Cate Blanchett si fa in tredici, la videoarte diventa cinema
Emanuela Giampaoli
Si intitola 'Manifesto' il film del videoartista tedesco Julian Rosefeldt che ha per protagonista l'attrice premio Oscar in tredici versioni. Dopo il Sundance, il Biografilm di Bologna, il film sarà nelle sale italiane in autunno
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È il film che ha entusiasmato il Sundance lo scorso gennaio, un monumento al talento di Cate Blanchett, ma pure un omaggio all'arte del Novecento, ai pensatori e agli artisti che hanno influenzato maggiormente la cultura occidentale. Manifesto del videoartista tedesco Julian Rosefeldt, nato da un'installazione artistica e approdato al grande schermo, è una delle pellicole passate al Biografilm di Bologna, il festival dedicato ai racconti di vita, dove lo si vede ancora sabato 17 giugno alle 16,30 (poi a novembre nelle sale italiane per I Wonder Pictures). L'idea – già di per sé sorprendente – è far rivivere sullo schermo i manifesti dei principali movimenti politici, artistici, letterari e filosofici del XX secolo, trasformandoli da documenti storici in materia pulsante, mettendoli alla prova del nostro tormentato presente, riversandoli all’interno dei dialoghi del film o meglio di monologhi.
'Manifesto', Cate Blanchett si fa in tredici
Ognuno si celebra all'interno di una microstoria, interpretata da Blanchett che si fa in letteralmente in 13 incarnando altrettanti personaggi radicalmente diversi e declamando nelle circostanze più inattese parole, sogni, idee, dichiarazioni più o meno incendiarie di chi attraverso l'arte e la politica avrebbe voluto cambiare il mondo. Nell'incipit, irriconoscibile nei panni di un senzatetto, si aggira in uno scenario post apocalittico tra fabbriche abbandonate declamando il credo del Partito comunista firmato da Karl Marx e Friedrich Engels. È poi un'elegante broker, impegnata in una trattativa finanziaria al telefono mentre le parole dei futuristi scandiscono: "noi vogliamo combattere accanitamente la religione fanatica, incosciente e snobistica del passato". A un funerale interpreta la vedova affranta che infarcisce l'orazione funebre di motti dadaisti; si trasforma in una coreografa tedesca che rielabora l'esperienza di fluxus; è una madre borghese che intorno alla famiglia riunita a tavola prega, pronunciando però la celebre orazione di Claes Oldenburg: "sono per un'arte che prende le sue forme dalla vita". Ancora è un'affascinante manager a un party aziendale, un'operaia abbruttita dalla fatica, una punk sfatta ma fascinosa. Tutte in una.
Tra gli episodi più poetici una burattinaia accompagnata dagli ideali surrealisti plasma una marionetta con le sue stesse fattezze circondata dai burattini delle grandi personalità del Novecento. Nel più divertente è invece una maestra intenta a insegnare ai suoi allievi come si fa cinema, secondo le regole scritte da Lars Von Trier e Thomas Vinterberg per Dogma 95. Ma l'intento è ironico pure quando Blanchett/conduttrice del tg dialoga con Blanchett/inviata sotto una pioggia battente sui fondamenti dell'arte concettuale enunciati da Sol LeWitt. Girato in dieci giorni in una Berlino inedita, dagli inceneritori hi-tech ai club punk, dalle periferie abbandonate alla borsa valori, cattedrali contemporanee che amplifcano la domanda di fondo del film sul ruolo degli artisti nel nostro tempo.