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Ben Affleck e 'The accountant', un matematico al servizio del crimine: "Coi numeri non sbagli mai"

Nel film di Gavin O'Connor l'attore veste i panni di un genio autistico dalla doppia vita: "Ma non credo che potrei essere mai un buon contabile". Sull'America: "Viviamo tempi strani, dovremmo essere più responsabili"

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LOS ANGELES - Sembra quasi diventata una moda: recitare un personaggio affetto da bipolarismo o, ancora di più, da qualche forma di autismo, sia Asperger o disordini del cosidetto "spectrum"; basta guardare Claire Danes in Homeland, Diane Kruger di The Bridge o Bradley Cooper in Il lato positivo. E' adesso il turno di Ben Affleck nel film The Accountant di Gavin O'Connor (Warrior), in uscita il 27 ottobre: l'attore veste i panni di un genio della matematica affetto da autismo che, dietro l’apparenza di un contabile di una piccola città, lavora per alcune delle organizzazioni criminali più pericolose al mondo. Quando il dipartimento del Tesoro americano, guidato dal premio Oscar JK Simmons, comincia a interessarsi più da vicino del suo lavoro, cominciano anche le carneficine. Insieme ad Affleck recitano tra gli altri Anna Kendrick, Jeffrey Tambor e John Lithgow.

Incontriamo Affleck al Four Seasons Hotel di Los Angeles: barba lunga per esigenze di copione, perché deve tornare fra due settimane a girare in Islanda un’ultima scena dell'imminente thriller Justice League. Ma intanto parla di The Accountant, dell’autismo, di essere padre e di Trump.. aveva già da tempo chiesto di non chiedergli, please, dei recenti sviluppi del suo matrimonio/separazione da Jennifer Garner.
 
Ben, nonostante lei sia il protagonista assoluto il suo nome non è in evidenza rispetto agli altri. Perché?
"Non credo che al cinema un solo attore possa emergere sopra gli altri. I film sono frutto di collaborazione, dipendono dall'unione delle forze di chiunque coinvolto. O forse sono superstizioso. E sì, è stata la mia scelta. Con un gruppo come questo vale la pena far sapere al pubblico che sono tutti equamente bravi".

Ben Affleck, matematico autistico con una seconda vita: il trailer di 'The accountant'

Cosa l’aveva affascinato di questa storia?
"Senz’altro il tema dell'autismo: facendo delle ricerche ho scoperto quanti diversi generi e gradi di autismo ci siano, non ne esistono due uguali. E' un fenomeno molto interessante. E poi c'è il mondo della matematica e dei numeri che avvolge il personaggio: il mondo è tutto in chiaroscuro e nebuloso, mentre i numeri sono luminosi e affidabili. Coi numeri non ti sbagli mai, e questo regala conforto. Non credo potrei mai essere un buon contabile".

Il film parla anche di un padre e i suoi metodi duri per educare i figli. Lei che tipo di padre si considera?
"Quando hai figli la cosa più importante diventa proteggerli. Il mondo può far paura. Nel film il padre reagisce male alla paura e teme per i suoi figli e così facendo, un eccesso di protezione, finisce per alienarli in modo esagerato, li spinge a combattere. A volte puoi danneggiare un figlio pur cercando la cosa migliore per lui o lei. Io cerco di essere un padre protettivo ma non asfissiante". Cosa pensa del suo paese, l'America, rimanendo sul tema della protezione?
"Dovrebbe fare di più per proteggere il pianeta, dovremmo essere più attivi e più responsabili. In America consumiamo 25 per cento delle risorse della terra con il 7 percento più o meno della popolazione. E’ moralmente importante, per noi che siamo così fortunati, fare qualcosa per gli altri. L'America è costituita su dei principi che a volte non seguiamo. Viviamo strani tempi".

Cosa intende dire?
"Siamo in una situazione politica insolita, non ho mai visto niente del genere da quando ho memoria. Ho trascorso l’estate in Inghilterra per le riprese di Justice League, e ho toccato con mano il dramma del Brexit e come l'Inghilterra si sia auto-sorpresa votando a favore. Tutti dicevano 'non vincerà mai', e invece ecco qua. Stessa cosa sta succedendo con Trump, con tutto questo odio contro gli immigrati e il revival 'nativista' che sta emergendo alla grande. Strani tempi".

Come si spiega tanto supporto per Trump? Perfino la classe operaia lo vota.
"Sostengono Trump perché si sono sentiti traditi dalla classe politica, si sono sentiti dire troppe bugie troppo a lungo. E' una lezione da imparare bene. Ma per me votare Trump è come mettere una bomba politica nel cassonetto e dire: questo è quello che pensiamo del governo. Il desiderio per il cambiamento non deve esprimersi così".
 
Lei oramai è anche un acclamato regista (ha vinto l'Oscar per Argo nel 2012, ndr.): il suo prossimo film dietro la cinepresa?
"Live by night, che uscirà il prossimo anno, e che nasce dalla mia passione per la vecchia Hollywood e i film della Warner Bros, i film sui gangster, pulp e sexy. Mi piacciono le sparatorie al cinema e voglio togliermi la soddisfazione di metterle in scena almeno una volta".

A proposito di sparatorie: lei è pro controllo sulle armi da fuoco, tema scottante di questa campagna presidenziale?
"Certo, i limiti e il controllo dovrebbero seguire il buon senso. Ma il Secondo Emendamento della nostra Costituzione sostiene che il cittadino ha diritto al porto d'armi e non mi sento di interferire con questo diritto. Ma di certo il cittadino comune non ha diritto a un mitragliatore automatico!"

Lei possiede armi?
"Sì, con regolare porto d'armi. Se qualcuno mi entra in casa di notte e minaccia la mia famiglia cercherei di difendermi. Per me l'arma è un diritto all'autodifesa, e basta. E magari un po' di sport al poligono di tiro".

Le piacerebbe un giorno entrare in politica?
"La politica è solo una questione di raccolta di fondi, e diventa per forza una cosa un po' sporca, immorale. Un politico di professione è un fund raiser a tempo pieno. No, preferisco fare politica dalla posizione in cui sto adesso. Sono più utile così, almeno spero".