Il cinema, i neuroni e l'effetto che fa: "Per fare buoni film bisogna conoscere bene il cervello"
Roberto Nepoti
Intervista al neuroscienziato Giancarlo Comi, promotore del festival "Cinema&Cervello" in corso a Milano. "Ogni film lascia una traccia che concorre a formare la nostra personalità"
2 minuti di lettura
ABBIAMO sempre saputo che il cinema è una macchina per produrre fascinazione. Però l’esperienza - inedita - di sentir parlare di cinema da un neuroscienziato di fama internazionale come il professor Giancarlo Comi, direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale dell’Ospedale San Raffaele di Milano, lo rende ancora più affascinante. Per mettere l’esperienza scientifica avanzata in contatto con la settima arte, Comi ha concorso a promuovere la prima edizione del Festival Cervello & Cinema, a Milano (fino al 2 aprile) con un’affluenza di pubblico superiore alle aspettative degli stessi organizzatori.
Come ha trovato il tempo, professore, di inserire tra le sue attività anche questo appuntamento col cinema?
“Al cinema sono appassionato come spettatore, però non sono un esperto. Del binomio Cervello & Cinema mi interessava soprattutto la prima parte: per un neurologo l’osservazione è fondamentale e il cinema può fornire occasioni di osservazione eccellenti. Oggi le neuroscienze stanno compiendo passi da gigante; finalmente possiamo aprire la scatola nera del cervello, che ci rivela aspetti della sua complessità finora legati solo a intuizioni”.
All’apertura del Festival lei ha affermato che per fare buoni film bisogna conoscere bene il cervello. Vuole sviluppare il concetto?
“Per chi intende raccontare una storia la plausibilità biologica è la base. Solo così la storia può risultare accettabile. Spesso sono rimasto stupito dalle intuizioni di certi registi. Come Ingmar Bergman in Persona e in altri film. Bergman era capace di svelare potenzialità che allo scienziato, se chiuso nella sua prospettiva di visione, sfuggono”. Una foto dal film 'Persona' di Ingmar Bergman. In alto, Robert De Niro e Robin Williams in 'Risvegli' Molti film, d’altra parte, rivelano un allarme ossessivo per i potenziali pericoli della manipolazione del cervello. Penso a casi-limite come Ghost in the shell, sugli schermi in questi giorni, le cui paure di manipolazione genetica rimandano ai progetti di Elon Musk sui microchip impiantati nel nostro cervello.
“Certo, la possibilità di creare questi tipi di interconnessione esiste e può produrre effetti sia positivi, sia negativi. Fantascienza a parte, però, il bilancio del rapporto tra cinema è cervello è in attivo. Sono convinto che chi non è addetto ai lavori sia in grado di capire meglio certe cose, superando per forza d’intuizione il livello dell’analisi volontaria. Poiché il nostro cervello si imbeve di ogni stimolo esterno, il film lascia una traccia che concorre a formare la nostra personalità”.
Lei ha affermato di credere che il cinema possa svolgere anche una funzione informativa nei confronti della scienza.
“Ci credo profondamente. Faccio qualche esempio. Un altro strumento di conoscenza neurologica sono le malattie. Nel corso del Festival commento il film di Michael Winterbottom Go Now, dove Robert Carlyle interpreta un giovane uomo che si ammala di sclerosi multipla. Lo faccio per dimostrare come la malattia possa irrompere nelle strategie di vita del paziente e come questi possa reagire per non rinunciarvi”.
Per dare credibilità a film di questo genere è cruciale l’abilità dell’attore nel rappresentare la malattia…
“Senza dubbio. Un ottimo esempio è il film Risvegli di Penny Marshall, dove Robin Williams interpreta il dottor Oliver Sacks e Robert De Niro è un suo paziente, Leonard, che soffre di spasmi. Il modo in cui De Niro mima i gesti dei veri malati è di una precisione eccezionale”.
La storica Filmologia, la disciplina che nel dopoguerra tentò i primi approcci scientifici al cinema, disponeva di strumenti di ricerca limitati. Oggi invece esistono tecnologie raffinate: non potrebbero servirci a capire meglio quel che avviene nel nostro cervello durante la visione di un film?
“In particolare oggi disponiamo di quel meraviglioso strumento che è la risonanza magnetica. Certo, la struttura della risonanza è macchinosa; però si possono usare strumenti più agili per vedere come il film attiva, in diversi momenti, aree differenti del cervello. I neuroscienziati stanno già facendo esperimenti per paragonare la visione collettiva di un film in sala, dove tutto lo spazio sensoriale è illuminato dallo schermo, e la visione individuale tramite dispositivi come il computer o il tablet”.