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Un toro spagnolo, un ragazzino messicano e due sorelle del Nord. I cartoon fanno cultura

Il Natale 2017 è un viaggio nelle tradizioni di diversi paesi: 'Ferdinand' racconta di un toro che non vuole scendere nell'arena, 'Coco' di un dodicenne che sogna di fare il musicista contro il volere della famiglia mentre Elsa e Anna tornano con la ricerca dell'usanza natalizia della loro famiglia

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Quest'anno il Natale cartoon parla spagnolo: un toro madrileno che ama i fiori e odia la Corrida e un ragazzino messicano che vuole fare il musicista nonostante il divieto della sua famiglia conquisteranno i cuori degli spettatori più piccoli ma non solo. Se si aggiunge poi il corto di 21 minuti dedicato alle avventure delle sorelle Elsa e Anna alla ricerca delle tradizioni del Natale il quadro è completo: un viaggio attraverso paesi, culture e usanze che permette il giro del mondo stando seduti sulla poltrona del proprio cinema. Sono alcuni anni ormai che l'animazione, forte dei suoi successi straordinari al botteghino, si arroga il compito di formatore culturale e se i primi tentativi Disney sono stati un po' goffi con alcuni passi falsi e conseguenti polemiche negli anni registi, produttori e animatori si sono fatti sempre più accorti e e le gaffe sempre più rare.

'Coco', la magia del Messico in sala dopo Natale. Clip in anteprima


DAL MESSICO CON AMORE E RITORNO. L'apoteosi è arrivata proprio con Coco, l’ultima produzione Pixar – Disney che sarà nelle sale italiane il 28 dicembre, dopo essere stato campione di incassi in Usa ma soprattutto aver stracciato i botteghini in Messico. Sono gli stessi regista e produttrice a dirsi (felicemente) sorpresi dello straordinario risultato: "Non avremmo mai immaginato che fosse accolto così bene anzi eravamo un po' preoccupati  - ha detto il regista Lee Unkrich (Alla ricerca di Nemo, Toy Story)  - Uno dei nostri obiettivi era proprio l'uscita in Messico e che i messicani lo accettassero e accogliessero, ma non avremmo mai pensato che l'avrebbero amato così tanto". Il film, il maggiore incasso nella storia del cinema messicano, è piaciuto moltissimo sia a chi è rimasto in patria sia a coloro i quali il Messico lo hanno dovuto lasciare per emigrare negli Stati Uniti. Lee Unkrich ha ricevuto una toccante lettera in cui una ragazza di origine messicana raccontava la commozione dei suoi genitori che, per la prima volta in trent'anni di vita negli Usa, avevano visto un film in sala nella propria lingua d'origine. "Abbiamo cominciato a lavorare a questo progetto sei anni fa, ma fin dall’inizio sapevamo di voler essere autentici e rispettosi nei confronti di questa cultura. Ci siamo impegnati molto: siamo stati in Messico varie volte, ci siamo circondati di esperti di cultura messicana e mano mano è cresciuto in noi l'apprezzamento per questo paese meraviglioso e soprattutto per il modello familiare messicano. Abbiamo passato un bel po' di tempo con una famiglia in particolare che ci ha influenzato mentre scrivevamo la storia".

'Coco', regista e produttrice: "Siamo simili nelle nostre diversità"


CELEBRARE LE NOSTRE TRADIZIONI E CONOSCERE QUELLE DEGLI ALTRI. E così ecco il dodicenne Miguel inseparabile dalla sua chitarra, che sogna di sfondare come musicista nonostante la nonna e tutta la famiglia vedano la musica come fumo negli occhi da quando, tanti anni prima, un trisavolo aveva abbandonato moglie e figlia, oggi la vecchissima bisnonna Coco, proprio per intraprendere la carriera musicale. Ma nella notte del Dia de los Muertos, quando tutti gli spiriti tornano dall'Al di là per far visita ai propri cari, Miguel si troverà insieme al cane Dante a fare il viaggio al contrario: finito tra gli scheletri dovrà trovare un parente che gli dia la sua benedizione e gli permetta di tornare nel mondo dei vivi entro l'alba. "Credo che questo film con il suo profondo rispetto culturale e la sua specificità sia anche una storia molto universale - dice Darla K. Anderson, una delle produttrici storiche di Pixar - Quando parli di famiglia tutti si possono riconoscere: tutti noi abbiamo dei parenti e tutti amiamo le riunione familiari. Alla fin fine quello che è importante è capire quanto siamo simili pur nelle nostre diversità". "Viviamo in un mondo molto grande che allo stesso tempo è piuttosto piccolo - le fa eco Unkrich - Tanto quanto è importante conservare e preservare le nostre tradizioni e la nostra cultura, quanto è essenziale conoscere quella degli altri".

Olaf e le tradizioni del Natale: il corto in sala a dicembre con 'Coco'


FROZEN E LE TRADIZIONI NORDICHE. Coco sarà nelle sale accompagnato dal cortometraggio (ma neppure tanto corto, dura 21 minuti)  Frozen - le avventure di Olaf, che precede il ritorno in grande delle sorelle di Arendelle Elsa e Anna, il cui seguito arriverà nelle sale nel 2019, e che rientra anche questo nella celebrazione delle usanze e delle tradizioni, in questo caso dei paesi scandinavi. Ad Arendelle, paese di fantasia tratteggiato su quelli dell'Europa del Nord, è la vigilia di Natale, Elsa e Anna hanno preparato una sorpresa per il proprio popolo: una grande festa che inizierà appena la campana delle feste avrà rintoccato. Ma subito dopo il magico momento i sudditi tornano in fretta alle loro case, tutti hanno una tradizione natalizia da rispettare: chi addobba la casa, chi sforna biscotti, chi sferruglia metri e metri di sciarpe e golfini per i mici, anche Kristoff ha la sua abitudine: preparare uno stufato in stile Troll. Soltanto le due sorelle non hanno tradizioni familiari, il castello è stato per troppo tempo chiuso, Elsa e Anna per anni sono state separate da una porta chiusa, la regina ancora una volta si sente in colpa per tutto il gelo che la sorella ha dovuto sopportare. Sarà Olaf e l'inseparabile renna Sven a lanciarsi in un'avventura per trovare le più belle tradizioni di Natale, certo non senza qualche inevitabile guaio a cui andrà incontro. 21 minuti e otto canzoni per un piccolo film che farà sopportare un po' l'attesa del numero due da parte dei fan del cartoon che ancora detiene il record del più visto nel mondo.

'Ferdinand', il toro che ama i fiori e odia la Corrida


FERDINAND DALLA SPAGNA IL TORO CHE AMA I FIORI E ODIA LA CORRIDA Dopo aver raccontato il Brasile e la sua città d'origine Rio de Janeiro nei due film Rio, Carlos Saldanha ha giocato in trasferta con Ferdinand, storia di un giovane toro madrileno dotato di grande sensibilità e di uno spirito pacifista. Un giorno, per colpa di un equivoco, viene strappato alla fattoria dove è cresciuto e riportato nella casa per tori dove comincia un periodo di addestramento alla fine del quale dovrebbe combattere all'interno della corrida. Ma Ferdinand ama i fiori, odia la Corrida e si ribella ad un destino obbligato trascinando nella sua folle corsa altri tori che in un primo tempo lo avevano bulizzato. La storia è l'adattamento di un libro per ragazzi scritto da Munro Leaf e illustrato da Robert Lawson nel 1936 che conobbe da subito una straordinaria popolarità ma anche un'avversione da parte dei regimi totalitari di Franco e Hitler. "Se un film è ambientato in un posto o in una cultura è importante rendere giustizia a quel paese; bisogna essere originali ma senza perdere la connessione con quel mondo, con Rio ho lavorato molto su questo perché volevo che i brasiliani si ritrovassero e chi non conosce il paese lo potessero scoprire - ha detto Saldanha - Ho cercato di fare lo stesso con la Spagna e il mondo di Ferdinand. È bello che i bambini capiscano che esistono luoghi diversi, anche per far venire voglia a loro di vistarli, un film può essere un modo per conoscere una nuova cultura. Questa proiezione a Roma è stata molto speciale, era la prima volta che facevamo vedere il film a dei bambini. Sono stato felice e sorpreso delle loro domande: hanno parlato di non violenza, si sono domandati perché gli altri erano cattivi con lui dal momento che era diverso. È stata un'occasione di riflessione per loro e credo che in qualche modo gli è sembrato che il film potesse parlare a loro direttamente quando vengono spinti a comportarsi in un certo modo o sono bullizzati. Penso che possa spingerli verso la tolleranza".

Carlos Saldanha: "Ferdinand, la Spagna e un toro anti-macho"


PARLARE DI QUALCOSA DI SPECIFICO PER PARLARE A TUTTI. Anche il regista brasiliano mette al primo posto nel suo percorso di creaziono la ricerca. "Quando comincio a lavorare ad un nuovo film mi metto a studiare la storia che voglio raccontare e il luogo dove è ambientata perché questa è la bellezza dell’animazione: puoi viaggiare ovunque o puoi creare dei mondi di fantasia. Nel film Rio volevo che la gente vedesse Rio de Janeiro come un personaggio della storia ma è stato facile perché vengo da lì anche se ero l’unico brasiliano e avevo 300 persone che lavoravano al film e non erano di lì. Ci vuole tempo per catturare i dettagli e le sfumature per raccontare un luogo. E lo stesso ho fatto per la Spagna, non venendo da lì mi sono messo a studiare il paese: l'ho visitato, ho camminato per le città osservando ogni più piccolo dettaglio e ho parlato con la gente. Per fortuna abbiamo tanti animatori spagnoli a Blue Sky che sono stati un’incredibile fonte di ispirazione e conoscenza per capire cosa era giusto o sbagliato. L’essenza però del film è universale, Ferdinand doveva essere ambientato in Spagna ma parlare a tutti. Il senso del film si riassume con il modo di dire “l’apparenza inganna” che poi ha molte ramificazioni tra cui il fatto che se tu sei diverso, in qualunque modo tu lo sia perché magari non ti piace giocare a calcio e preferisci fare altro, va bene lo stesso, si può essere ugualmente amici. Viviamo in un mondo multiculturale dove si deve imparare a coesistere con religioni e scelte di vita differenti".