"Ho amici in paradiso", in anteprima 5 minuti del film
Lo sa bene il regista, Fabrizio Maria Cortese, che per due anni ha tenuto un corso di recitazione al Don Guanella e i pazienti li conosce e li stima. Per questo ha girato un film che vuole ribaltare il punto di vista: i disabili - in Ho amici in Paradiso, come nella vita quotidiana - sono simpatici, affettuosi, dispettosi. Proprio come chiunque altro. Cortese ha deciso di mostrarlo sul grande schermo, affidando ai pazienti del Don Guanella alcuni dei ruoli principali: sono gli stessi disabili a raccontare la disabilità.
Disabili? No, attori. Il Don Guanella è il set di 'Ho amici in Paradiso'
La nuova commedia di Fabrizio Maria Cortese è un omaggio alla recitazione come terapia. Ambientato al Don Guanella, storico istituto romano per la riabilitazione di persone con disabilità mentali e psicosensoriali, il film dimostra come il cinema e il teatro siano strumenti di inclusione sociale. Non solo perché tra i protagonisti ci sono dei pazienti del centro che recitano al fianco di attori professionisti ma anche perché nel corso della storia viene avviato un corso di recitazione teatrale all'interno del Don Guanella: un laboratorio che aiuta tutti a superare le proprie barriere, non solo i diversamente abili
Il progetto é piaciuto anche agli attori professionisti che hanno voluto farne parte. “Ho detto di sì ancora prima di leggere il copione - racconta Valentina Cervi – quando Cortese mi ha portata al Don Guanella ho capito che volevo passare del tempo lì e fare qualcosa”. L’attrice interpreta Giulia, psicologa del Centro e mamma single di Lorenzo, adolescente problematico. “È una donna molto generosa – la descrive Cervi - che lavora per aiutare il prossimo, ma ciò che dà agli altri lo toglie a suo figlio”. Ad aiutare Giulia e Lorenzo, l’insospettabile Castriota: un uomo al principio indifferente ed egoista, da cui il lavoro al Don Guanella tira fuori il meglio.
I disabili, nel fillm, non hanno bisogno di aiuto. Sono i veri eroi e riescono a salvare sotto ogni aspetto chi li circonda, persino fisicamente, quando Felice viene rapito dai mafiosi. Una scelta narrativa che riflette quanto realmente accaduto durante le riprese: gli attori diversamente abili hanno dato lezione ai professionisti. “Lavorare con i pazienti è stato come recitare al fianco di una grande star, un’esperienza che non si dimentica”, ricorda Cervi. A contatto con gli attori disabili, ha dovuto cambiare il suo modo di lavorare: “Dovevo spogliarmi di ogni sovrastruttura perché non hanno barriere: sono 'fisici', improvvisano. E in qualche modo costringono anche te a farlo, a essere più istintiva. Grazie a questa freschezza è facile dimenticarsi delle telecamere e sentirsi immersi nella scena”.
Nonostante il tema sensibile, il film adotta un registro leggero. Sull’esempio di successi come l’italiano Si può fare e i francesi Quasi amici e La famiglia Bélier, Fabrizio Maria Cortese ha scelto la commedia per avvicinare il pubblico al tema dell’inclusione. “Spero che il cinema possa sempre affrontare queste tematiche con ironia - osserva - queste persone hanno bisogno di sorridere e noi di riflettere, il loro mondo è stare con gli altri, rappresentano una risorsa per la comunità”.