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'La meccanica delle ombre', Cluzet: 'Il mio travet francese negli intrighi della politica'

Il thriller politico di Thomas Kruithof con l'attore francese di 'Quasi amici' e Alba Rohrwacher arriva nelle sale il 6 aprile e prima sarà presentato al festival del nuovo cinema francese Rendez-Vous

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La meccanica delle ombre, film debutto di Thomas Kruithof, è un appassionante thriller politico -  la lotta di un uomo insignificante contro il sistema - che ha fatto discutere molto e ha avuto molto successo in Francia anche per la convincente interpretazione di Francois Cluzet, attore dalla lunga carriera, che il mondo ricorda soprattutto per il ruolo di miliardario paraplegico che affiancava Omar Sy in Quasi amici. La meccanica delle ombre racconta di un uomo, disoccupato e ex alcolizzato, che viene contattato da un misterioso uomo d'affari per un lavoro semplice ma ben retribuito: trascrivere delle conversazioni telefoniche. Spinto dalla necessità l’uomo accetta l'impiego senza mettere in discussione le finalità dell'azienda che lo assume. Si ritrova incastrato in una cospirazione politica che coinvolge i vertici delle istitutuzioni e dovrà confrontarsi con le brutali meccaniche che si celano nel mondo sotterraneo dei servizi segreti. Il film, in cui recita Alba Rorhwacher, sarà presentato ai Rendez-Vous, il Festival del nuovo cinema francese in Italia, e poi in sala il 6 aprile.

Cluzet e Rohrwacher in un thriller politico sui servizi segreti

Il suo personaggio è uomo ai margini, disoccupato, ex alcolizzato, ma che sembra l’unico capace di un equilibrio morale.
"E’ un uomo devastato, molto provato dalla vita, attraversato da una serie di debolezze. Da lui non ci si aspettano grandi cose e invece, nel corso della vicenda in cui si trova coinvolto, rivelerà una inaspettata forma di resilienza. La sua è un’evoluzione straordinaria. Quando ci sembra alla mercé degli altri, senza via d'uscita e pensiamo che ormai sia del tutto perduto, quest’uomo trova dentro di sé delle risorse inaspettate per venir fuori dalla situazione".

Quali film, attori e personaggi ha avuto in mente per costruire il suo personaggio? 
"Ho pensato soprattutto a un suo romanzo di Patrick Süskind che si intitola Il piccione. È la storia di un impiegato di banca che vive da solo in una piccola stanza, un uomo in apparenza molto fragile. Finché un giorno, rientrando dal lavoro nella sua stanza, si rende conto che ha dimenticato di chiudere la finestra e che è entrato un piccione, che staziona sul suo pavimento di parquet. E questo piccione sconvolgerà la sua vita. Il protagonista del romanzo ha delle analogie con il mio personaggio. Un uomo che ha perso il lavoro, che ha voglia di dare una svolta alla sua vita. Non cerca di capire le ragioni che stanno dietro alle condizioni dell'offerta di lavoro che riceve, lo stipendio è interessante, l'incarico che gli propongono sembra essere piuttosto semplice. Forse ha il dubbio che ci sia sotto qualcosa di losco, ma sta di fatto che accetta. E solo in seguito inizia a rendersi conto di aver infilato il braccio e la testa in una frantumatrice".

Ha avuto presente il film Le vite degli altri?
"Sicuramente. Ma anche I tre giorni del Condor e i thriller psicologici-paranoici. In Francia si è persa la consuetudine di fare questo genere di film. Mi propongono troppo spesso sceneggiature simili: molte commedie, raramente thriller, ancora meno storie di spionaggio".

Il film è un noir classico, ma affronta temi moderni, è plausibile che si torni alla macchina da scrivere nell’era Snowden…
"Sì. Peraltro abbiamo saputo che il FSB, i Servizi Federali per la sicurezza della Federazione Russa - i servizi segreti della Federazione Russa, eredi del KGB   avevano ordinato numerose macchine per scrivere perché non volevano più utilizzare la posta elettronica, considerata troppo pericolosa, e sappiamo che sono piuttosto esperti in questa materia".

Quali sono i confini morali che non possono essere superati “per il bene dello stato”?
"C'è una frase di Léo Ferré ci invita a "non dimenticare che l'ingombrante nella Morale, è che si tratta sempre della Morale degli altri". Per quanto riguarda il mio personaggio, ho l'impressione che, prima ancora di riflettere sugli aspetti morali, pensi a venir fuori dalla sua situazione. E in fin dei conti è una sorta di pavido. Gli viene offerto quell'incarico, perché i servizi segreti cercano sempre soggetti come lui, che sono un po' allo stremo delle forze. Lo fanno perché sanno che offrendo a persone così un salario elevato, accetteranno e si comporteranno da bravi soldatini. Dunque, a proposito del tema della morale, ho l'impressione che lui, prima ancora di pensare a una moralizzazione della vita politica o della vita pubblica, sia animato soprattutto dalla prospettiva di metter fine alla sua situazione di disagio. Solo in un secondo momento, quando si rende conto di essere soltanto strumentalizzato da due servizi segreti, forse subentra in lui una riflessione morale e che lo spinge a dirsi che è necessario liberarsi dei cattivi e mantenere i giusti".

Lei ha fatto moltissimi film. Nel mondo è conosciuto soprattutto per Quasi amici, che ricordo ha di quel film?
"È stata veramente un'avventura magica. Io e Omar Sy, di fronte alla sceneggiatura, dovevamo scegliere se interpretare i nostri ruoli o viverli sino in fondo. Abbiamo pensato che se avessimo vissuto veramente quella storia di amicizia, cioè se ci fossimo fidati uno dell'altro facendo emergere la generosità da entrambe le parti, avremmo dato al film la qualità della grazia. Rendendo autentica la storia di amicizia. Ci siamo lasciati andare uno nelle braccia dell'altro. Io ero spettatore di tutti i numeri che faceva Sy e lui aveva su di me lo sguardo compassionevole che tutti avremmo verso un disabile. Ma in fin dei conti è anche la storia di due disabili: uno ha un handicap sociale, perché non ha lavoro, e l'altro ha un handicap fisico. E nella vita reale, dal momento che si tratta di due personaggi veri, i due si sono dati l’un l’altro un'enorme quantità di cose. Da un lato, perché il disabile fisico è un uomo ricco e il disabile sociale provava una grande ammirazione per i mezzi e lo standard di vita che poteva avere quell'uomo. E dall'altro, dalla parte del mio personaggio, c'era una profonda ammirazione per la libertà dell'altro, per la voglia di approfittare della vita, il desiderio di divertirsi, la curiosità per gli eccessi, la sua sconfinata fantasia, tutte cose che gli rendevano la vita molto più gradevole".

Quali i film e gli attori che l’hanno fatta innamorare del cinema?
"Ho avuto la fortuna di vedere a teatro Jacques Brel nella sua versione francese di Man of La Mancha quando avevo 13 anni ed è stato lui a farmi venir voglia di indirizzarmi verso questo mestiere. C'era in Brel talmente tanto ardore, generosità, emozione, sensibilità, che, all'età che avevo allora, ho trovato quell'uomo in sintonia con me e mi sono detto che avrei voluto dare tutto me stesso in scena pur di ricevere il calore e l'amore del pubblico".
 
Com'è stato lavorare con Alba Rorhwacher?
"Non l'avevo vista in altri film. Ho trovato che, dietro alla sua apparente grande fragilità, c'è una forza di carattere incredibile e una straordinaria presenza fisica. Sono rimasto molto sorpreso. Quando la vedi, ti fa pensare un po' a un uccellino, sembra avere un grande fragilità, ma in realtà è una donna incredibile, emana un'energia fortissima. E in questo senso possiede la principale qualità di una grande attrice: un'apparente fragilità dietro cui si cela la capacità di incarnare i personaggi più disparati, nello spettro che va dall'aspetto fisico fragile, appunto, alla forza che emana permanentemente".

Conosce il cinema italiano contemporaneo? C’è un regista italiano con cui lavorerebbe?
"Sì, ce ne sono. Ovviamente la star qui da noi in Francia è Roberto Benigni, che è un cineasta geniale. Stavo per fare un film insieme a lui anni fa. Ma aveva già proposto il ruolo a un altro attore e quindi mi aveva detto: "se per caso l'attore rifiuta, vorrei che fossi tu a interpretare il personaggio". Ma l'attore non ha rifiutato e così non ho lavorato con lui. Quello che mi interessa nel cinema europeo è collaborare con giovani registi che possano arricchirmi offrendomi ruoli che non ho mai interpretato o che vogliano esplorare temi che abbiano una visione sociale, politica, espressa anche in toni leggeri. La vita che conduciamo oggi è talmente pericolosa o quanto meno è caratterizzata da un tale livello di densità che la commedia occupa inevitabilmente un posto molto importante. Gli italiani sono sempre stati i maestri della commedia, a partire dal teatro fino al cinema degli anni '70, '80, film che tutti i francesi adoravano e che ci mancano un po' oggi. Ma non è un problema di cineasti italiani, è più che altro un problema di logiche distributive e di coproduzioni che fa si che in Francia i film italiani si vedano meno rispetto a quell'epoca".

È preoccupato della possibile vittoria di Le Pen? La Francia è pronta a un governo di estrema destra?
No, non credo. Non bisogna mai mettere la mano sul fuoco, ma non penso. Stando in sondaggi, c'è comunque ancora un 70% di francesi che non auspicano un'uscita dall'Unione Europea, un'uscita dall'euro, né un governo molto protezionista. Certo, abbiamo visto cos'è successo con l'elezione di Trump: tutti gli artisti americani giuravano che non avrebbe mai vinto le presidenziali e poi il popolo statunitense ha deciso diversamente. C'è un senso di disillusione nei confronti della politica che spinge le persone ad aver voglia di tirare un enorme pugno in faccia a tutti e a correre i rischi dei deliri di qualcuno che ha un programma, che non è affatto un programma formulato in base alle reali esigenze della gente oggi. Negare l'Europa, per esempio, mi pare eccessivamente pericoloso, significa andare contro la Storia. Non siamo più ai tempi di Luigi XIV quando la Francia la faceva da padrona in tutto il mondo. Oggi la Francia è solo un piccolo paese, come l'ltalia, la Spagna, persino la Germania. Insieme possiamo fare qualcosa di molto importante. Per questo penso che abbiamo tutto l'interesse a restare all'interno dell'Europa e a sforzarci di creare, a partire da domattina, un cinema e una cultura europei. Mettendo in campo dei mezzi di comune accordo tra Italia, Spagna, Portogallo, Germania, Belgio potremmo diventare competitivi con budget consistenti e fare in modo che i nostri film vengano visti in tutto il mondo per evitare l'egemonia del cinema americano.

Cosa pensa di Macron?
"Io non sono un politico, non conosco bene i programmi. In questo momento la situazione è piuttosto confusa. Non mi pronuncio mai sui candidati. Quello che so è che ho 5 figli e che desidero che questi figli francesi, europei, possano avere un futuro su questo pianeta che si rimpicciolisce di giorno in giorno con l'attuale rete di comunicazioni. In passato il mondo era lontano, oggi è vicinissimo. Ero in Malesia la settimana scorsa. Bastano poche ore di volo per ritrovarsi dall'altra parte del mondo. L'Australia è un paese vicino, la Nuova Zelanda è un paese vicino. All'epoca di Balzac, e lo cito perché ho appena letto la biografia di Balzac di Stefan Zweig, ci volevano 15 giorni per arrivare a Mosca, in calesse. Oggi il mondo è accanto a noi, l'aeronautica ha rivoluzionato il nostro pianeta. Quello che mi sembra importante è che l'eco dell'Europa sia ascoltato in tutto il mondo, in particolare, per quanto mi riguarda, in termini di cultura. Abbiamo, sia in Italia che in Francia, un patrimonio colossale. Ma non bisogna che i nostri paesi diventino enormi musei solo perché hanno grandi risorse in termini di patrimonio culturale. È fondamentale che la cultura sia viva, che corra dei rischi, che ci dica anche cose che magari non abbiamo sempre voglia di sentir dire, che riveli anche il suo volto ribelle che ci aspettiamo da lei. Sono abbastanza fiducioso in questo senso. Non credo al catastrofismo. Penso che l'intelligenza esista e saprà darci un futuro migliore rispetto a quello che ci promettono nei comizi dei politici, che sono pronti a sventolare il vessillo del catastrofismo".

La paura del terrorismo rischia di allargare i poteri di ingerenza degli apparati nelle vite delle persone. Qual è il rischio nella gestione di informazioni sensibili?
"Non saprei. Posso dire che in ogni caso stiamo fronteggiando la pericolosità del terrorismo. Basti pensare a quanto sta avvenendo in Europa e in tutto il mondo. Non si può dire che il terrorismo stia vincendo la guerra, al contrario. Tuttavia permangono dei soggetti che potrebbero rivelarsi pericolosi a titolo individuale o a titolo collettivo agendo all'interno di piccole cellule. Ma trovo che abbiamo dato una risposta piuttosto puntuale a questa minaccia. Detto questo, non possiamo che deplorare quanto è successo negli ultimi mesi. Noi in Francia siamo stati colpiti in modo terribile da uomini che non hanno alcun senso dell'umanità. Ed è necessario restare molto vigili. Ma io credo che il terrorismo stia perdendo la partita. Ora è necessario aspettare ancora qualche anno per prendere delle decisioni che forse andranno a limitare alcune libertà individuali. Ma ancora una volta se voglio seguire i suoi o i miei minimi spostamenti in nome di una maggiore sicurezza, personalmente la cosa non mi disturba. Preferisco che si sappia quali luoghi frequento o quello che faccio nella mia vita, piuttosto che queste informazioni rimangano riservate e che a un incrocio stradale un degenerato lanci una bomba".