Andrzej Wajda, in prima linea nella lotta non violenta per il cambiamento
Andrea Tarquini
Il regista polacco aveva 90 anni. Fin dall'inizio della sua carriera raccontò drammi e tragedie dell'oppressione comunista, orfano per colpa dei russi diceva: "una vera Polonia democratica non deve guardare al passato ma al futuro"
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Fino all'ultimo, Andrzej Wajda fu regista impegnato per la libertà e la democrazia della Polonia. Oggi chi lo conobbe e chi amò i suoi film lo compiange anche per questo. Dai primi film nell'èra del disgelo poststaliniano, con Gomulka dittatore vicino a Kruscev al potere a Varsavia, al 1980 quando con gli scioperi dei cantieri di Danzica nacque Solidarnosc, Wajda fu sempre in prima linea nella lotta non violenta per cambiare il suo paese. Accorse a Danzica, per esprimere solidarietà agli operai in sciopero, insieme ai migliori intellettuali del dissenso, da Adam Michnik a Jacerk Kuron, da Bronislaw Geremek a Karol Modzelewski. E quel giovane semplice elettricista baffuto che guidava la lotta per un sindacato libero, Lech Walesa, capì subito l’occasione storica. Strinsero amicizia e un patto non scritto, lui e gli intellettuali venuti dalla capitale: per la prima volta nell’Impero sovietico intelligentsija e lavoratori lottarono insieme contro il regime. Così cominciò il lungo processo che portò alla caduta dei Muri e alla fine del Patto di Varsavia e dell’Urss.
Addio a Andrzej Wajda, il suo film su Lech Walesa
Wajda dall'inizio narrò nei suoi film drammi e tragedie dell'oppressione comunista. Da Cenere e diamanti, tratto dal libro di Jerzy Andrzejewski, in cui si narra del primo giorno della Liberazione in una cittadina polacca, dove però comincia subito la resistenza dei partigiani dell'Armia Krajowa (impegnati contro i nazisti fino al giorno prima) contro i nuovi occupanti, i sovietici e il Pc da loro imposto. O con I dannati di Varsavia, storia dell'insurrezione antinazista nella capitale che i sovietici non aiutarono, anzi lasciarono schiacciare dalla Wehrmacht. Ma la vera svolta nell’impegno venne dopo: con L'uomo di marmo e il seguito L'uomo di ferro narrò la storia tragica degli operai sfruttati dal regime. Contribuì poi a far girare Operai 80, straordinario documentario sullo sciopero da cui nacque Solidarnosc. Fu intellettuale politico impegnato fino nei suoi ultimi film, quello dedicato alla storia di Lech Walesa e quello sul massacro di Katyn. Cioè a quando l'Urss di Stalin, dopo aver occupato la Polonia insieme alla Germania nazista, fece massacrare nella foresta di Katyn oltre 22mila ufficiali dell’esercito polacco dalla Nkvd, la polizia segreta bolscevica. Tra quegli assassinati c’era anche Jakub Wajda, papà del regista.
Addio a Andrzej Wajda, il videoritratto di Maria Pia Fusco
"Volli fare un film su Lech perché sentivo di doverlo a lui, al paese, al mondo", mi narrò Wajda l’ultima volta che lo incontrai, nella sua semplice, graziosa villetta nella zona nord di Varsavia. Alle pareti, sciabole, foto del padre in uniforme, e tante foto di Walesa che guidava in piazza gli operai. "Ho voluto questo film per ricordare ai polacchi e al mondo che senza quell'operaio, semplice ma dotato di grande istinto politico, non avremmo avuto la libertà. E oggi i nazionalconservatori del PiS guidati da Kaczynski lo diffamano, lo calunniano come traditore inventandosi un suo inesistente passato di collaboratore con la polizia segreta comunista. Capisce, amico mio, è il momento di dire e ricordare la verità". Di papà Jakub ucciso dai russi non volle parlare tanto. Mi disse solo: "Lo ricordo ancora quando, alla mobilitazione generale per l'attacco nazista e poi sovietico, mi abbracciò l’ultima volta alla stazione, alta uniforme, sciabola, pistola alla cintura. Disse a me bambino ‘Tornerò presto, festeggeremo il Santo Natale insieme. Invece non lo rividi più. Solo anni dopo seppi chi lo aveva assassinato. Eppure verso i russi non provo odio né risentimenti. Una vera Polonia democratica deve saper avere un rapporto buono, normale anche con loro, guardare non al passato ma al futuro". Ecco la grande voce da europeo che abbiamo perso.