David Lynch, il cinema tra inconscio e magia
I 70 anni del maestro Lynch, tra sogni e incubi ha rivoluzionato cinema e tv
"Il cinema funziona attraverso emozioni e visioni, cuore e cervello. In questa macchina di meravigliosa profondità che è il cinema c'è posto per ogni genere di film. I miei sono film da intuire a livello astratto e ogni intuizione, che nasce proprio da questo binomio, sentimento e intelletto, è diversa per ogni spettatore. Tutti noi siamo fatti di una superficie sotto la quale esistono tanti percorsi interiori". Così David Lynch anni fa alla Mostra di Venezia, che gli consegnava il Leone d'oro alla carriera. Il maestro dell'inconscio al cinema, degli incubi in versione grande schermo, che ha stravolto il piccolo schermo già negli anni Novanta con una serie tv (in Italia "I segreti di Twin Peaks" andò in onda il 9 gennaio 25 anni fa) che ha tolto il sonno ad una generazione di adolescenti, Oggi, a 70 anni, si prepara a tornare con quella sua creatura in un sequel della serie che è tra i progetti più attesi delle prossime stagioni.
Nel mezzo, il fiasco commerciale del kolossal fantascientifico Dune del 1984 (prodotto da De Laurentiis) e il mezzo passo falso di Fuoco cammina con me, prequel di Twin Peaks, la rivoluzionaria serie tv ideata e in parte diretta (nel 1990) dallo stesso Lynch. Che proprio quest’anno sta girando gli episodi della terza inattesa stagione. All’epoca, tutti ci tormentavamo chiedendoci e richiedendoci “Chi ha ucciso Laura Palmer?”; e ci sentivamo tutti un po’ complici dell’assassinio di questa liceale diciassettenne dal volto angelico. L’ultimo segno su pellicola del regista americano dal ciuffo rockabilly è Inland Empire, e sono passati ormai dieci anni: “una riflessione gnoseologica sulla dicotomia verità-finzione nell’arte, un viaggio psicagogico in interiore homine - in quell’“Impero della Mente” che i distributori italiani hanno voluto apporre come sottotitolo esplicativo, sorta di postremo vademecum allo spettatore spaesato -; una trenodia oppioide per la morente, agonizzante macchina dei sogni hollywoodiana” scrive Chris Rodley che ha curato questo memoir.
Twin Peaks: il primo teaser della nuova serie, in tv nel 2017
A proposito di cinema. “Ci sono le parole e ci sono le storie, ma ciò che puoi dire con un film non lo puoi esprimere a parole. È proprio qui che sta il bello del linguaggio cinematografico”. “Certo, amo Fellini. E in più siamo nati lo stesso giorno, quindi se credi nell’astrologia… La sua è un’epoca del tutto differente e ha un modo di intendere la vita tipicamente italiano. Ma c’e qualcosa di particolare nei suoi film: un’atmosfera che ti fa sognare. Era un tipo unico; se si eliminasse la sua filmografia, al cinema mancherebbe un tassello enorme. Non esiste nient’altro di simile. Mi piace anche Bergman, ma le sue cose sono diversissime… rarefatte. Dei sogni rarefatti. Ritengo che anche Herzog sia uno dei grandi di tutti i tempi. Grande sul serio”.“I miei film sono come dei quadri filmati: ritratti in movimento imprigionati su celluloide. Stratifico tutto attraverso il suono per generare un’atmosfera unica: come se la Monna Lisa aprisse la bocca, ci fosse una brezza e lei si voltasse sorridendo. Sarebbe così strano e meraviglioso”. “Più mi avvicino alla conclusione di un film, più tendo a proiettarvi le mie paure. Non solo me le ritrovo continuamente davanti agli occhi, ma comincio anche a distinguere in quali punti ho commesso degli errori. Vedo i miei timori sullo schermo, in sovraimpressione sulle immagini. E la situazione peggiora costantemente, al punto che non sopporto di rimanere in sala di proiezione. Non posso proprio stare a guardare. Vedo solamente paura e orrore. Alla fine del film sono una specie di pazzo, e non riesco nemmeno a riconoscere lo stato in cui mi trovo. Faccio degli sforzi mentali per liberarmene, e quindi non ricordo neanche che ho un lavoro da ultimare”. “Quando faccio un film, sono innamorato. Totalmente. Devi essere innamorato, anche se non conosci la direzione in cui ti stai muovendo, così innamorato dell’idea che ti sforzi di tradurla, e amandola e concentrandoti su di essa l’idea attira a sé altre cose, ed è cosi bello. L’ignoto. Da questo ignoto arrivano le idee. È un viaggio elettrizzante. Il cinema tiene insieme tutto… è un medium magico“.
Musica, cammina con me. Senza il ménage artistico con Angelo Badalamenti, da Velluto Blu in poi, Twin Peaks non sarebbe stato Twin Peaks e via elencando. Mister Lynch in persona si diletta a vestire i paramenti del musicista elettronico: Crazy Clown Time (2011) e The Big Dream (2013), i suoi primi dischi da solista. “Adoro Angelo, sia come musicista che come persona. Mi spingeva a mandargli dei testi e poi ci mettevamo a lavorare insieme, ed era un autentico spasso. Se obiettavo qualcosa non faceva una piega; anzi, ne era contento. Ero come al settimo cielo: in uno studio di registrazione, che è un posto grandioso, e in compagnia di musicisti, cioè le persone migliori del mondo. Dormono fino a tardi, sono come bambini, e possiedono questo dono incredibile di cui non parlano. Suonano e basta. È una cosa che accomuna le persone di ogni tipo. Senza dire una parola si uniscono sul serio e producono musica. È qualcosa di magico!”. Come e più di Quentin Tarantino, Wim Wenders e Jim Jarmusch, David Lynch è il cineasta contemporaneo più abile nel trasbordare su celluloide le potenzialità visionarie e narrative del pop-rock, in un gioco di reciproche vivificazioni.
Quei favolosi anni Cinquanta. “Oggi, se fai un giro nella Valley, vedi automobili anni Cinquanta; se accendi la radio, una stazione è country and western, un’altra è del tutto moderna e un’altra ancora è oldies but goodies. E poi c’è stato Elvis Presley: non importa quanta musica ci sia stata prima, il rock’n’roll è nato allora. I Fifties sono ancora qui. Sono qua attorno, non se ne sono mai andati. Nell’aria c’era qualcosa che oggi è sparito completamente. Era una sensazione fortissima, e non lo dico solamente perché ero un ragazzo. Era un’epoca veramente piena di speranza; la tendenza puntava verso l’alto, non verso il basso”.
L’anima dei luoghi. “Dato che i miei nonni materni vivevano a Brooklyn, andai a New York e vidi tutto quanto: e ne fui terrorizzato a morte. In metropolitana ricordo le folate provocate dai treni in arrivo, e poi gli odori, i rumori… Ogni volta che andavo a New York assaggiavo il gusto dell’orrore”. “Vivevo a Philadelphia. Era sull’altro lato della strada dell’obitorio. Nella zona c’era un’atmosfera straordinaria: fabbriche, fumo, ferrovie, tavole calde, i personaggi più strani e le notti più oscure. La gente aveva intere storie incise sul viso, e io potevo scorgere delle immagini intensissime – teli di plastica tenuti insieme da cerotti, stracci infilati nelle finestre rotte – mentre passavo per l’obitorio diretto verso il negozio di hamburger… Fummo derubati due volte, ci spararono alle finestre e ci rubarono una macchina. La casa fu scassinata per la prima volta dopo soli tre giorni che ci eravamo entrati. Io avevo una spada che mi aveva dato il padre di Peggy (la sua ex moglie), non so di che epoca fosse; la tenevo sotto il letto… Si avvertiva una sensazione prossima al pericolo estremo, e la paura era fortissima. C’era violenza, odio e depravazione. L’influenza maggiore di tutta la mia vita l’ha esercitata quella città. E questo si verificò proprio al momento giusto. Vidi delle cose che erano sì spaventose ma, più ancora, emozionanti”.
La vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere cinematograficamente meglio? “La maggior parte della giornata è un sogno: è sempre possibile evadere all’interno della propria mente e scivolare dentro un mondo completamente diverso”. “Quelli che contano sono i sogni a occhi aperti, ovvero quelli che sopraggiungono quando me ne sto tranquillamente seduto in poltrona lasciando che la mente vaghi con dolcezza. Quando si dorme non si controllano i propri sogni. Mi piace tuffarmi nel mondo onirico che ho creato; un mondo che scelgo e sul quale esercito un controllo totale”.
Fiori di Lynch: Parliamo di un regista che ha un debole per i motel, i cervi, il fuoco, il colore blu, le tende rosse… E anche: “Mi piacciono i mucchi di terriccio: mi piacciono veramente”. “Vado davvero matto per lo zucchero: lo chiamo “felicità in granuli”… Mi dà veramente una grossa mano: è, come dire, un amico”. “Credo proprio di avere un debole per le lacrime. Ragazze che piangono, uomini che piangono, donne che piangono: il pianto in generale. Se sono lacrime davvero sentite possono avere una grande forza. Sono contagiose, come gli sbadigli”.
Oscurità, it’s my way. “Più oscurità si accumula, più luce si riesce a vedere intorno a sé”. “Sono le cose più oscure ad apparirmi veramente belle”. “L’oscurità si è insinuata in me sin da allora; l’oscurità sono le percezioni del mondo, della natura umana e della mia stessa natura, tutte combinate insieme in un’unica sfera melmosa”.
Quell’eterna lotta, o meglio, coesistenza tra bene e male. “C’è bontà nei cieli blu e nei fiori, ma ci sono anche altre forze – il male selvaggio, la decadenza – che accompagnano ogni cosa. Prendi gli scienziati: partono dalla superficie e poi cominciano a scavare. Scendono fino alle particelle subatomiche, e oggi il loro universo è molto astratto. In un certo senso sono come dei pittori astratti”. “La mia infanzia era fatta di case eleganti, strade fiancheggiate da albe, il lattaio, i cortili nel retro dei palazzi, il ronzio degli aerei, i cieli blu, le staccionate, l’erba verde, i ciliegi. L’America media come si pensa che sia. Ma dai ciliegi cola fuori la resina, a volte nera a volte gialla, con milioni di formiche rosse che ci strisciano sopra. Mi sono accorto che se si guarda un po’ più da vicino questo mondo meraviglioso, sotto ci sono sempre delle formiche rosse. Dal momento che ero cresciuto in un mondo perfetto, tutto il resto rappresentava un contrasto. Osservavo la vita in primissimi piani: in uno, per esempio, la saliva si mischiava col sangue”.
E non c’è niente da capire. “Solo i poeti sanno catturare le astrazioni con le parole e trasmettere sensazioni che non potresti provare in nessun altro modo. Penso che gli spettatori sappiano che cosa significa Mulholland Drive per loro, ma non si fidano del proprio giudizio. Vogliono che glielo dica qualcun altro. A me fa piacere che lo analizzino, ma non hanno bisogno del mio aiuto. E questo il bello: trovare un senso come farebbe un investigatore. Dirglielo significherebbe privarli del piacere di pensare e di sentire, e di giungere a una conclusione”.
Chi ha ucciso il cagnolino che è in noi? “Sai a cosa fanno pensare dei cani in una stanza? Al fatto che sembrano divertirsi davvero. Fanno rimbalzare una palla qua e là, masticano di tutto ed è come se ansimassero di felicità. Gli esseri umani dovrebbero essere così: possiamo anche trovarci in un mare di guai, ma fondamentalmente dovremmo essere felici. E non so per quale motivo non lo siamo”.