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La scommessa vinta dai Ragazzi del cinema America: "In piazza la magia del cinema"

Sessanta mila spettatori in sessanta serate, ospiti come Sorrentino, Benigni, Ozpetek, Verdone, Morricone, Virzì. Si è chiusa con un successo oltre ogni aspettativa, la rassegna Trastevere Rione del cinema a Roma, gestita dai ragazzi del Piccolo cinema America, un esempio da allargare ad altre realtà italiane. Bilancio con il portavoce dei ragazzi, Valerio Carocci.

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"Pochi luoghi al mondo sono allegri come questa piazza, mi viene voglia di fare un balletto". L'immagine festosa di Roberto Benigni che accompagna Non ci resta che piangere è una di quelle che restano, nella piazza di San Cosimato affollata e serena. 199 posti seduti, tremila con sedie fai da te e cuscini. Tanti i momenti di spettacolo che hanno scandito l'estate del cinema gratis al Trastevere Rione di cinema -  con artisti come Toni Servillo, Paolo Sorrentino, Carlo Verdone, Ferzan Ozpetek, Paolo Virzì, Stefania Sandrelli, Valerio Mastandrea, De Matteo, Kim Rossi Stuart - che si è conclusa ieri sera con il film Ballando Ballando di Ettore Scola. Si sono visti capolavori Disney e Pixar, classici hollywoodiani e italiani, fino ai successi più recenti.

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Valerio Carocci, 24 anni, portavoce di quel movimento spontaneo di ragazzi nato per recuperare i cinema storici del quartiere, dal Piccolo America alla sala Troisi, è tempo di bilanci. "Abbiamo calcolato sessantamila presenze per sessanta giorni, circa mille presenti di media a sera nel doppio schermo tra Piazza San Cosimato e viale Glorioso. Rispetto all'anno scorso abbiamo raddoppiato il pubblico". Avete avuto qualche reazione delle istituzioni?
"Con il comune per ora non abbiamo avuto contatti. Ma stamattina ci siamo svegliati con i post del presidente della regione Zingaretti che ci ringraziava per i due mesi di cinema e per aver reso Roma più viva, bella e civile".

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I momenti più belli?
"Il progetto della scalinata e il cinema di Sergio Leone mi ha emozionato tanto, al di là dell'arena. Perchè abbiamo distrutto barriere e pregiudizi che riguardavano quel luogo, le bottiglie rotte sulla scalinata nelle scorribande notturne. Mi ha emozionato il video con il ragazzo che invece butta la bottiglia nel cestino. E i residenti che ci hanno raccontato che la scalinata non è mai stata tanto pulita e silenziosa come nelle serate del cinema in cuffia. Abbiamo avuto Ennio Morricone e Carlo Verdone per parlare del cinema di Sergio Leone, che su quella scalinata ci è cresciuto. Guardare C'era una volta in America fino alle cinque del mattino è un'esperienza che non scorderò. La piazza regala un'altro tipo di emozione; quella di riuscire a trasmettere un messaggio di condivisione coinvolgendo il signore anziano che dice "cimena", i ragazzini del parchetto, i grandi del cinema italiano".

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Da Benigni ad Arbore, da Sorrentino a Virzì, Servillo, Ozpetek. Nemmeno ai festival c'è un tale pieno di autori.
"Mai avremmo pensato fosse possibile davvero coinvolgere tutti questi artisti. Avevamo paura di non crescere, rispetto al'anno socrso e invece c'è stato un coinvolgimento totale da parte del cinema italiano. Una bella risposta rispetto a quella parte del'industria, mi riferisco ad alcuni circuiti e sale, che ci contestano. La presenza massiccia rafforza il messaggio che possono convivere due minari paralleli. Iniziative come la nostra servono acreare il contatto con il pubblico. Fa venire la voglia di vedere i film su grande schermo a ragazzi che spesso li scaricano, la fanno tornare a chi al cinema ha smesso di andarci".

La vostra iniziativa è un modello anche per il resto d'Italia?
"Può essere il simbolo di un nuovo modo di vivere la distribuzione anche nella stagione invernale. Ripensando alla sala come operatore culturale che non solo diffonde un prodotto ma crea un rapporto con il pubblico. Altrimenti la sala diventa un fast food di cinema adatta a un centro commercial. Esempi come Il nuovo Sacher e il Greenwich indicano la possibilità di essere centri di aggregazione. Da abbinare a blblioteche, aule studio, piccoli concerti. In modo da farla vivere a 360 gradi e, a Roma, anche 24 ore su 24. Per noi ventenni il cinema a viale Glorioso, Sergio Leone fino alla sei di mattina , significa molto. Per noi, come per i coetanei di Bologna e Torino, finito l'orario ordinario dell'offerta culturale, dopo mezzanotte non c'è più nulla. Sui muretti del centro storico come della periferia, arrivano solo alcol e stupefacenti. I ragazzi entrano nel tunnel se non gli offriamo un'alternativa all'unica possibilità dello svago alterato".

Qual è la situazione per Il nuovo Troisi e il cinema America?
"Sul fronte Cinema America siamo al Consiglio di stato. Il Mibac ha posto i vincoli, la proprietà ha fatto ricorso: sia noi, che l'associazione di residenti che il Ministero ora resistiamo in Consiglio per difendere i vincoli. Per quanto riguarda la Sala Troisi abbiamo vinto l'assegnazione provvisoria. La definitiva c'è stata, ma il contratto non è stato stipulato a causa del ricorso di concorrenti. Speriamo la situazione si sbocchi in tre, quattro mesi. Ci dispiace che questo abbia rallentato la riapertura della sala, ma abbiamo ventiquattro anni: il tempo c'è e c'è anche un pezzo di carta che ci dice che abbiamo vinto un bando".

Lei ha ventiquattro anni. Il suo viaggio è iniziato che ne aveva venti. 
"Sì, nell'estate del 2012 progettammo l'occupazione del Cinema messa in atto a novembre. I momenti più duri? Toni Servillo dice è stato bello vedervi occupare, anche se occupare è un atto di forza". Non è stato facile riuscire a mantenere l'ordine. Si è arrivati alla conclusione che alcune persone non erano adatte a vivere questo tipo di esperienza, accettare ad esempio che non si poteva fumare nel cinema. C'è stata una spaccatura, allora, nel gruppo che non si è mai rimarginata. E da frontman che gestival i rapporti con l'esterno mi sarebbe piaciuto invece far coesistere le varie correnti".

Finora nessun rapporto con il nuovo sindaco?
"Finora siamo stati concentrati sui festival. Prima si lavora, poi si racconta il proprio lavoro. Il concetto che mi sembra importante portare avanti è che non bisogna cadere nel qualunquismo della cultura in perifera, creando quello che Nicolini chiamava ghetto di settore. Bisogna invece mescolare centro e periferia. Noi abbiamo portato un cinema itinerante a Corviale. Portando i ragazzi di Trastevere in periferia e viceversa. Del resto noi del movimento siamo ragazzi del Torrino, di Cinecittà, di Colle Aniene, ci rendiamo conto che si ragazzi si spostano. Noi siamo un gruppo di ragazzi che dalla periferia ci spostavamo nelle scuole della Roma bene portandoci dietro un senso di isolamento. Ciascuno di noi ha portato nel movimento studentesco un senso di riscatto verso le istituzioni. All'inizio il cinema non ci interessava tanto. Bertolucci disse "questi ragazzi non sanno cosa è il cinema e lo scoprono proiettandolo". Quello che ci unisce è l'idea di regalare un'alternativa ai coetanei. La possibilità di fare qualcosa la sera senza spendere, visto che già si devono spostare dalla periferia. L'idea di regalare emozioni da condividere insieme e senza alterare lo stato d'animo, che è la cosa peggiore che si possa fare a vent'anni".

Cosa si impara lavorando sul territorio?
"In questi anni ho sentito che in città manca il senso di comunità, di appartenenza al territorio romano. Noi simo partiti dall'identità del Rione per parlare poi sempre di più di Roma e di cultura. Lavorando abbiamo sentito il distacco tra quelo che ci avevano raccontato a scuola e l'esperienza di piazza, che ti mette di fronte a cose di cui nessuno ti parla. La difficoltà di trovare sponsor, finanziamenti e permessi. Ma soprattutto la fatica di far coesistere le diverse anime della piazza: i ragazzi del muretto, l'associazione che si preoccpa dell'albero, il mercato, i ristoratori che vogliono vendere ma non vogliono il chiasso, il residente alla finestra. A ventiquattro anni ci sembra di aver imparato a gestire un territorio, entrare in una dinamica collettiva che riguarda vari gruppi incapaci di comunicare tra loro: le mamme del parco giochi, i pensionati, gli esercenti, i ristoratori. Il collante tra le persone è un segnale importante per il territorio".

Un 'esperienza formativa per molti ragazzi.
"E' stato bello vedere ragazzi che trovano un'esperienza che li fa uscire di casa, lontani dai social. Lo spazio tra la fine degli studi e il lavoro lascia spaesati. Sembra impossibile esprimersi nella società e il movimento ha dato a molto l'opportunità di mettersi in gioco, fare esperienza, trovare la propria strada artistica o lavorativa. Uffci stampa, gestore di service, fotografi, account. Molti ragazzi dopo l'esperienza hanno trovato la loro strada e ci hanno lasciati, serenamente".

Scola al Piccolo America: "Una favola che si realizza"

Tra i vostri sostenitori della prima ora Ettore Scola. Il ricordo più forte che ha di lui?
"Scola mi ha ripetuto cento volte di non vendere mai le nostre idee, ma di metterle a frutto nel progetto. Era un ritornello che ricorreva in ogni telefonata. Poi metteva in discussione ogni scelta, poi scoprivo dalla figlia che in realtà lo faceva per vedere come reagivo, per metterci alla prova e renderci capaci di sostenere anche pubblicamente le decisioni che aveamo preso".

Lei farà il selezionatore per la Festa di Roma.
"Sì. Ho accettato di far questa esperienza principalmente perchè al di là della rassegna estiva volevo capire come funziona un festival e lavorare alla Festa è un'esperienza importante. A livello di gruppo ne abbiamo parlato, perchè finora avevamo gestito tutto in modo collettivo mentre questo è un incarico individuale. Si è deciso, tutti insieme, che questa mia attività poteva essere un arricchimento per il gruppo, in vista della direzione artistica della Sala Troisi".