Trecento miglia, la distanza degli affetti: zio e nipote nella Siria in fiamme
Francesca Caferri
Presentato al Festival del cinema di Locarno, approda ora a quello di Lisbona "300 miles", il docufilm di Orwa al Mokdad. La guerra lo ha separato dalla nipote di otto anni, i loro dialoghi raccontano il dramma di un paese
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“CARA Nour, non avrei mai immaginato al momento di quel nostro frettoloso ‘ciao’ a Daraa, cinque anni fa, che la nostra rivoluzione sarebbe diventata una guerra. E che tu avresti tenuto in mano la telecamera per me dall’altra parte della Siria, quella in cui non posso più tornare”. Nour è una bambina di otto anni e quello che le parla è suo zio Orwa al Mokdad: il dialogo fra la bambina e lo zio, regista, è il filo conduttore di 300 miles, un documentario che meglio di mille parole racconta la Siria di oggi e come si sia arrivati al bagno di sangue di cui tutti i giorni parlano i giornali.
300 miles, la distanza degli affetti: zio e nipote nella Siria in fiamme
Dal momento di quel “ciao” fra lo zio e la bimba si è alzato un muro lungo 300 miglia, la distanza che separa Daraa da Aleppo. Nour vive appunto a Daraa, la città dove nel marzo del 2011 la rivoluzione siriana iniziò con il gesto di un gruppo di ragazzini che osarono scrivere “Via Bashar” in un graffito. Quando tutto inizia, Al Mokdad, che è un artista ma anche un attivista, si reca anche lui a Daraa: porta la nipote sulle spalle alle prime manifestazioni. Poi, quando la risposta dell’esercito si fa violenta, lascia a casa la bimba e abbandona la città: raggiunge il cuore delle proteste, Damasco, dove diventa uno degli animatori delle manifestazioni. Infine si sposta nel punto più caldo del conflitto, ad Aleppo, dove resterà per mesi, anche nella fase più dura degli scontri, per girare il film.
300 miles è il racconto delle conversazioni fra zio e bambina: lui le racconta i sogni per cui è sceso in strada con i suoi amici, lei le assurdità di un’infanzia passata in guerra. In mezzo ci sono le altre facce della rivoluzione siriana: Adnan, il ragazzo pacifista, alter ego del regista, esponente di quella generazione che nella rivoluzione ha perso tutto, schiacciata dal regime da una parte e dagli estremisti dall’altra. Abu Yarub, il comandante dell’Esercito siriano libero, combattente determinato e severo che nel corso del film vede i suoi sogni spegnersi e i suoi nemici moltiplicarsi, tanto da non sapere più per cosa sta combattendo. E infine si trasforma in un moderno Don Chisciotte contro i mulini a vento al fronte di Aleppo. Orwa al Mokdad
È tramite la scomparsa delle loro illusioni e la presa di coscienza di Nour, che Al Mokdad racconta come la rivoluzione sia diventata un guerra civile: “Forse quello che volevo dire è un po’ troppo romantico, ma per me non possiamo smettere di sognare quello che era il sogno originario della nostra rivoluzione – spiega il regista - Le cose che abbiamo fatto all'inizio, le manifestazioni, i canti, le rose e l'acqua distribuite all'esercito: in cambio ci siamo trovati a fare fronte a una delle repressioni più dure della storia. Ma questo è stato un movimento grande, più ampio della Siria: quella che voi chiamate Primavera araba è il desiderio di vivere in dignità e giustizia, contro questi regimi oppressivi. Un desiderio innato universale che si manifesta ogni volta che siamo di fronte a regimi totalitari e che oggi in Siria continua, con centinaia di migliaia di persone che cercano di portare il cambiamento ognuno alla sua maniera”.
300 miles è un film struggente, duro, dolcissimo, vero: che non potrà non far salire le lacrime agli occhi a chi la Siria la ama e l’ha amata. Presentato con successo al festival di Locarno, approda in questi giorni a quello di Lisbona.