'Un western senza cavalli', l'avventura del falegname regista
Ora, a otto anni dalla sua morte, è Mingardi ad essere diventato protagonista davanti alla macchina da presa. La sua storia è infatti raccontata in un documentario, Un western senza cavalli. Presentato a Bologna e in attesa di essere proiettato anche nei cinema di Roma e Milano, il film è diretto da Davide Rizzo e Marzia Toscano e realizzato attingendo al materiale creato dallo stesso Mingardi: pellicole salvate dal tempo e custodite a Bologna da Home Movies – Archivio Nazionale dei Film di Famiglia e sceneggiature, dvd, scoperti proprio per la realizzazione di questo film, nascosti finora nella cantina del videomaker. Ma la parte ancora più bella è che i due registi sono riusciti a ritrovare, grazie alle indicazioni della moglie di Mingardi, Paola Mignani, e del loro figlio Lorenzo, praticamente tutti gli attori che dagli anni Sessanta agli Ottanta hanno lavorato con Mauro, i suoi amici. Tutti decisamente in là con gli anni, sono loro a fare da voce narrante, a ricordare momenti, aneddoti e a dirci un po' di più di Mauro. "All’inizio – racconta il regista, Davide Rizzo - molti erano increduli. Non avrebbero mai pensato che sarebbe nato un film dalla loro storia e soprattutto erano sorpresi dal fatto che noi li considerassimo fondamentali per l’operazione. Con Mauro, anni fa, si svolgeva tutto nel segno del gioco". Erano attori, certo, ma anche sceneggiatori quando si trovavano tutti a casa a scrivere il film, e produttori quando facevano una colletta per arrivare alle mille lire necessarie per acquistare una pellicola. Uno dei più stretti collaboratori di Mauro, ad esempio, era suo zio, Vasco Pasini: "Intervistare questo fantastico novantaduenne è stato delizioso, è una persona di grande intelligenza e con un grosso spirito dell’umorismo". Non lo troverete però nei film di Mingardi cercandolo col suo nome, perché Vasco si era scelto lo pseudonimo di P.W. Mulligan: "Se avessimo scritto sceneggiatura di Pasini Vasco – dice lo zio nel film – tutti avrebbero pensato: mo’ chi l’è lulé?", ma con un nome così era tutto diverso "c’è pure un regista che si chiama Mulligan, è americano, mi pare". Stessa cosa per Paul Cross, nome d’arte di Paolo Franceschini, vicino di casa di Mingardi, patito di motocross.
Cowboy e indiani nel "western senza cavalli", il doc sul regista-falegname
'Un western senza cavalli' è il titolo del documentario diretto da Davide Rizzo e Marzia Toscano, realizzato in collaborazione con Home Movies – Archivio Nazionale dei film di Famiglia, e dedicato a Mauro Mingardi, falegname di Bologna che con la sua Super8 ha affascinato anche Rossellini. La passione di Mingardi era infatti il cinema: nel corso della sua vita ha realizzato oltre quaranta tra corto e lungometraggi, sempre arrangiandosi con i costumi, scenografie, oggetti di scena che non aveva. I suoi attori erano i suoi amici che ora, di nuovo davanti alla macchina da presa, con qualche anno in più, raccontano sulle immagini dei film di Mauro, la storia di un filmaker che arrivata l’occasione di svoltare la sua vita, non è riuscito a lasciare la sua città e la sua bottega
In Mangas l’Apache, film del 1960, compare anche il babbo di Mauro: interpreta un cercatore d'oro – a piedi, naturalmente – ucciso dalla freccia di un indiano. “Volevano recitare tutti nei film di Mauro, lui diceva di sì, ma poi doveva farli morire, erano troppi”. E allora via con la fantasia, c’era chi veniva mangiato dai coccodrilli, chi si beccava una fucilata da un cowboy, chi moriva per il morso di un vampiro. I film dell’orrore lo affascinavano tantissimo e la leggenda del conte Dracula aveva incuriosito Mingardi al punto da spingerlo a intraprendere un viaggio in Romania. Salvo però scoprire, una volta arrivato, che lì i film sul vampiro non li aveva mai visti nessuno. Mauro faceva tutto da solo, "il suo lavoro – continua Rizzo - rispecchia un po' il cinema indipendente di adesso. Era lui a scrivere soggetto, gli storyboard e realizzare le scenografie, anche quelle più complesse. Del resto era un artigiano del legno”. Per i costumi ricorreva ai mercatini o spulciava nei bauli in casa, "un po' come farebbe adesso una produzione che non ha un grosso budget".