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'La prima meta', se il rugby abbatte i muri del carcere

Il documentario di Enza Negroni in concorso alla 57esima edizione del Festival dei Popoli racconta la storia dei ragazzi di Giallo Dozza, la squadra di rugby del carcere bolognese, e del loro allenatore
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Il cartellino giallo nel rugby indica sospensione temporanea: il giocatore è costretto a ritirarsi in panchina, fino al momento in cui non gli sarà permesso di tornare in campo. Giallo Dozza è la squadra di rugby del carcere di Bologna (la Dozza, appunto) e si chiama così perché i suoi componenti, i detenuti, vivono in una condizione di sospensione, nell’attesa che gli venga data la possibilità di rimettersi in gioco. La prima meta è il titolo del documentario diretto da Enza Negroni in concorso alla 57esima edizione del Festival dei Popoli (a Firenze, dal 25 novembre al 2 dicembre) che racconta la storia dei ragazzi di Giallo Dozza e del loro allenatore, Massimiliano Zancuoghi. Per la sua quadra Max diventerà presto un punto di riferimento, un ponte tra l’interno del carcere e il mondo fuori. "Nel rugby si corre sempre in avanti, il nostro sport ci fa andare sempre avanti" e così, ogni sessione di al…
Il cartellino giallo nel rugby indica sospensione temporanea: il giocatore è costretto a ritirarsi in panchina, fino al momento in cui non gli sarà permesso di tornare in campo. Giallo Dozza è la squadra di rugby del carcere di Bologna (la Dozza, appunto) e si chiama così perché i suoi componenti, i detenuti, vivono in una condizione di sospensione, nell’attesa che gli venga data la possibilità di rimettersi in gioco. La prima meta è il titolo del documentario diretto da Enza Negroni in concorso alla 57esima edizione del Festival dei Popoli (a Firenze, dal 25 novembre al 2 dicembre) che racconta la storia dei ragazzi di Giallo Dozza e del loro allenatore, Massimiliano Zancuoghi. Per la sua quadra Max diventerà presto un punto di riferimento, un ponte tra l’interno del carcere e il mondo fuori. "Nel rugby si corre sempre in avanti, il nostro sport ci fa andare sempre avanti" e così, ogni sessione di allenamento, ogni partita è preparatoria per la meta, non solo quella del campo.

'La prima meta', la squadra di rugby del carcere di Bologna al festival dei Popoli

Sono una quarantina gli ammessi a far parte della squadra, hanno età diverse, alcuni sono molto giovani, ventenni, i più grandi hanno trentacinque anni. Non sono solo le loro pene ad essere differenti (vanno dai quattro anni all'ergastolo), Giallo Dozza è una squadra multietnica: i componenti sono di nazionalità  diversa, ognuno prega il suo Dio e parla la propria lingua. Ma se fare gruppo non è stato facile, il primo sforzo per chi, come loro, sta affrontando un percorso di rieducazione, è stato quello di comprendere che ci sono regole da rispettare, anche e soprattutto nel gioco. "Il rugby è uno sport molto duro, ma se rispettiamo le regole diventa come tutti gli altri". E così, per il sì definitivo all'ammissione in squadra non c'è una particolare prova fisica da superare, addominali o flessioni da fare, bisogna invece accettare di firmare un codice etico con il quale si garantisce di non tenere mai comportamenti aggressivi e di avere sempre un atteggiamento rispettoso nei confronti dei compagni e della società sportiva. E questo significa anche scendere in campo con qualsiasi condizione meteorologica: "ci si allena con il sole, il vento e la neve – spiega Max in una di quelle giornate in cui il campo è un'indistinta pozza di fango battuta da una pioggia incessante – andate a chiedere spiegazioni a chi oggi ha scelto di non scendere". Già, perché lasciare le loro celle per "scendere in campo” è il massimo dello spostamento che è concesso ai giocatori di Giallo Dozza. Il loro campionato, che è il campionato C2 della Federazione Italiana Rugby, prevede solo partite "in casa". Ogni settimana i Giallo Dozza accolgono i loro avversari nel campo del carcere, a porte chiuse e con gli spalti e le tribune praticamente vuote. Una volta iniziato il match, però, tutto si trasforma, a partire dal tempo che improvvisamente inizia a scorrere più veloce, i ritmi si fanno frenetici e convulsi, proprio come i movimenti dei giocatori in campo.

Enza Negroni racconta Giallo Dozza, squadra di rugby del carcere di Bologna

"Era proprio questo l'obiettivo – racconta Enza Negroni – mostrare la contrapposizione tra le due vite, quella del giocatore di una squadra e quella del detenuto, solo nella sua cella". La regista ha seguito i ragazzi dentro e fuori dal campo, e quello che ci restituisce è un quadro di vite divise a metà, scandite, da una parte, dai tempi nevrotici degli allenamenti estenuanti e delle partite e dall'altra da quelli dilatati, lenti delle giornate in carcere che scorrono via tra letture, preghiere per chi crede, esperimenti culinari, partite a carte e tv, accese molto spesso solo per spezzare il silenzio. In mezzo c’è, ancora una volta, Max che in campo incita alla "calma e disciplina" e fuori sottolinea che il rugby "è uno sport che si fonda sull'amicizia". Anche per questo un giorno, senza preavviso, sorprende la sua squadra: fa trasferire tutti i giocatori nello stesso braccio del carcere, perché condividano "non solo il campo". Sì, è come se fosse una ulteriore regola del rugby, di quelle non scritte, come il fatto che "dopo il primo e secondo tempo, c’è sempre un terzo tempo, alla fine di ogni partita": è il momento in cui ci si ritrova tutti, anche con gli avversari, nella palestra del carcere per mangiare e bere insieme. Una delle regole non scritte dello sport, invece, è che chi ha il compito di dare lezioni e dettare insegnamenti finisce sempre con l'avere in cambio qualcosa. E così è stato anche per Max: a lui i ragazzi di Giallo Dozza hanno insegnato "a guardare tutto diversamente. Stando qui, con voi, ho imparato cosa vuol dire stare dentro e questo ha cambiato il mio modo di vedere la vita fuori".