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CINEMA

Reinhold Messner diventa regista: "La verità è più forte di Hollywood"

L'alpinista debutta dietro la macchina da presa con "Still alive", che racconta la drammatica impresa del 1970 sul Monte Kenya. Dopo il passaggio sulla tv austriaca sarà in sala da novembre

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«Voglio raccontare la realtà. La realtà è verità, e la verità è più forte di ogni fantasia anche hollywoodiana. Oggi la mia nuova vita è il cinema. Voglio fare film su storie vere che ci mostrano cosa succede quando la montagna e l’uomo si incontrano». Reinhold Messner è pronto per un’altra avventura. Dopo essere stato il primo a salire l’Everest senza ossigeno e il primo a raggiungere la vetta di tutti i 14 ottomila, dopo aver attraversato l’Antartide, la Groenlandia e il deserto del Gobi, dopo aver creato sei musei di montagna, Messner sperimenta la settima arte. Stasera, 10 ottobre, all’International Mountain Summit di Bressanone verrà proiettato il film con cui debutta alla regia, Still alive, prodotto dall‘austriaca Servus Tv (in onda il 12 ottobre), e a novembre uscirà nelle sale. Nel cast due scalatori austriaci, Hansjörg e Vitus Auer, che interpretano i medici e alpinisti Gert Judmaier e Oswald Oelz. Il 5 settembre del 1970, durante la discesa dalla punta del Monte Kenya, i due dovettero affrontare una drammatica situazione a 5199 metri di altitudine. Una storia disperata ma a lieto fine che l’alpinista sudtirolese porta ora al cinema e di cui ci ha parlato in una chiacchierata iniziata a Chamonix e proseguita a Castel Firmiano.

Signor Messner, com’è arrivato al cinema?
"Sono stato cento volte davanti a una telecamera. Volevo cambiare prospettiva. Adesso scompaio, non ci sono più, ma sono io a raccontare la montagna e la natura umana attraverso il cinema che è la forma più complessa di narrazione. Non faccio documentari, ma film. Non mi interessa l’altezza della montagna, la lunghezza della corda o il numero di chiodi. Mi interessa l’emozione, quello che capita nel nostro animo quando ci esponiamo ai pericoli in quelle dimensioni".

Che cosa l’ha affascinata di questa storia?
"Vedere questi due giovani alpinisti che si allontanano dalle Alpi e vanno in Kenya. Mi ha colpito quello che gli succede sulla via del ritorno dalla cima. Judmaier che precipita e si frattura una gamba. Non può muoversi. Oelz scende da solo per cercare aiuto. Intanto Judmaier prova a tagliare la corda con i denti, perché il suo compagno l’aveva legato. Vorrebbe rotolare giù dalla montagna per uscire da una situazione terribile e perché ha capito che se lui non muore gli altri andranno avanti ad aiutarlo rischiando la loro stessa vita. Invece lo salveranno dopo sette giorni di freddo e di bufera, trascinandolo per quaranta metri al giorno. Il padre del ferito si reca in Africa, sa che il figlio è ancora vivo, e chiama un gruppo di soccorritori di Innsbruck, forse i più bravi del mondo all’epoca, che arrivano dall’Austria con un charter e lo riportano giù con un’abilità incredibile. Questo film non parla di idealismo, ma di responsabilità, verità, amicizia, amore".
È stato difficile realizzarlo?
"Abbiamo girato in Kenya. Non potevo sapere se il tempo ci avrebbe consentito di fare una determinata scena o di avvicinarci con l’elicottero per le riprese. Anche filmare in queste situazioni è avventura. Un altro limite è che l’attore non sa interpretare il suo ruolo su una parete verticale perché non è in grado di farlo e si vede subito. Però l’alpinista non è capace a recitare, perciò ho dovuto ricorrere a un attore che racconta un pezzo della storia".

Come conobbe Judmaier e Oelz?
"Nel 1970 ero ricoverato in una clinica di Innsbruck. Dopo la spedizione al Nanga Parbat avevo le dita dei piedi congelate. Un giorno portarono un altro alpinista nella camera accanto. Era Judmaier. Nei giorni seguenti si presentò Oelz per visitarlo. Ascoltai la loro storia. Il dottor Oelz è poi diventato uno dei miei più grandi amici".