Spettacoli

L'INTERVISTA

Al Pacino e il fascino di Oscar Wilde. "Quel genio emarginato che mi somiglia tanto"

Dopo l'anteprima alla Mostra di Venezia nel 2011 arriva al cinema "Wilde Salomè", progetto teatral-cinematografico-biografico diretto e interpretato dall'attore e regista. "Qualcosa mi ha fatto riconoscere in lui, forse la sua inclinazione a buttarsi nell'ignoto"

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Nel 2006 Al Pacino aveva portato a teatro un suo allestimento della Salomé di Oscar Wilde, con Jessica Chastain nel ruolo della principessa figlia di Erodiade e se stesso in quello del Re Erode. Al centro della vicenda, un folle e perverso intreccio di desideri. Quello del Re per la giovane principessa, e quello della stessa Salomè per Giovanni Battista. E da quell’intreccio l’attore e regista statunitense ha realizzato un film/documentario, Wilde Salomé, già presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2011. Come per il suo Looking for Richard III, Pacino alterna le riprese della produzione teatrale con le sue riflessioni sulla tragedia e, in questo caso, su Oscar Wilde: la vita del drammaturgo, la sua omosessualità, il rapporto masochistico con Lord Boise. Viaggia tra Londra, Dublino e la Toscana, oltre che nella sua New York cercando di ripercorrere il percorso intellettuale e personale del drammaturgo. A dieci anni da quella prima rappresentazione teatrale, il film arriva nelle sale italiane (domani) in una nuova versione affidata al montatore italiano Roberto Silvi insieme a David Leona. Ne abbiamo parlato con Al Pacino, instancabile 76enne, a Los Angeles. A Repubblica.it in anteprima tre minuti del film.

La "Wilde Salomé" di Al Pacino, la clip in anteprima


Che significato ha per lei questa uscita italiana?
«Ero molto orgoglioso del fatto che Salomé avesse debuttato in prima assoluta a Venezia, e fosse stato così ben accolto. Tutti i miei film, come regista intendo, fanno perno sulla necessità di raccontare l’evoluzione del processo creativo. E poi, dopo una proiezione a Londra un paio d’anni fa, insieme al produttore Barry Navidi abbiamo deciso di tagliare sei minuti e il film ne ha guadagnato in fluidità, funziona molto meglio».

Come descriverebbe Wilde Salomè?
«È una sorta di memoir, un documentario sperimentale. Il film mescola la tragedia con la vita di Oscar Wilde, la vita della piece con la mia mentre cerco di girarlo. Salomé è un lavoro imperfetto ma pieno di ispirazione. La sfida era riuscire a tradurlo in modo che il pubblico senta quella stessa ispirazione. Voglio trasmettere la passione che provo per questo dramma da quando l’ho visto in teatro la prima volta, più di quindici anni fa in Inghilterra. Quando avviai il progetto non avevo un piano, avevo una passione ma non sapevo esattamente cosa farne. Oscar Wilde è un genio ma anche un uomo che si è emarginato, dal resto del mondo e dal suo tempo, messo a dura prova dalla vita. Perché mai mi sono andato a identificare con questo autore non lo so, ma l’ho fatto. Qualcosa mi ha fatto riconoscere in lui, forse i rischi che lui stesso ha preso con il suo lavoro, per buttarsi nell’ignoto, un po’ come ho fatto io con questo film. C’erano momenti, durante l’anno e mezzo in cui abbiamo girato, in cui ho pensato di diventare matto: filmavo la messa in scena dell’opera e ogni cosa che succedeva nella mia vita, come se tutto fosse collegato».
Al Pacino; nella foto in alto, Jessica Chastain nel film 
È anche una specie di “travelogue”: alla ricerca del Wilde perduto lei spazia per due continenti.
«Sì, un tragitto alla ricerca del personaggio ma anche dello scrittore. E di me stesso. Una vera autoanalisi. Gli spettatori vedranno una parte di me che non conoscono e che ho cercato di mostrare nel modo più onesto possibile. È chiaro che Oscar Wilde continua ad affascinarmi, è ancora qui, nella mia mente».

Sta preparando un film da Re Lear.
«Shakespeare ci tocca nel profondo, parla di emozioni e sentimenti in maniera grandiosa. Le sue opere sono perfette per gli attori perché scritte da uno che era un attore egli stesso. Solo un attore può capire gli attori. Ho recitato in molte produzioni teatrali dai lavori di Shakespeare, come Riccardo III, da cui ho tratto un film. Ho interpretato Shylock in Il mercante di Venezia, prima come film e poi a Broadway. Re Lear è il ruolo massimo per un attore. Mi sento pronto a recitarlo solo adesso».

"Wilde Salomé", così Al Pacino racconta Oscar Wilde

Sembra che per lei il teatro sia più importante del cinema.
«Ho sognato di recitare in teatro da quando vidi Il gabbiano di Chekov a New York, avrò avuto 14 anni. Il teatro è la mia vita. Gli attori, la mia famiglia. Ci sentiamo uniti perché quando recitiamo è come se la nostra vita dipendesse da questo. Quando la recita finisce, ci sentiamo persi. Amo il cinema, ma solo a teatro mi sento davvero a casa. Immagini un funambolo sulla sua corda tesa a mezz'aria: per rimanere in piedi deve usare tutti i suoi muscoli e l’adrenalina. Nel cinema cammina sulla corda, ma la corda è stesa per terra, mi spiego? Se cade, si rialza e ricomincia. A teatro non hai una seconda opportunità».

Com'è cambiato, negli anni, il criterio con cui sceglie i suoi ruoli?
«Cerco sempre un collegamento con il ruolo specifico che mi propongono. Un legame, non importa di cosa parli la storia. Trovarlo è una vera e propria ricerca. È un tragitto. Un’altra foresta che devi attraversare. Non sai dove i sentieri siano, o dove portino. Ma la cosa più importante per un attore è trovare il modo di sviluppare un legame col suo personaggio».