Anthony Hopkins, gli 80 anni della star che non ama i riflettori
Il 31 dicembre compirà 80 anni: nato a Margam, in Galles (Gran Bretagna), nel 1937, Anthony Hopkins è un instancabile lavoratore. Cresciuto professionalmente sui palchi teatrali inglesi, residente da decenni negli Stati Uniti, oggi sostiene di preferire, al set, la musica e la pittura. Intanto, però, al cinema continuiamo a vederlo: non solo nella serie tv 'Westworld', di cui è protagonista, ma anche in 'Transformers', 'Red 2' e 'Thor', in panni 'fantascientifici' per lui inconsueti. Non solo: ha appena concluso le riprese di un adattamento televisivo di 'Re Lear' che lo vedrà accanto a un'altra grande della recitazione, Emma Thompson. Ma se da piccolo il suo compleanno passava praticamente inosservato a causa del 'giorno infausto' in cui cadeva, oggi il 'suo' giorno preferirebbe passarlo, più che a scartare regali, all'insegna della libertà: 'on the road', a guidare - altro suo 'hobby' - mentre nello stereo suona la sua musica preferita, dalla classica a Johnny Cash
L'addio all'alcol e la musica. Del resto nemmeno uno champagne gli è concesso, da quando dal 1975 ha completamente smesso di bere dopo molti anni di alcolismo. Era già un attore compiuto e famoso, soprattutto in madrepatria, in teatro. Per sua ammissione, però, l'amore per la bottiglia (soprattutto di tequila) lo ha fatto diventare una persona insopportabile, a se stesso soprattutto. Ricorda quegli anni di dipendenza come un prolungato 'acid trip'. Da quando non beve più, dice, la sua vita è iniziata per davvero. Hopkins, sposato in terze nozze nel 2003 con Stella Arroyave (la sua unica figlia, Abigail, l'ha avuta dal primo matrimonio con Petronella Barker), vive in una villa a Malibu, California, sull'Oceano Pacifico. Ha preso la cittadinanza americana nel 2000 perché è lì che gli piace vivere da ormai 35 anni, quando si trasferì nel 1983. Prima di iniziare a recitare suonava il piano e sognava di fare il concertista: tuttora suona e compone, e dipinge anche, proprio come un vero uomo rinascimentale. Tra un film e una serie tv continua a insegnare alla Ruskins School of Acting a Santa Monica, dove tiene seminari su Shakespeare e workshop su teoria recitativa e monologhi.
La prima passione: il palcoscenico. Il teatro rimane la sua passione: "Mi ha formato come attore, non c'è dubbio, ma mi ha anche incasinato come uomo", ricorda con la tipica schiettezza e poca pazienza per le formalità. "La Royal Academy of Dramatic Art o il National Theatre, cui mi unii nel 1965 sotto la direzione di Laurence Olivier, era piena di geni: Maggie Smith, Derek Jacobi, Richard Burton. E i registi... quei registi esigenti e snob che mi mettevano in soggezione e mi facevano sentire che non avevo il pedigree giusto. Temevo la disapprovazione. La rabbia cresceva. Volevo ammazzare tutti, specie i registi. Non sono uno che ha mai stretto amicizia con altri attori: mi piace lavorare con loro, ma il rapporto finisce lì. Sono un cane sciolto come attore".
"Premonitions", Anthony Hopkins nella mente dell'assassino - Il trailer
Il grande schermo come terapia. Il cinema, dice, lo ha aiutato a uscire da una spirale troppo ossessiva. "Ebbi la fortuna di venir scritturato per un film americano, Il leone d'inverno: fu Peter O'Toole a raccomandarmi ai produttori. Recitavo Riccardo Cuor di Leone, mentre Katharine Hepburn era Eleonora d'Aquitania. Un giorno, sul set, la grande Katherine mi guardò dritta negli occhi e mi parlò: 'Mr. Hopkins, posso darle un consiglio? Non reciti, la smetta di recitare troppo. Si limiti a pronunciare le battute. Ha una bella presenza, una bella voce, una bella testa, belle spade, si fidi del suo istinto. Osservi Spencer o Humphrey Bogart: guardi come recitano senza recitare, così, senza sforzo, tutta spontaneità. E sono i più bravi'. Fu il consiglio migliore che abbia mai ricevuto sulla recitazione: 'Recita il meno possibile'. Da allora mi sono sempre attenuto a questa lezione e la divulgo ai giovani". A proposito della Hepburn, Hopkins le ha dato sempre credito per il suo Hannibal Lecter: "Mi sono ispirato a lei per il modo di parlare di Hannibal, quel suo gorgheggiare tagliente; pensavo sempre a lei quando mi preparavo per Lecter. Oltre al fatto di non sbattere mai le ciglia quando Lecter parla, caratteristica di certi psicopatici da me scoperta visionando delle interviste a Charles Manson".
Laurence Olivier e Russel Crowe, attori da "laser". Guardandosi indietro, Hopkins dice di avere imparato tanto, non solo dagli attori del passato ma anche del presente: "Ho avuto il privilegio di lavorare con Laurence Olivier, che era come un raggio laser in quanto a lucidità intellettiva e determinazione, un attore e un uomo dotato di un grande potere mentale. E l'unico attore che abbia conosciuto dotato dello stesso 'laser' è stato Russell Crowe, con cui ho lavorato in Noè", nel 2014. L'ho subito capito: quel tizio c'ha le palle, mi sono detto. Russell è come uno squalo che ti gira intorno. È polemico, mette in discussione tutto, non c'è soggetto su cui non si arrovelli col regista. Certo, uno così può essere esasperante, ma io lo ammiro e ammiro quelli come lui. Un uomo con gli attributi, con fegato e coraggio. Mi piacerebbe essere così ma non lo sono mai stato".
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In moto verso gli 80 anni. La recitazione - dice - gli piace ancora, anche se non è più una sfida come lo era un tempo: "Mi interessano di più la musica e la pittura, in questa stagione della mia vita. Ma la recitazione è ciò di cui vivo, il mio lavoro, e ho sempre voluto essere un attore capace di guadagnarsi il pane col proprio mestiere. Quindi mi sento pienamente realizzato". Non si dà mai arie: "Ho fatto dei bei film, come Quello che resta del giorno, Il silenzio degli innocenti e Nixon ma ho fatto anche tante cose mediocri. C'è un film però che mi è particolarmente caro e che in pochi hanno visto: La grande sfida (The World's Fastest Indian), diretto da Roger Donaldson nel 2005, vera storia del motociclista che batté il record di velocità sul lago salato dello Utah. Amo la strada, le moto, le auto, la libertà della velocità e della distanza. Il mio passatempo preferito è guidare, andare in giro per l'America, 'on the road', musica nello stereo – sia Debussy che Johnny Cash – e via". Non è difficile immaginare che Anthony Hopkins potrebbe passare il suo 80esimo compleanno guidando sulla Pacific Coast Highway verso nord, col tramonto a sinistra e il sole che cade nell'oceano.