ROMA – Quattro ragazzini per le strade devastate di Gaza. Non sentono il peso delle barriere e di una vita sotto controllo, la povertà non è un problema, basta rimediare un pallone o una bicicletta malandata e tutto diventa un gioco. Ma per Mohammed Assaf, dieci anni, la sorellina Nour e gli amici più cari, Ahmed e Omar, la felicità è quando riescono a impossessarsi di una chitarra e un paio di strumenti sgangherati: suonano, cantano, si sentono un vero gruppo pop, si esibiscono nei matrimoni e nelle feste di famiglia, anche se una parte della comunità li giudica con severità. I quattro ragazzini sono gli scanzonati, divertenti protagonisti della prima parte di The Idol di Hany Abu-Assad, il regista di Nazareth,classe 1961, autore di Paradise now e Omar, entrambi candidati all’Oscar tra i titoli stranieri. La seconda parte del film si concentra sulla storia – vera – di Mohammed Assaf a partire dal 2012, quando, in una paese sempre più devastato e privo di speranza, il ragazzo si guadagna da vivere guidando un taxi. Ma il sogno di far conoscere al mondo la sua bella voce melodiosa non si è spento e si riaccende quando viene a sapere che al Cairo ci saranno i provini per The Arab Idol, la versione orientale del programma che lancia nuovi talenti. «Gaza non è lontana dal Cairo, la distanza è come tra la Florida e Cuba, ma le barriere fisiche, politiche e religiose rendono il viaggio di Mohammed un’avventura impervia e pericolosa», dice Hany Abu-Assad da New York dove sarà giurato al Tribeca festival e intanto prepara l’uscita del film tra un paio di settimane.
Come le è arrivata la storia di Mohammed?
«Ero a Nazareth, una delle migliaia di persone che nel 2013 si erano riversate nelle piazze per ascoltare i risultati di The Arab Idol dal Cairo e quando abbiamo sentito che Mohammed aveva vinto mi sono messo a saltare, ballare, gridare, come tutti gli altri. Ero felice, più eccitato di quando, qualche giorno prima, il mio film Omar aveva vinto il premio della giuria della Quinzaine a Cannes, perché sentivo il potere dell’arte popolare, che riesce ad unire le persone, a dare fiducia, ad accendere speranze. Mi sono impegnato con tutte le mie forze per fare il film con questo messaggio, è importante in tempi difficili e oscuri come questi».
Cosa è successo dopo la presentazione del film al festival di Toronto?
«Abbiamo girato altri festival, poi è uscito in Palestina, in gran parte del Medio oriente e in tanti altri paesi e ovunque ha avuto buone critiche e il favore del pubblico. È vero che è la storia particolare di un ragazzo palestinese, che finalmente offre un’immagine diversa di un popolo che in genere appare nei notiziari tv solo in contesti di lotta, ribellione, violenza. Mohammed è un simbolo di dignità e di riscatto per i palestinesi. Ma può essere la storia universale di chiunque, in qualunque parte del mondo, riesce a realizzare un sogno e cambiare il suo destino».
Oggi Mohammed Assaf gira il mondo con i suoi concerti e nel suo ruolo di ambasciatore di buona volontà delle NU. Non gli ha chiesto di interpretare il film?
«E’ stata la prima cosa che ho fatto, ha accettato anche qualche provino ma non si è sentito di recitare. Ha detto che non è un attore e che forse era troppo coinvolto emotivamente nella vicenda. Comunque è la sua voce che sentiamo nelle canzoni».
È stato difficile girare a Gaza?
«Ci siamo stati per qualche giorno ed è stata un’esperienza umana indimenticabile. Ti trovi tra macerie e rovine – in alcuni palazzi bombardati vivono ancora molte famiglie – e ti aspetti uno stato d’animo desolato,invece la gente ti viene incontro, ti accoglie, sorride, ti offre l’acqua, ti invita a dividere il poco cibo che hanno. Non avrei mai immaginato che in condizioni così dure, estreme, ci fosse tanta voglia di vivere e tanta generosità umanità».
Il film uscirà in Israele?
«Sarà presentato al festival di Tel Aviv e stiamo cercando di farlo vedere anche in città ebraiche. Non è facile, c’è molta resistenza, in alcuni ambienti non vogliono saperne dei palestinesi, sono nemici e basta. Ma io insisto, non mi arrendo, è trippo importante mostrare un’altra immagine del popolo».
Come le è arrivata la storia di Mohammed?
«Ero a Nazareth, una delle migliaia di persone che nel 2013 si erano riversate nelle piazze per ascoltare i risultati di The Arab Idol dal Cairo e quando abbiamo sentito che Mohammed aveva vinto mi sono messo a saltare, ballare, gridare, come tutti gli altri. Ero felice, più eccitato di quando, qualche giorno prima, il mio film Omar aveva vinto il premio della giuria della Quinzaine a Cannes, perché sentivo il potere dell’arte popolare, che riesce ad unire le persone, a dare fiducia, ad accendere speranze. Mi sono impegnato con tutte le mie forze per fare il film con questo messaggio, è importante in tempi difficili e oscuri come questi».
Cosa è successo dopo la presentazione del film al festival di Toronto?
«Abbiamo girato altri festival, poi è uscito in Palestina, in gran parte del Medio oriente e in tanti altri paesi e ovunque ha avuto buone critiche e il favore del pubblico. È vero che è la storia particolare di un ragazzo palestinese, che finalmente offre un’immagine diversa di un popolo che in genere appare nei notiziari tv solo in contesti di lotta, ribellione, violenza. Mohammed è un simbolo di dignità e di riscatto per i palestinesi. Ma può essere la storia universale di chiunque, in qualunque parte del mondo, riesce a realizzare un sogno e cambiare il suo destino».
Oggi Mohammed Assaf gira il mondo con i suoi concerti e nel suo ruolo di ambasciatore di buona volontà delle NU. Non gli ha chiesto di interpretare il film?
«E’ stata la prima cosa che ho fatto, ha accettato anche qualche provino ma non si è sentito di recitare. Ha detto che non è un attore e che forse era troppo coinvolto emotivamente nella vicenda. Comunque è la sua voce che sentiamo nelle canzoni».
È stato difficile girare a Gaza?
«Ci siamo stati per qualche giorno ed è stata un’esperienza umana indimenticabile. Ti trovi tra macerie e rovine – in alcuni palazzi bombardati vivono ancora molte famiglie – e ti aspetti uno stato d’animo desolato,invece la gente ti viene incontro, ti accoglie, sorride, ti offre l’acqua, ti invita a dividere il poco cibo che hanno. Non avrei mai immaginato che in condizioni così dure, estreme, ci fosse tanta voglia di vivere e tanta generosità umanità».
Il film uscirà in Israele?
«Sarà presentato al festival di Tel Aviv e stiamo cercando di farlo vedere anche in città ebraiche. Non è facile, c’è molta resistenza, in alcuni ambienti non vogliono saperne dei palestinesi, sono nemici e basta. Ma io insisto, non mi arrendo, è trippo importante mostrare un’altra immagine del popolo».