Brie Larson agguanta l'Oscar ma l'aspetta King Kong
Da brillante comprimaria a star grazie ad un film. La ventiseienne attrice americana fresca vincitrice di Golden Globe e Oscar Brie Larson è già stata ribattezzata la nuova Jennifer Lawrence. Grazie al drammatico "Room" (che sarà nelle sale il 5 marzo) Brie ha conquistato il premio come miglior attrice assegnato dalla stampa straniera a Hollywood e ha ottenuto la sua prima candidatura agli Academy Award cuminata con la statuetta. La storia, tratta da un romanzo di Emma Donoghue (ispirato al caso Fritz), racconta della difficile vita di una donna e del suo figlio di 5 anni chiusi in una stanza tenuti prigiornieri da un rapitore. Dopo questa grande prova d'attrice Brie sarà la protagonista femminile della nuova versione dell'eterna storia di King Kong, "Kong: Skull Island" in arrivo nel 2017. La lavorazione del film è iniziata nell'ottobre del 2015. Larson si troverà quindi a ricoprire il ruolo che è stato di Fay Wray, Jessica Lange e Naomi Watts.
"Kong: Skull Island", lo scimmione fa ancora paura
Il re delle scimmie, merito anche di quella gigantesca mano con cui afferra la bionda di turno, rimane Kong. Ed è in buona compagnia visto che il prossimo luglio sarà seguito da War for the Planet of the Apes, diretto da Matt Reeves, terza puntata della serie di reboot dedicata al Pianeta delle Scimmie. Sul set a Vancouver abbiamo incontrato Andy Serkis che al Kong di Peter Jackson (2005), grazie alla tecnica del performance capture, aveva prestato corpo e anima: “A differenza di Gollum, King Kong è quanto di più simile all’umano io abbia mai interpretato” ci dice. “Trasformarmi in un gorilla che si arrampica per l’Empire State Building o mettermi a nudo come attore con il mio vero viso, per me non fa differenza”. La febbre per le scimmie al cinema, Serkis la definisce “un tesoro”. Non solo perché sarà di nuovo Cesare, il leader delle scimmie che guida la rivolta nel kolossal Fox, ma “la condizione domestica all’interno della comunità di scimpanzé assume sempre più toni da clan mafioso. Mi sento come don Vito Corleone...”. A Hollywood, prosegue Serkis, la parola motion capture associata a scimmia non fa più paura: “Tre anni fa era diverso, nessuna voleva lasciarsi trasformare in un piccolo Kong, avevano il terrore di scomparire dietro gli effetti speciali. Oggi invece la tecnica si è perfezionata, ci rende tutti degli avatar trasparenti e le qualità di un attore emergono ancor di più. Devi solo adeguarti ai markers e diventerai una magnifica scimmia digitale”.
La marcia dei "Kong" ha inizio nel ’33 con il fantasy horror che salvò la RKO dalla bancarotta. Ad entrare in zona culto però è il capitolo successivo, The Son of Kong, più amichevole, anarchico e ricalcato su un modello di gorilla albino con tanto di telaio-armatura di metallo. Gli anni Sessanta segnano Il trionfo di King Kong (1962), nel film di Ishirô Honda, dove una società farmaceutica cattura la scimmia gigante portandosela in Giappone fino al faccia a faccia sportivo con il lucertolone radioattivo Godzilla. Una serie animata di discreto successo popolare è invece quella del '66, grazie a Bobby Bond, figlio più piccolo e compagno d'avventure esotiche di papà-Kong (salvato da un feroce T-Rex). Dieci anni dopo è il momento del mastino prodotto da Dino De Laurentiis. In un'intervista a David Letterman, Meryl Streep ha rivelato di essere stata scartata da De Laurentiis perché "bruttina", e le fu preferita Jessica Lange. Intramontabili alcuni make-up di Carlo Rambaldi che in King Kong lavorò sulle parti meccaniche del bestione costruendo in studio la più grande creatura del cinema del tempo (oltre 12 metri d'altezza).
King Kong, come è cambiato: dal 1933 a oggi, aspettando "Skull Island"
In principio fu "King Kong", era il 1933, un pupazzetto meccanico di 45 centimetri diventava protagonista assoluto - e orrorifico - del film diretto da Ernest Beaumont Schoedsack e Merian C. Cooper, con Robert Armstrong, Bruce Cabot, Fay Wray, Frank Reicher. Da allora lo scimmione ha "interpretato" tantissimi film, alcuni perfettamente sconosciuti, altri entrati nell'immaginario popolare, com'è il caso del "King Kong" (remake del precedente) diretto nel 1976 da John Guillermin, prodotto da Dino De Laurentiis e interpretato da Jeff Bridges, Charles Grodin e da un'esordiente e bellissima Jessica Lange, Oscar a Carlo Rambaldi per gli effetti speciali. E com'è il caso, anche, del "King Kong" kolossal diretto da Peter Jackson nel 2005, nel cast Naomi Watts, Adrien Brody, Jack Black e con Andy Serkis "nei panni" dello scimmione. Ora l'attesa è tutta per "Kong: Skull Island", il film (in uscita nel 2017) di Jordan Vogt-Roberts con Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, Brie Larson, John Goodman, Corey Hawkins e Jason Mitchell che racconterà le origini di King Kong. Un po' Kong un po' Godzilla un po' Apocalypse Now, il primo trailer è stato presentato al Comic-con di San Diego, nell'attesa vale la pena ripercorrere, per immagini, la storia dei precendenti film. Con un'attenzione particolare alle locandine, soprattutto quelle del primo film, del 1933, veri e propri gioielli del gusto dell'epoca.
Chi pensa che Kong sia soltanto maschio, sbaglia. Sempre nel '76 entra in scena Queen Kong, anche lei selvaggia e molto innamorata. Per difficoltà di gestazione e questioni di copyright con il King Kong del '33, il film dell'egiziano Frank Agrama non troverà mai una distribuzione in sala. A ricordarci chi comanda davvero è il sequel dell'86: in King Kong 2 gli occhi rossi di Kong si riaccendono e il gorilla ridiscende le Torri Gemelle per tornare a urlare. Meno minacciosa ma straziante è la storia di un'altra scimmia, quella di Project Nim nel documentario di James Marsh: nel tentativo di confutare le teorie di Noam Chomsky - solo gli umani sarebbero in grado di formulare frasi - negli anni Settanta i ricercatori della Columbia insegnarono il linguaggio dei segni a Nim Chimpsky. L'esperimento avrà un risvolto infelice.
Il vero "monkey business", ammettiamolo, scorre solo nei classici Disney; basti prendere Il libro della giungla del 1967 o il remake live action di Jon Favreau con Christopher Walken tramutato in Re Luigi, capo delle scimmie. Qualcosa di più eversivo di Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Schaffner ('68) e colorato della versione di Tim Burton (2001). In fondo la Disney ha sempre dato alle scimmie la vera faccia dell'umanità anti-buonista, facendosi beffa del mondo e "scimmiottando", in maniera sofisticata, i nostri difetti. E dopo Kubrick (2001: Odissea nello spazio) e Oshima (Max Mon Amour), le scimmie stracult restano senza dubbio Clyde, l'orangotango riscattato dalla prigionia in un safari con Clint Eastwood, in Filo da torcere (1978), e il gorilla ipereccitato di Una poltrona per due (1983, John Landis) che sodomizza in treno il cattivo mascherato da simile. L'era delle scimmie 2.0 è cominciata.