'Varichina', la storia del posteggiatore gay barese al Biografilm Festival
La docufiction sulla storia di Lorenzo De Santis, in arte 'Varichina'
“Era una primadonna, la tipica sciantosa”. Quando Lorenzo De Santis cammina per strada sfila, incede ancheggiando. Il quartiere Libertà di Bari, dove è nato e dove tutti lo conoscono con il soprannome di Varichina, è il suo palcoscenico. Gli insulti, le parolacce non lo scalfiscono, risponde a tono a tutti. Omosessuale quando, negli anni Settanta, era difficilissimo esserlo, Varichina sceglie di non abbassare la testa, ma anzi grida: “l’ femmn hann’a ffernèsc’ e tutt’ddò avìt’a vnì” e dandosi una pacca sul sedere indica dove tutti “devono finire”. Fin qui quello che si sa su di lui. Ma 'Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis', la docufiction che Antonio Palumbo e Mariangela Barbanente hanno presentato al Biografilm festival di Bologna, indaga anche l’aspetto più nascosto, quello dell’uomo sotto la maschera. Ne emerge la figura di un persona sola che soffre terribilmente la mancanza di una famiglia e di un amore
Lorenzo De Santis e Varichina, la vera storia e la finta vita. “Abbiamo iniziato a lavorare su questo film convinti di poter buttare giù una maschera – raccontano i registi – c’era un personaggio e poi c’era la persona”. La prima sfida è stata fare ordine tra le voci discordanti: “Era biondo, non rosso, aveva i capelli ricci o forse lisci?”. A quel punto Antonio Palumbo ha dovuto riaprire le sue scatole della memoria: “Me lo ricordo Varichina, ero affascinato e spaventato allo stesso tempo da lui. Se Re Mida trasformava in oro tutto quello che toccava, lui rendeva volgare qualsiasi cosa. Incontrarlo e non essere coinvolti nella sua teatralità era difficile, io ho sempre cercato di guardarlo da lontano”. Poi in realtà è bastato far indossare a Totò Ottis gli abiti di Varichina e fargli girare una scena sul lungomare perché i baresi annullassero quasi trent’anni. Di colpo, Vatichina/Totò Ottis è diventato il parafulmine degli improperi che provenivano dalle auto e dai motorini, il ricettacolo degli sguardi di chi lo incrociava sulla strada. “È stato emozionante, ci stavamo riuscendo”.
E non c’era una volta che Varichina fosse colto di sorpresa da quegli insulti: “Se li aspettava, quasi li chiedeva per far partire poi il suo spettacolo”. Radunava tutti attorno a sé, iniziava con i racconti dettagliatissimi delle sue esperienze e dava mostra delle sue “abilità”: si calava le mutande quando era in erezione e “si dilettava a fare balletti e striptease su un palo di via Nicolai, era il suo posto di lavoro”. Di Lorenzo De Santis, invece, pochi hanno potuto fare esperienza. Forse le uniche ad aver avuto accesso alle stanze più segrete della sua vita sono le tre donne che fisicamente frequentavano la sua casa: Amalia, Rosaria e Marcella, tre generazioni di donne, che nel film raccontano di Lorenzo, il loro vicino. “Ci ritrovavamo nel cortile a parlare di merletti, tendine e lenzuola. E naturalmente, ogni volta che passava un bel ragazzo lui ammiccava…proprio come avrebbe fatto una di noi. Ma era solo e soffriva terribilmente del fatto che la sua famiglia lo avesse abbandonato e di non avere nessuno che gli volesse bene”. Ma tutto si esauriva lì, dentro le mura del palazzo. “Lorenzo sapeva di avere conquistato la nostra fiducia, ma fuori, in strada, non ci salutava nemmeno. Non voleva metterci in difficoltà con chi, invece, proprio non lo accettava”. Lorenzo De Santis sapeva che quando si muoveva tra le strade del suo quartiere Libertà doveva rindossare la maschera. E almeno apparentemente andava bene così, tanto “tutt’ddò avìt’a vnì”.