Intolerance, il kolossal di cent'anni fa che nessuno è riuscito a eguagliare
Roberto Nepoti
In occasione del centenario della sua uscita al cinema, Nuovo Cinema Repubblica, l'iniziativa di Repubblica.it e MYmovies.it presenta "Intolerance", il capolavoro diretto nel 1916 da David W. Griffith. Il film sarà visibile in streaming gratuito lunedì 17 ottobre alle 21: basta prenotare qui un posto
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QUANDO Intolerance uscì sugli schermi americani, nel settembre 1916, l’Occidente era sconvolto dalla prima guerra mondiale; e inizialmente il film fu un insuccesso proprio perché, alla vigilia dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, il pacifismo che lo ispirava risultò impopolare. In seguito sarebbe diventato una pietra miliare della storia del cinema; modificando il linguaggio della settima arte con incredibili movimenti di macchina (antesignani del dolly) e brevettando quel modello di montaggio alternato che avrebbe preso il nome di “montaggio alla Griffith”: strumento per tenere il pubblico col fiato sospeso poi imitato da tutti. Però la cosa che sconcertò di più fu la concezione grandiosa, al limite della megalomania, che aveva ispirato David Wark Griffith: raccontare le tragedie dell’intolleranza mediante episodi esemplari dislocati lungo il corso dei secoli.
Intolerance, il kolossal compie cent'anni
Non c’erano ancora stati Hitler, la guerra del Vietnam o l’attentato alle Twin Towers, che avrebbero potuto fornire al kolossal pacifista altrettanti imput in più: la sintesi dell’intolleranza si concentra su quattro storie, intervallate da brevi scene in cui la diva del cinema muto Lillian Gish dondola una culla. La prima riguarda La caduta di Babilonia e narra di come il re Baldassarre, proclamata una grande festa per celebrare la vittoria sull’invasore persiano, si lasci poi sorprendere dall’esercito di Ciro, che fa strage del popolo babilonese. Segue La passione di Cristo, suddivisa a sua volta in tre parabole: le nozze di Cana, i farisei al Tempio, Maria Maddalena. Il terzo segmento, La notte di S. Bartolomeo, mette in scena un’altra carneficina: il massacro degli ugonotti, avvenuto nel sedicesimo secolo per ordine di Caterina de’ Medici.
Malgrado la magniloquenza dei precedenti, però, l’episodio divenuto più celebre è il quarto, La madre e la legge, l’unico ambientato ai tempi del film e imperniato su personaggi immaginari. Vi si narra di come un industriale, dopo avere ridotto il salario degli operai, faccia reprimere uno sciopero dalla sua polizia privata. Avviene un delitto, di cui è accusato un operaio che, innocente, dovrà subire la pena capitale. Intanto si apprende chi sia il vero omicida; ma il poveretto ha già il cappio al collo: riuscirà, la grazia, ad arrivare in tempo per salvarglielo? Ed è proprio qui che Griffith immortala il montaggio che porta il suo nome.
Intolerance è un film grandioso; il che non vuol dire che sia un film senza imperfezioni. Sergej Ejzenstejn, omologo russo di Griffith e altro maestro del montaggio cinematografico, lo accusò di difficoltà tematiche e ideologiche. Ed è vero che il progetto, narrare quattro storie in alternanza mostrandone le connessioni “filosofiche” con puri mezzi linguistici, era di un’ambizione smisurata. Se la forma e il ritmo fanno del film un capolavoro assoluto (i tempi delle storie parallele diventano via via più ravvicinati, come a creare una sinfonia visiva), il contenuto ideologico resta schematico, troppo semplificato rispetto alla grandezza della concezione visiva. In alcune storie del cinema si ipotizza che, con Intolerance, Griffith intendesse rimandare ai mittenti le accuse di razzismo (non infondate) mosse al suo capolavoro dell’anno precedente, Nascita di una nazione. Però un film non è una conferenza e nemmeno la dimostrazione di una tesi. Basterà abbandonarsi al flusso di immagini ineguagliabili; e, nel frattempo, ci si sorprenderà a constatare che, senza computer o effetti speciali paragonabili a quelli odierni, esattamente cento anni fa un regista realizzò un kolossal che nessuno è ancora riuscito a eguagliare.