Adrien Brody da Polanski a Wes Anderson: "Dopo 'Il pianista' è stato tutto facile"
Roberto Nepoti
L'attore premio Oscar a Locarno dove ha ricevuto il premio alla carriera. Un'occasione per guardare indietro ai film che ha fatto cercando sempre di variare
2 minuti di lettura
È stato pianista e soldato, matador, nobile francese, insegnante, musicista punk, più volte serial killer. Grazie al cinema Adrien Brody, a Locarno per ricevere il premio alla carriera, ha "vissuto molte vite", immergendosi in ruoli diversissimi gli uni dagli altri ma sempre con la volontà di dare a ciascuno una verità drammatica che lo rendesse credibile. Magari imparando, nel contempo, anche qualcosa su sé stesso.
A Locarno Adrien Brody premiato con il Leopard Club Award
Locarno Festival omaggia uno dei profili più brillanti del cinema americano consegnando il Leopard Club Award ad Adrien Brody, premiato con l’Oscar a soli 29 anni. A partire dalla sua interpretazione del compositore Wladyslaw Szpilman in 'The Pianist'(2002), Brody è entrato nell’immaginario collettivo, riuscendo poi a confermarsi come uno degli attori più versatili, apprezzato a Hollywood e non solo.
Lei era ancora nei suoi vent'anni quando fu diretto da registi del livello di Terrence Malick ('La sottile linea rossa'), Ken Loach ('Bread and Roses') e Polanski, che come protagonista del Pianista le fece vincere l’Oscar.
"Quella con Roman fu l'esperienza più intensa, decisiva per il mio futuro di attore. Sapevo che mi stavo assumendo una grande responsabilità; e ce la misi tutta, immergendosi in quel personaggio realmente esistito la cui storia, tra l’altro, aveva assonanze con il vissuto del regista. Attraverso l’empatia e il digiuno – imposto dalla necessità di rendere evidente la trasformazione fisica di Wladyslaw - ho cominciato a capire quello che io, giovane privilegiato cresciuto a New York, non sapevo se non vagamente: l'enorme sofferenza e disperazione delle vittime della Shoah. Il pianista mi è servito da training: dopo di allora tutto mi è sembrato facile".
Adrien Brody premiato a Locarno, il film culto 'Il pianista'
Come è stato diventare uno degli attori prediletti di un altro grande del cinema, Wes Anderson, nel 'Treno per il Darjeeling' e 'Grand Budapest Hotel'?
"È stato un privilegio venire accolto nella sua famiglia. Non solo Wes è un genio, ma mi ha offerto anche la possibilità di interpretare parti diverse dalle precedenti. Dopo l'Oscar ero percepito solo come un attore drammatico e ciò mi limitava. Invece è bello variare, far ridere e lavorare sul registro della leggerezza".
Variare per variare, è stato anche un protagonista muscolare in 'Predators' e nel kolossal di Peter Jackson 'King Kong'. Come si è trovato alle prese col cinema di effetti speciali?
"È un’esperienza strana. Invece di interagire con la realtà, come ero abituato a fare, ti ritrovi a nuotare in un'acqua che non c’è, o appeso a una fune virtuale; oppure devi mostrarti terrorizzato da enormi insettacci, che tu non vedi ma che saranno aggiunti poi col green screen. Comunque il Jack Driscoll di King Kong è un intellettuale, uno scrittore; anche se abbastanza forte e coraggioso da salvare la sua donna. Ho messo in gioco i dubbi che avevo sull'adeguatezza della mia fisicità a ruoli del genere; ma ho anche cercato di dargli un po' di verità in un mondo fantastico".
Pare invece che la sua esperienza con Dario Argento, per il quale ha interpretato il thriller 'Giallo', non sia stata della più felici. Il film non è mai uscito nelle sale, ma soltanto in dvd.
"Non bisogna credere alle cose che sono state dette, a volte anche in malafede. Con Dario mi sono trovato benissimo, mi sono divertito molto a entrare in uno dei suoi mondi sinistri e giocosi a un tempo".
Nell’ultimo periodo lei si è preso una pausa dalla recitazione per dedicarsi all’altra sua attività artistica, la pittura, esponendo anche le sue opere in alcune mostre.
"Da ragazzo non fui ammesso a un corso di pittura; ma di recitazione sì, così mi dedicai a quella. I miei genitori sono artisti (mia madre è una grande fotografa, mio padre dipinge) e io amo molto la pittura, perché è un linguaggio che ti concede una grande libertà creativa, quella che un attore non potrà mai avere. La pittura mi permette anche di esprimere più compiutamente la mia visione della vita. E mi preoccupa il taglio del fondo per le arti deciso dall’amministrazione Trump. Il costo era infinitesimale rispetto a quello per gli armamenti, ma l’importanza del sostegno all’arte è enorme".
Lei ha fatto sfilate di moda. C’è qualcosa di artistico anche in questo?
"Perché no? Si può essere artistici in qualsiasi attività, basta metterci la giusta concentrazione. Poi la moda mi permette di avere begli abiti fatti su misura e, spesso, una sfilata è pagata meglio della performance in un film indipendente".