Negli anni, in libri di memorie, interviste, prefazioni di biografie o lettere d’addio, il grand’attore e il regista si sono reciprocamente raccontati, ricordati con quella schiettezza propria, non solo sullo schermo, di quella generazione di cineasti. Il debutto ufficiale insieme nel 1960, Il mattatore, per Risi è "un gioco di scatole cinesi, una calibratura di trasformismo di un Gassmann ancora senza una vera, riconoscibile faccia cinematografica. Vittorio portava facce d’altri, in quel film. Lo schizoide Gassmann in bilico tra il teatro serio ma già di clamore e il cinema rigido, fino al mio film".
Delle colonne di quella stagione - Tognazzi, Manfredi, Sordi, Mastroianni - Gassmann era il suo preferito "il più amico, tra loro. Intelligente e complicato. Ci divertivamo a dare giudizi cattivi: Visconti un arredatore, Fellini un fotografo. Avevamo la classifica dei grandi cani mondiali. Primo, il più cane di tutti, Gregory Peck". L’affetto tra i due non mitigava i giudizi critici. Per Risi "Riso amaro è un film terribile, anche per colpa di Gassmann. Una di quelle gigionate da vergognarsi per tutta la vita".
Il Bifest di Bari rende omaggio a Vittorio Gassman e Dino Risi
A proposito di La marcia su Roma, Risi lamentava il poco tempo avuto a disposizione per la sceneggiatura, "è successo due o tre volte con Gassmann, che aveva poco rispetto per il lavoro di preparazione e non gli importava se il copione non era a posto, voleva rispettare le date di riprese previste dal contratto". Di Il Gaucho, film che all’inizio fu un flop, poi rivalutato, Risi ammette che "era stato il pretesto per una vacanza in Argentina, dove l’anno prima I mostri era stato presentato al Festival di Buenos Aires. L’idea piaceva a Gassman perché aveva avuto grande successo personale in America Latina. Era un film sul cinema e la cosa migliore è il rapporto del protagonista con il povero emigrato Manfredi e quello con il ricco Nazzari. Gassmann, al contrario, era opaco, artificiale".
Gassman e Risi, la coppia d'oro del cinema italiano
Un sodalizio artistico e umano che ha fatto nascere alcuni tra i grandi capolavori del cinema italiano, da 'Il sorpasso' a 'I mostri', da 'Il tigre' a 'Profumo di donna'. Vittorio Gassman e Dino Risi vengono ricordati con documentari e retrospettive incrociate dal Bari International Film Festival, in programma dal 22 al 29 aprile. Le foto, che ripercorrono l'amicizia tra i due artisti e i momenti più significativi della carriera dell'attore scomparso nel 2000, sono concesse dall'archivio del CSC - Cineteca Nazionale e sono utilizzate esclusivamente in occasione del Festival di Bari
Un talento approssimativo. Se Gassmann riconosce che I mostri è un film "importante, una novità, uno dei momenti di maggior successo della commedia all’italiana", poi racconta che "Risi è impressionista e a volte improvvisato. Gli capita di essere un po' trascurato, ma sa a chi rivolgersi. Ha una grande qualità cinematografica, mette sempre una buona camera a distanza, che sembra alta ma è essenziale. Conosce davvero il cinema". Tra Gassmann e Risi l'intellettuale è l’attore, non il regista. A Paolo D'Agostini raccontava (sul Castoro dedicato): "Con Vittorio siamo diversi. Lui si è involgarito a fare cinema, a guadagnare soldi per aver successo. Questo lo ha reso più umano. Ne Il sorpasso ero terrorizzato. A me non piaceva. Pensavo 'Potrà piacere?' Lo vedevo falso. E invece ha funzionato". Dell'attore genovese lo aveva subito colpito quel suo essere "antipatico, aristocratico. Ma la grande intelligenza, la morbosa sensibilità, la spietata sincerità spiegano perché gli voglio bene. La sua memoria mi ha sempre sbalordito. Veniva sul set, dava un'occhiata al copione e diceva "quando vuoi". L'ultima volta insieme, per uno spot, pretese il gobbo per poche battute e dopo il ciak mi chiese: 'come sono andato?'".
C’è stato un periodo in cui per Risi, Gassmann "si faceva troppo guidare dagli autori". Quando il critico di Positif suggerisce di parlare di Il tigre e Il profeta Risi scherza "sì, potremmo mettergli una corda e buttarli insieme... Il tigre non è male, di Il profeta preferirei non parlare. Un altro film in cui Gassman era comandato dagli autori. L'idea era bella, ma avrebbe dovuto concentrarsi su quest’uomo che ha lasciato il mondo per fare l’eremita, il santo, poi torna e prende le tangenti. Il profeta avrebbe dovuto avere migliaia di fedeli, causare una crisi di governo. Allora sarebbe diventato un film satirico, importante, invece è rimasto a metà strada".
In nome del popolo italiano è "occasione di incontro di due grandi attori che gareggiano in uno spettacolo in cui giustizia e ingiustizia fanno da fondo”. Risi ama il finale, "quando Gassman diventa più I mostri, meno Tognazzi che getta il quaderno sul fuoco. Un gesto eccessivo che non avrei dovuto mettere perché incompatibile con il mio modo di vedere le cose, preferisco che sia lo spettatore a decidere". Sullo stesso film Gassmann dice che "ha anticipato i nostri tempi. La sceneggiatura era di Age e Scarpelli, forti e storicamente impegnati, interessati ai problemi sociali".
Risi esemplifica con un aneddoto la doppia faccia di Gassmann alle soglie del successo de Il sorpasso. "Le proiezioni test andarono malissimo. Io e Cecchi Gori pensavamo di tornare io a fare il medico, lui il gestore di nightclub. Ci chiama il proprietario del cinema Corso per dirci che “i venti spettatori stanno ridendo a crepapelle. Sono pochi perché fuori dal cinema ci sono ancora i manifesti di un altro film con Gassmann, Anima nera di Rossellini, un fiasco totale". L’uomo di teatro aveva un forte senso di appartenenza alla nuova stagione "alla bella sceneggiatura di Scola e Maccari de Il sorpasso - raccontava Gassmann, abbiamo aggiunto molte cose. Nella scena in cui ballo stretto con la giovane donna al ristorante le faccio sentire il mio sesso e le dico “modestamente, in breve”: ecco, questa è un’invenzione di cui sono orgoglioso quasi quanto il mio Amleto. Se dovessi nominare solo un mio film direi Il sorpasso. Risi mi ha dato per primo un ruolo da protagonista in un grande film con la mia faccia come era allora, esposta".
Profumo di donna del 1974 era valso a Gassmann a Cannes il premio da miglior attore. "Abbiamo finto di essere ciechi, siamo andati in un istituto ma non ci è servito. Ho solo colto nella loro mancanza di controllo dei muscoli oculari l'idea del leggero strabismo del personaggio". Risi: "Vittorio ha il perfetto phisique du role del personaggio. Cinico, arrogante, intelligente, comico e allo stesso tempo fragile, disperato, solitario generoso sprezzante, crudele ma mai ipocrita, furbo, meschino. Questo è ciò che Gasmann è nella vita come nel film. È facile interpretare un personaggio quando si è quel personaggio".
Negli ultimi anni l’amicizia si era fatta più forte, anche nei momenti burrascosi. "Mi invitava a casa sua a Orvieto. Avemmo una lite furiosa, poi ci siamo ritrovati, la depressione ci ha riaffratellati". Con i dovuti distinguo: "Anche nella depressione - amava dire Risi- Gassmann era un professionista, io restavo un dilettante. Ma questo suo scendere a patti col lato anche umiliante della vita, capendo l’insuccesso, l’invecchiamento, la malattia, lo ha reso molto interessante". Tolgo il disturbo "è il film su due nonni, io e lui, nato da una storia sulle conseguenze della 180, fu un lucido e folle e divertente viaggio nella senescenza per Vittorio e me". Gassmann: "Dino mi disse 'Ti prego, non deludermi proprio adesso, non guarire del tutto. Resta pazzo ancora un po’, lavori meglio'".