✕

Benigni ricorda Troisi. "Riapriamo le porte del sogno, solo quelle ci rimangono"

L'attore ospite del festival organizzato dai ragazzi dell'associazione Piccolo America. Presenta 'Non ci resta che piangere' e ricorda Massimo Troisi. "Quando ci siamo incontrati eravamo giovani come voi, nel cinema abbiamo unito le nostre felicità"
3 minuti di lettura
ROMA - L'appuntamento è per le 21.15 ma alle 20 la piazza è già colma. Il tam tam innescato dai ragazzi dell'Associazione Piccolo America è partito da giorni e sono in tanti nel cuore di Trastevere ad aspettare Roberto Benigni, star di una serata che incrocia memoria e futuro. Arriva per presentare la versione restaurata di Non ci resta che piangere al festival Trastevere Rione del Cinema (in corso fino alla fine di luglio), uno dei film in cartellone ma più speciale degli altri poiché scelto dallo stesso Benigni per festeggiare la prossima riapertura, a opera dei ragazzi del Piccolo America, della sala intitolata proprio a Massimo Troisi dopo la vittoria del bando da parte dell'associazione. Girato nel 1984, scritto diretto e interpretato dai due attori, Non ci resta che piangere è diventato un film culto della storia del cinema italiano.

Roberto Benigni ricorda Troisi: "Grazie al cinema abbiamo unito l…

ROMA - L'appuntamento è per le 21.15 ma alle 20 la piazza è già colma. Il tam tam innescato dai ragazzi dell'Associazione Piccolo America è partito da giorni e sono in tanti nel cuore di Trastevere ad aspettare Roberto Benigni, star di una serata che incrocia memoria e futuro. Arriva per presentare la versione restaurata di Non ci resta che piangere al festival Trastevere Rione del Cinema (in corso fino alla fine di luglio), uno dei film in cartellone ma più speciale degli altri poiché scelto dallo stesso Benigni per festeggiare la prossima riapertura, a opera dei ragazzi del Piccolo America, della sala intitolata proprio a Massimo Troisi dopo la vittoria del bando da parte dell'associazione. Girato nel 1984, scritto diretto e interpretato dai due attori, Non ci resta che piangere è diventato un film culto della storia del cinema italiano.

Roberto Benigni ricorda Troisi: "Grazie al cinema abbiamo unito le nostre felicità"


"Non c'è altro posto dove sarei voluto essere stasera che non fosse questo" dice Benigni (fresco di Globo d'Oro alla carriera insieme alla moglie Nicoletta Braschi) salendo sul palco sotto il grande schermo del festival, accolto da un lungo applauso. "Vorrei fare un balletto per la felicità, questi ventidue ragazzi hanno fatto una rivoluzione bellissima e l'hanno fatta tutti insieme. Anzi, sono ventitre perché io sono uno di loro: siamo i ventitre ragazzi del cinema America". Quello che hanno fatto, continua l'attore e regista, "sarebbe un soggetto bellissimo per un film, una cosa meravigliosa per il cinema che è spesso così vilipeso. Questi ragazzi hanno fatto qualcosa di straordinario, stanno rammendando il quartiere, con le loro azioni stanno facendo una rivoluzione del cuore, della cultura". 

Un flusso di ricordi, parole, pensieri che trasmette felicità, Benigni parla ai ragazzi e guarda il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e al ministro della Cultura Dario Francheschini, entrambi presenti alla serata: "Spero che le istituzioni vi continueranno a supportare, i ragazzi del cinema America stanno cercando di riaprire le porte del sogno, perché solo quelle ci rimangono".
Il pubblico di Benigni in piazza san Cosimato a Roma 

Il cinema, dice Troisi parlando di Non ci resta che piangere, "non è mai d'evasione perché il cinema che piace è quello che turba. Anche se questo è un film leggero, di purezza e di allegria, ma anche un film leggero emana radiazioni, bisognerebbe vederlo con lo scafandro. Quando si spegne la luce nel cinema - ha proseguito Benigni - è come quando si chiudono gli occhi prima di dormire: si inizia a dormire. Ci sono delle scene di questo film che non riuscivano a girare per quanto ridevamo: la scena del fiorino, quella del cavallo, quella di 'ricordati che devi morire' e quella di Da Vinci che dice '33, 33, 33'... Lo abbiamo diretto insieme ma ognuno aveva il suo linguaggio: lui le scene fisse e io quelle in movimento. E così abbiamo fatto. D'altronde i registi ci insegnano a guardare. Per questo, di solito, il cinema è fatto da persone pure, perché chi ha qualcosa da nascondere non può svelare niente".

Poi arriva il ricordo di Massimo Troisi, "un bell'attore, un bel regista - dice Benigni - e anche un bell'uomo. La sua è stata una perdita, un vuoto incolmabile. Con lui c'era un'amicizia e un amore speciali che raramente capitano. Quando eravamo insieme - racconta - ci divertivamo moltissimo, bastava che ci guardassimo e ridevamo. Quando ci siamo incontrati eravamo molto giovani, come i ragazzi del Piccolo America, non avevamo neanche trent'anni e abbiamo deciso di condividere questa felicità in un film, che mi piacerebbe rivedee stasera, perché da allora non l'ho più rivisto. Avremmo anche voluto fare il seguito, infatti avevamo lasciato il finale aperto, proprio con l'intenzione di farne altri".

Benigni non vedrà il film, andrà via alla fine della presentazione accompagnato dagli applausi, ma non prima di aver declamato la poesia che scrisse in morte di Troisi: "Chissà cosa teneva int'a capa. Intelligente, generoso, scaltro. Per lui non vale il detto ch'è del Papa: morto un Troisi, non se ne fa un altro. Morto Troisi, muore quella bella, serena antica dolce tarantella. Ciò che Moravia disse del poeta, io lo ridico per un Pulcinella: la goia di bagnarsi in quel diluvio di 'jamm, o' saccio, 'naggia, oilloc, azz!' era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon jazz. 'Non si capisce', urlavano sicuri, 'questo Troisi se ne torni al Sud!'. Adesso lo capiscono i canguri, gli indiani e i miliardari di Hollywood. Con lui ho capito tutta la bellezza di Napoli, la gente, il suo destino, e non m'ha mai parlato della pizza e non m'ha mai sunato il mandolino. O Massimino, io ti tengo in serbo fra ciò che il mondo dona di più caro, ha fatto più miracoli il tuo verbo di quello dell'amato san Gennaro".