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Fulgor, riapre il cinema di Fellini. Una sala entrata nel mito

Seduto sulle ginocchia del babbo il maestro di Rimini ci vide il suo primo film, 'Maciste all'inferno' e poi lo raccontò in 'Amarcord'. Dal 20 gennaio quella sala storica riapre, ci siamo fatti raccontare la sua storia

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Questa storia è bella perché ha come protagonisti una donna intraprendente, un Maestro e un luogo che solo apparentemente è come tanti altri, con una porta, pareti e un’insegna. È la storia della signora Ida Ravulli che nel 1914 decide di aprire un cinema nella sua città, Rimini. Qui, nel cinema Fulgor, qualche anno più tardi, un ragazzino di nome Federico vede il suo primo film, Maciste all’Inferno, seduto sulle ginocchia del babbo. È una folgorazione, al punto che da quel momento, Federico, per guadagnarsi l’ingresso in sala, accetta di aiutare i gestori realizzando bozzetti, ritratti dei divi di Hollywood e cartelloni pubblicitari. Federico è Federico Fellini e il Fulgor è il cinema, reale, che poi troverà spazio anche nelle storie fantastiche del regista premio Oscar. In Amarcord, ad esempio: è la sala attorno alla quale ruota il caleidoscopio umano immaginato da Fellini, quella dove poter tentare un approccio con la Gradisca.

Per sessantasei anni, fino al 1980, è stato gestito dalla famiglia di Ida Ravulli: da lei, da suo figlio Carlo Massa e da sua nipote, Marta Massa. Poi un periodo sotto una proprietà diversa sino alla chiusura, poco più di dieci anni fa. Negli ultimi cinque, però, il Fulgor è stato oggetto di lavori di restauro, secondo il progetto ideato da Dante Ferretti, collaboratore di Fellini e tre volte premio Oscar alla scenografia. Il prossimo venti gennaio (giorno in cui il regista avrebbe compiuto novantotto anni) aprirà nuovamente le porte al pubblico: sarà nuovo, con due sale, una da duecento l’altra da cinquanta posti, e una programmazione giornaliera fatta di "film di qualità – dicono gli organizzatori – non ci piace l’espressione cinema d’essai, ma il nostro obiettivo è proporre anche quelle pellicole che difficilmente arrivano in sala". Per sordi e ipovedenti sono state studiate tecnologie specifiche, perché anche loro possano godere degli spettacoli e l’intenzione è quella di organizzare eventi e incontri per esperti o semplici appassionati. In futuro, anche tour dei luoghi felliniani. Non sarebbe giusto però dimenticare chi quel cinema l’ha voluto e con determinazione l’ha aperto. Del resto, le pareti dell’edificio al civico 162 di Corso d’Augusto, per quanto ri-pitturate, ri-arredate, hanno assorbito e conservano vividi i ricordi di tutti quegli anni. Per questo motivo, all’ingresso del nuovo Fulgor sarà appesa una foto di Ida Ravulli insieme con suo figlio Carlo Massa.
"Se avessi avuto dieci anni di meno mi sarei proposta per riprenderlo in affitto, per riaverlo" racconta Marta Massa, nipote della signora Ida, che il prossimo mese compierà ottant'anni. Dopo aver dovuto lasciare il suo Fulgor, e per vent’anni, lei non è più riuscita a metterci piede "ci passavo davanti, di fianco, toccavo le pareti, ma non ce l’ho più fatta ad entrare". Nel Fulgor, Marta ci è nata: "mia nonna Ida voleva avviare mio babbo ad un’attività, così il 5 dicembre del 1914 intesta a lui, che aveva sedici anni, il contratto d’affitto del Fulgor. Era una donna con molta iniziativa e molto intraprendente, si appassionava a tutto ciò che era novità e all’epoca il cinema era una novità". Dopo solo due anni, però, nell’ottobre del 1916, un forte terremoto rende inagibile il cinema, che viene chiuso. "Naturalmente la nonna non si arrese e si mise subito alla ricerca di un altro spazio che potesse ospitare il Fulgor. Aveva puntato fin da subito Palazzo Valloni e tanto fece che riuscì ad aprire il cinema lì, dopo neppure troppo tempo". Di fatto il cinema Fulgor rinasce nell’angolo opposto della strada, al piano terra di quello che era un famoso hotel, l'Aquila D’Oro, ed è lì che è tutt’ora.

Marta e le sue sorelle sono cresciute stando alla cassa, "ho anche studiato, ho oltre trent’anni di insegnamento alle spalle, ma il cinema c’è sempre stato e noi volevamo dare una mano". Anche gli spazi sono più o meno rimasti gli stessi: "all’ingresso c’era la cassa, un bancone piuttosto lungo, di legno scuro con un piano di marmo rosato. A poggiarci le braccia era freddissimo". C’era posata sopra pure una bilancina per pesare le monete "era l’unico modo per riconoscere quelle vere. Ora credo ce l'abbia in casa mia nipote". È il modo in cui la famiglia di Marta continua a far vivere il Fulgor, protraendo la vita di alcuni oggetti, tenendoli nelle proprie case. Marta ad esempio ha realizzato cuscini con il velluto damascato recuperato dai divanetti che erano in sala e ha appeso le lampade del Fulgor nel suo soggiorno e nella camera da letto. "Due erano le porte d’ingresso alla sala. Ai lati c’erano dei pilastri abbastanza spessi e tra l’uno e l’altro mia nonna fece mettere dei divanetti rivestendoli di un velluto che oggi ha più di cento anni. In platea c’erano poltroncine di legno e i due settori più avanti erano occupati da panche. I primi posti, invece, erano quelli della galleria: lì si sedeva su poltroncine rosse. Erano state portate dalla prima sala. Il pavimento era costituito da tavole di legno e sul soffitto c’erano delle plafoniere di un vetro leggerissimo, color latte, che ora sono appese a casa mia. Il problema era pulirle. Il cartello “vietato fumare” c’era già, ma senza obbligo di legge fumavano tutti lì dentro e quel vetro era diventato giallo".


Oggi, nell’idea di Dante Ferretti, il Fulgor è un cinema "hollywoodiano – romagnolo. È il modo in cui lo scenografo ha voluto rendere omaggio a Fellini" racconta Rita Rivelli, che ha realizzato l’apparato decorativo della nuova sala. "Volute di legno incurvato ci accolgono nell’ingresso, con listoni di ottone che accarezzano tutta la muratura. È come essere avvolti in un involucro, in un bozzolo, prima di entrare nella sala. Qui i colori che dominano sono quelli caldi, in modo che anche a luci spente il pubblico non avverta alcun disturbo. Ed è come essere trasportati in un film degli anni Trenta, con decorazioni festose e gioiose. È un invito a godere prima ancora di essere immersi nella proiezione". Ed è proprio col desiderio di godere dalla vista dei film che il giovane Federico si offre a Carlo Massa per realizzare disegni e caricature. "Mio padre era una persona timida e riservata – ricorda la signora Marta – ma era totalmente disponibile con i ragazzini che volevano frequentare i suoi spazi. Lui gli dava qualche soldo, ma quello che loro volevano quando provavano a stare in cabina di proiezione, alla cassa, era solo guadagnarsi la vista dei film". Lo stesso Carlo Massa sarà poi il soggetto a cui si ispira il Ronald Colman di Amarcord, il gestore del Fulgor che nel film è ritratto in impermeabile con il colletto sollevato, cappello a falda larga e sigaretta appesa in bocca. “Per disegnare il soggetto ispirato a mio padre – dice Marta – Fellini ha usato molta più fantasia del solito. Lo stesso fatto che lui abbia scritto che mio padre si atteggiava per assomigliare a quell’attore, Ronald Colman, per me non è proprio vero. Mio padre non ha mai fumato in vita sua! Mi piace pensare che sia una delle tante caricature di Fellini”. Come pure quando nel libro La mia Rimini, Fellini descrive la moglie di Carlo Massa, madre di Marta: “era alla cassa, staccava i biglietti e allattava, coprendo seno e bamboccio con uno sciallone a fiori da dove si sentiva ciucciare e ogni tanto venivano degli strilli” scrive il cineasta. “Mia mamma non ha mai allattato in cassa” ci dice Marta.

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La Gradisca era la sarta della famiglia Massa, “ricordo quando veniva a casa, una volta stava realizzando un vestito per mia sorella, aveva imbastito la manica ma sul punto di togliere tutto, l’abito non veniva via: con l’ago, Gradisca aveva preso anche la parte più superficiale della pelle. Mia sorella non sentiva dolore, ma Gradisca si sentì mortificata quando si accorse dell’errore”. Nel raccontare Marta fa fatica a trattenere la commozione. Sono i ricordi di una vita e senza quelli, probabilmente, oggi non saremmo qui a festeggiare il Fulgor e a dire Amarcord.