"13th", Ava DuVernay e l'emendamento che l'America non rispetta
Federica Polidoro
Dopo aver inaugurato il New York Film Festival, è su Netflix il documentario diretto dalla regista di "Selma": "Negli Usa le carceri sono uno strumento per controllare gli afroamericani"
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HA aperto il New York Film Festival ed è arrivato su Netflix il 7 ottobre 13th, il documentario di Ava Duvernay che denuncia l’applicazione discriminatoria del 13esimo emendamento contro la popolazione afroamericana. Sul finire dell’anno di #OscarSoWhite e delle proteste di #BlackLivesMatter dopo i casi di violenza da parte di agenti della polizia, il docufilm porta sullo schermo le testimonianze di studiosi, attivisti e politici per dimostrare come negli Stati Uniti la carcerazione rappresenti uno strumento di controllo delle masse di afroamericani.
"13th", su Netflix il doc di Ava DuVernay
A firmare 13th la regista di Selma - La strada per la libertà, il film del 2014 che racconta le marce della metà degli anni Sessanta per il diritto di voto agli afroamericani, accolto con entusiasmo nelle sale ma snobbato agli Oscar nelle nomination al Miglior film - con una scia di polemiche ancora non sopite. Torna alla carica con impeto per la multinazionale dell'intrattenimento online la DuVernay, e lascia parlare i numeri. Gli Usa, che rappresentano il 5% della popolazione mondiale, hanno anche il primato numerico di detenuti, con il 25%. La maggior parte di questi sono neri. La stessa cineasta ha ricordato come nella sua infanzia fosse questione regolare nella sua comunità avere parenti in galera.
Così partendo dalla denuncia della speculazione di privati sul sistema carcerario ha ricostruito le condizioni storiche e politiche e mediatiche che hanno portato al fenomeno: da Nixon a Reagan e fino a Trump l’America è stata educata al razzismo. “L'idea che voglio portare al pubblico con 13th è che i detenuti sono persone con famiglie, sentimenti, una storia personale – ha detto la regista dopo l’anteprima newyorkese - non si può abusare dei loro diritti come si sta facendo in America da decenni. Una delle più importanti cose da fare è cambiare la percezione dell'uomo di colore, la figura pericolosa che si è sedimentata nell'immaginario. Perché a forza di propinarla anche gli stessi afroamericani hanno iniziato a crederci”.