'At Home with Monsters', l'horror di Guillermo Del Toro in mostra a Los Angeles
Filippo Brunamonti
Il LACMA ospita la retrospettiva dedicata al regista e autore messicano: reperti tossici, teschi, bambole, ingranaggi per un parco giochi dell'orrore. "Gli anni 60/70 in Messico sono stati il mio incubo a occhi aperti"
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LOS ANGELES - “Devi prima credere alla magia per vederla”. Parola di Guillermo del Toro, filmmaker messicano, di rigida educazione cattolica, trapiantato a Hollywood, influenzato dal make-up di Dick Smith (L’esorcista) e stregato da Le follie di St-Germain-des-Prés (1947) che gli ha permesso, in senso cinematografico, “il balzo dalla lampada a petrolio alle luci al neon”. Ad uno dei più influenti autori contemporanei - da Cronos a La spina del diavolo, da Hellboy a Il labirinto del fauno - è dedicata la retrospettiva At Home with Monsters (A casa coi mostri) fino al 27 novembre al Los Angeles County Museum of Art (LACMA).
Artigianato vecchia maniera, cultura pop, la fanciullezza trascorsa a Guadalajara, dove il padre è stato sequestrato da una squadra di criminali. Del Toro è come Collodi - da sempre ha in mente un Pinocchio irrealizzabile - ancora capace di tirar fuori il verme dalla Mela. Guerre tra alieni e robot pilotati da umani (Pacific Rim), gotico letterario infarcito di cromatismi Hammer anni Sessanta (Crimson Peak), vamp virali in onda su Fox (The Strain): l’armadio di Guillermo somiglia a un parco giochi da incubo che guarda tanto a Leonardo da Vinci quanto al dark di Lovecraft, al formalismo di Hitchcock, alla follia di Fellini. Anche se lui aggiungerebbe altri riferimenti, in parti uguali: “Richard Corben, Johannes Vermeer, Edvard Munch, e gli amati simbolisti, Félicien, Rops, Odilon Redon, Carlos Schwabe e Arnold Böcklin”. Del Toro è un onnivoro. L’exhibit a L.A. è cominciata tre anni fa con un magnifico volume dal titolo Cabinet of Curiosities (L’armadio delle curiosità), edito da Harper Design, raccolta di diari, collezioni, e altre ossessioni del "fantasista morbido" (così lo chiama il padre Federico). La mostra in sé compila una serie di 60 oggetti misteriosi - disegni, costumi, props, litografie, foto, manufatti, libri, maquettes, stralci di film - e 500 “arnesi da stregone” che ne hanno segnato stile e ispirazione.
Il genio di Guillermo Del Toro in mostra a Los Angeles
A Guillermo del Toro, filmmaker messicano, di rigida educazione cattolica, trapiantato a Hollywood e considerato uno dei più influenti autori contemporanei - da Cronos a La spina del diavolo, da Hellboy a Il labirinto del fauno - è dedicata la retrospettiva At Home with Monsters (A casa coi mostri) fino al 27 novembre al Los Angeles County Museum of Art (LACMA). Nello spazio espoditivi sono raccolti modelli, disegni, diari e altri oggetti che rappresentano e spiegano il genio visionario e inquietante dell'artista messicano
Passeggiare per il LACMA è il riflesso di quel che sogna del Toro quando gira film: “Trovare bellezza nel profano, elevare il banale, farsi commuovere dal genere”. Antidoti allo storytelling, armi da cinema per inoculare paura e mettere a disposizione di tutti “l’amore per i mostri nelle nostre vite”. L’arte di del Toro “meritava un museo tutto per sé” fa sapere Britt Salvesen, curatrice. “Quello che vedete sono i punti cardinali del fantasy e del nuovo horror. Reperti tossici, teschi, bambole, ingranaggi. Costruiscono un linguaggio che ha il merito di acchiappare le giovani generazioni. Io la chiamo cross-pollination. E’ un’impollinazione che attraversa diversi media, un patrimonio audiovisivo mondiale che tocca anche spirito e politica”.
"Crimson Peak" - "Non hai più un posto dove andare"
Pronti ad entrare in bottega? Si comincia dalla sezione Childhood and Innocence, Infanzia e Innocenza, quella che ha tenuto a battesimo il salto nel gotico del regista: da Bad Ronald a Night Stalker fino alla Trilogia del Terrore o Something Evil. Dan Curtis e le produzioni Lorimar. “Da bambino la realtà la filtri tu” ci dice del Toro, in giacca nera, camicia blu e occhiali da incantatore. “Le mie emozioni da adulto - prosegue - fanno una fatica immane a tornare pure e autonome come quelle che sentivo in corpo da piccolo. Ecco perché nei miei film non isolo mai i personaggi più giovani e verginali da sentimenti come paura, abbandono e... morte. Li tengo per mano, li lascio visitare gli orrori del Messico, quelli del bullismo, che ho subìto sulla mia pancia, e della criminalità organizzata, ragione per cui non mi è possibile tornare a casa adesso. E’ ancora troppo pericoloso, metterei a repentaglio la mia famiglia”.
Del Toro non risparmia il suo elisir di verità e mette in mano ai visitatori del museo uno dei suoi preziosi diari personali. “Mi ispiro a Renoir, l’artista impressionista, che diceva: ‘Un pittore dipinge lo stesso albero per tutta la vita’. Sono d’accordo. La covata maledetta del cinema fonde alchimia, pop e alterna low budget a super-produzioni hollywoodiane. Una delle mie forme di resistenza più forti è la classificazione. Non amo le etichette. Soprannomino ‘Eye protein’, occhio proteico, le figure che popolano i miei deliri. Se ci lasciamo trasportare da ciò che è sotto il nostro vigile controllo, il subconscio e l’inconscio, allora ci avvicineremo alla verità, fatta di superficie e nascondiglio, di cose dette e cose sole bisbigliate”.
Victoriana è l’ala più romantica e edwardiana dell’esposizione. Ad ispirare del Toro, in letteratura, è stato soprattutto Charles Dickens, al quale si deve pure il nome della sua residenza: Bleak House, uno spazio creativo da cui proviene la maggior parte degli oggetti in prestito al LACMA. “Realismo e fantastico, umorismo e passione per la tassonomia biologica. Sono tanti gli elementi che mi legano a Dickens, alla scienza, agli insetti, a ciondoli e ninnoli” racconta. “Sin da bambino ero un tipo strano - sorride - forse perché non somigliavo per nulla a un messicano ma ad un tedesco. Razza ariana biondissima. Mi ostracizzavano per via di questi occhi a palla incredibilmente blu e i capelli lucenti simili a quelli di Roy Batty, il leader dei rinnegati replicanti Nexus-6 in Blade Runner. Mi sentivo un freak. Sembrava che ad essere buoni e intelligenti fossero soltanto i bruni con l’abbronzatura. Sarà per questo che i supercattivi nei miei film hanno quell’aspetto”.
Le porte si aprono all’inverosimile con la Rain Room della Bleak House in cui del Toro ha installato una finestra fittizia e ricrea tuoni, fulmini e saette con speciali effetti visivi e sonori. Un antipasto prima della sala Magic, Alchemy, and the Occult. “I miei lavori non sono un passepartout ma dei talismani, una mappa senza bussola, delle chiavi segrete che possono catapultarti nel regno della conoscenza impossibile” mette in chiaro del Toro. “Le storie che racconto sono invase spesso da scienziati, io li reputo i moderni eredi dei monaci e degli indovini. Esplorano il confine tra sacro e profano, da qui il mio pallino per H.P. Lovecraft, pieno di idiosincrasie eppure un mito assoluto della science fiction. Quanto mi piacerebbe adattare la sua novella, At the Mountains of Madness (1936), per il grande schermo…”.
Si prosegue con Movies, Comics, Pop Culture, un tuffo negli omaggi ad Alfred Hitchcock e Luis Buñuel, da Moebius (Jean Giraud) a Frank Frazetta, fino a Richard Corben. “La serie Hellboy è arrivata prima dell’implosione dei cine-fumetti - dice - e al tempo ero interessato all’abbattimento delle gerarchie tradizionali tra cultura alta e bassa. I comic books, insieme allo studio dell’arte e delle mutazioni genetiche umane, hanno formato il mio spirito anarchico. Degas, Picasso, Manet, Goya sono dei giganti ma, lo ammetto, nell’adolescenza ero sempre appiccicato alle pagine dell’enciclopedia medica solo perché, sui libri, trovavo donne nude meravigliose (ride, ndr.). Non c’era Internet all’epoca!”. I fumetti dell’orrore più importanti? “House of Secrets e House of Mystery: circolavano un mucchio di ristampe illegali delle antologie DC Comics in Messico, cambiava solo etichetta, iper-taroccata: EC Comics”.
Ed eccoci arrivati a Frankenstein and Horror, un laboratorio d’avanguardia dove il Dr. Frankenstein e altri mostri scatenano le loro creazioni: “Sono cresciuto con il film di James Whale del ’31 e ho divorato il romanzo di Mary Wollstonecraft Shelley a undici anni; The Modern Prometheus (1818) mi ha fatto conoscere la vulnerabilità dei mostri, le loro fragilità. Qualcosa di elettrico e commovente: si respira la stessa aria nel livello Freaks and Monsters, il piano più filosofico e tragico di At Home with Monsters, grondante inferenze, congetture e ammiccamenti (“Accettate il ‘diverso’, apritegli la porta, rendetelo uno di voi”). E’ la premessa a Death and the Afterlife, ovulo finale che trova il suo compimento nelle origini di del Toro. “Dovete arrivare alla fine della mostra per comprendere chi sono veramente e di quale materiale sono impastati i miei sogni. Gli anni Sessanta/Settanta in Messico sono stati il mio horror ad occhi aperti, cadaveri nelle strade, corpi mutilati e martoriati, chiese-catacombe. Guadalajara era un lazzaretto vivente ed io provengo da lì. In famiglia mia nonna mi ha messo in testa il concetto di peccato mortale. E insieme a mio padre mi ha spronato a disegnare. Uno dei primi bozzetti ricordo di averlo intitolato ‘The Invader’. Avevo immaginato un’enorme cupola che ricopriva la città, sovrastandola con dei tentacoli. Dei mostri piovevano all'improvviso dal cielo e si mangiavano tutti gli abitanti, alcuni di loro tentavano di scavare un buco nella cupola e liberarsi. Ho realizzato questo disegno epico in matita Prismacolor. I primi clienti: mamma, papà e nonna. Sold out! Il complice-di-misfatti era mio fratello. Ci rimbambivamo di Lon Chaney e creature come il Mostro della Laguna. Costruivamo delle riproduzioni ad altezza umana, con argilla e plastilina, poi le riempivamo di fegato, pancreas, e cuore. Un po’ di ketchup e pronti a lanciarle giù dal tetto contro i passanti. La mia casa è sempre stata un bizzarro, divertente museo”.