone boccaccesco, dalla casta Matelda di Catherine Spaak alla ninfomane Teodora di Barbara Steele, fino alla vedova nerovestita di Maria Grazia Buccella. Anni dopo Catherine Spaak, che all'epoca ancora parlava poco l'italiano, avrebbe ricordato: "Sul set erano tutti maschilisti. Io ero molto giovane e incerta con l'italiano e sul quel set al 99% maschile, c'era giusto la sarta e la segretaria di edizione, mi accoglievano Gassman, Monicelli e tutti gli altri ogni mattina con parolacce e insulti e io spesso arrossivo e qualche volta ho pure pianto. Poi una volta però, Vittorio mi chiese scusa e diventammo amici".
'L'Armata Brancaleone' fa 50 anni, sul set con Mario Monicelli
Il film preferito del regista toscano compie mezzo secolo, un'occasione per rivedere questo esempio di commedia all'italiana che ha rivoluzionato la visione del Medioevo sul grande schermo. In questa galleria di immagini, provenienti dagli archivi CSC-Cineteca Nazionale, le foto di scena di Bruno Bruni. Bruni può essere considerato fra i maggiori fotografi di scena del cinema italiano. Nasce a Roma nel 1932 ed entra giovanissimo nell'agenzia fotografica di Sandro Vespasiani come apprendista. Nel 1951 diviene fotografo de L'Europeo. A partire dal 1955 lavora con uno dei più grandi fotografi del cinema Pierluigi Praturlon e si specializza nella fotografia di scena. Negli anni '60 entra nella Roma's Press Photo e nel 1979 fonda una sua agenzia la B.B.C. Ha lavorato con Monicelli, Zampa, De Sica, Risi, Scola, Germi, Bellocchio.
Il produttore Mario Cecchi Gori credeva poco nel progetto, temeva una deriva elitaria del suo regista, impose Volonté (reduce dal successo dei film di Leone) a Monicelli che gli avrebbe preferito Raimondo Vianello e mandò quasi controvoglia il film a Cannes, dove restò peraltro ignorato dalla giuria. Gli attori, Gassman in testa, firmarono per lealtà al regista, ma sul set non lesinavano ironie e beffe reciproche. Monicelli ci si gettò invece a corpo morto, accettando di lavorare gratis in cambio di una percentuale sugli incassi: fu probabilmente il miglior investimento della sua carriera, il film infatti incassò un miliardo e 800 milioni e da quel momento in poi nessun produttore accettò più di condividere con lui gli incassi dei film da lui girati.
Girato tra la Tuscia di Civita e la Toscana della Val d'Orcia e delle crete senesi con incursioni anche in Calabria, dalle parti di Capo Rizzuto, il film è impreziosito dalla collaborazione di artisti come il montatore Ruggero Mastroianni, la voce del tenore lirico leggero Piero Carapellucci, mentre le animazioni dei titoli di testa hanno la grazia impareggiabile dei disegni di Emanuele Luzzati. Ma la vera rivoluzione fu la scrittura. Come scrive il critico Paolo D'Agostini, "una lingua d'invenzione ottenuta miscelando tracce di tardo latino e volgare arcaico, soprattutto nell'eloquio grottescamente aulico di Brancaleone, a parlate contemporanee di provenienza laziale-umbro-marchigiana e chissà che altro (a Roma si direbbe "burine") per quanto riguarda la sua brigata. L'effetto comico è potente: A li lavacri, guerrieri cisposi!; Visiete finora coperti di merda, copritevi di gloria!". Secondo lo stesso regista l'idea per quel modo di parlare era venuta a lui e agli sceneggiatori già scrivendo il soggetto facendo riferimento al linguaggio parlato nel ghetto di Roma, un misto di romanesco, latino e chissà cos'altro.
Quattro anni dopo Monicelli girò il seguito Brancaleone alle crociate, un nuovo grande successo (anche se non pari del primo) di cui il regista era allo stesso tempo soddisfatto e deluso perché "non si deve mai fare il seguito di un film - diceva sempre a Della Casa in quella conversazione - A essere sinceri i seguiti vengono anche meglio dei primi, perché si è più avvertiti, si possono correggere tutte le cose che, a rivederle, si avrebbe voluto fare diversamente. Ma il secondo arriva comunque secondo anche se è meglio del primo. Brancaleone alle crociate poi affrontava più il tema della morte, dell'aldilà. C'era un'atmosfera tra il mistico e il surreale. E poi c'era Proietti di cui ero innamorato perché lo trovavo bravissimo. Più volte ho cercato di portarlo a fare cinema ma non l'ho mai convinto".