Luca Tommassini fa ballare il cinema italiano: "Per me nulla è abbastanza"
Chiara Ugolini, CHIARA UGOLINIIl 14 febbraio compie 48 anni ma non ha intenzione di festeggiare. L'ex ballerino, coreografo di dieci edizioni di 'X Factor', è attualmente sul grande schermo grazie ai film di Verdone e Ligabue. E dopo aver ballato con i più grandi, Madonna, Michael Jackson e Prince per fare qualche nome, ora è pronto per una nuova sfida: 'Amici'
La casa di Luca Tommassini riflette il lato vulcanico e insaziabile dell'artista. Ballerino, coreografo, regista, direttore artistico per dieci edizioni di X Factor nella sua bella casa di Trastevere ha accumulato fotografie, disegni, ricordi, oggetti, persino una torta a sua immagine e somiglianza: la stratificazione di quasi quarant'anni di una carriera iniziata praticamente da bambino. "Non so stare fermo e anche la mia casa è così: se torni tra due settimane potrebbe essere tutto diverso". E a conferma di quanto dice c'è un terrazzo in allestimento, gli alberi di Natale smantellati e nuovi elementi di arredo. Tra pochi giorni, il 14 febbraio, Luca Tommassini compie 48 anni ma non ha intenzione di festeggiare ("non mi fa paura la cifra, ma l'autocelebrazione"), spera di lavorare ("che è il miglior modo per festeggiare"). Attualmente è al cinema per aver fatto ballare Stefano Accorsi nel film di Ligabue…
La casa di Luca Tommassini riflette il lato vulcanico e insaziabile dell'artista. Ballerino, coreografo, regista, direttore artistico per dieci edizioni di X Factor nella sua bella casa di Trastevere ha accumulato fotografie, disegni, ricordi, oggetti, persino una torta a sua immagine e somiglianza: la stratificazione di quasi quarant'anni di una carriera iniziata praticamente da bambino. "Non so stare fermo e anche la mia casa è così: se torni tra due settimane potrebbe essere tutto diverso". E a conferma di quanto dice c'è un terrazzo in allestimento, gli alberi di Natale smantellati e nuovi elementi di arredo. Tra pochi giorni, il 14 febbraio, Luca Tommassini compie 48 anni ma non ha intenzione di festeggiare ("non mi fa paura la cifra, ma l'autocelebrazione"), spera di lavorare ("che è il miglior modo per festeggiare"). Attualmente è al cinema per aver fatto ballare Stefano Accorsi nel film di Ligabue Made in Italy e Carlo Verdone in Benedetta follia, mentre è ad una svolta sul fronte televisivo e il suo futuro potrebbe essere ad Amici. "Sono molto affascinato dall'idea di lavorare con Maria De Filippi, non è stato firmato ancora alcun contratto però è molto bello palleggiare con lei".
È in sala con Verdone e Ligabue e a settembre è stato sul tappeto rosso della Mostra di Venezia con Ammore e malavita dei Manetti. Ormai fa ballare tutto il cinema italiano.
"Quella coi fratelli Manetti e il loro musical è stata un'occasione importante che mi ha fatto maturare come coreografo cinematografico perché il musical è un racconto e tu devi entrare in questo racconto. I Manetti Bros. hanno una famiglia cinematografica dove mi hanno accolto, ho sfruttato quell'amore e mi sono trovato bene a lavorare con loro e il loro modo all'italiana, loro improvvisano sul set, cosa a cui non sono abituato venendo da film americani (da Sister Act 2 a The Tourist, ndr). Far ballare Claudia Gerini è stata una gioia perché ho trovato una grande professionista e ho riconosciuto in lei quell'entusiasmo che è tipico degli americani ma col cuore italiano. È stato faticoso ma bello, perché io ho una folle voglia di lavorare".
Quanto è stato difficile far ballare Carlo Verdone?
"Per niente in realtà. Quello che è stato difficile è stato sedermi al tavolo iniziale, al primo appuntamento c'erano i produttori De Laurentiis, lo scenografo, la costumista storica di Carlo, Carlo ovviamente. Mi sono sentito piccolo, piccolo, è stato come entrare a casa di qualcuno durante la cena di Natale. Poi Carlo mi ha detto 'sappiamo che c'è questo ballo psichedelico ma devi fare tutto tu. La scena è tua!' È stato un grande dono. Si è creato un dialogo tra lui e gli altri ballerini: Carlo improvvisava delle cose e i ballerini lo ripetevano, sembrava coreografato ma era frutto di improvvisazione. Far ballare Verdone è stato facile, è stato difficile farlo smettere. Abbiamo ore e ore di girato, i De Laurentiis scherzavano: possiamo farci un videoclip. Avevo molta paura di quella scena così folle: non avendo visto il film e solo letto il copione mi dicevo non è che diranno che ho rovinato il film?".
E poi è arrivata la mortadella di Ligabue.
"Io ho conosciuto Luciano a X Factor, è iniziata un'amicizia stimolante. Non si fidava molto di quel mondo televisivo e invece si è trovato bene e quando ha avuto questa idea per il film mi ha chiamato per creare una coreografia per Stefano Accorsi, che io non conoscevo, non aveva mai ballato... mi butto sempre dentro queste situazioni e poi non dormo la notte vinto dall'ansia. Ogni volta mi gioco tutto, in questo caso eravamo in tre a scendere in campo; abbiamo girato vicino a casa di Luciano con 40 gradi e dal momento che Ligabue era incerto tra due costumi, abbiamo girato tutto due volte. Abbiamo cucito elementi diversi, citando grandi performance da John Travolta a Gene Kelly, momenti iconografici della storia del cinema. Stefano è un grande lavoratore, è arrivato ad avere i crampi, una professionalità internazionale. Dico questo perché in Italia c'è questo concetto che chi è famoso lavora meno mentre io sono dell'idea che chi è famoso si deve fare il culo più degli altri".
Qual è stato il momento in cui ha capito che non solo voleva, ma doveva ballare?
"Io mi muovo sempre. Probabilmente ho ballato perché non riuscivo a stare fermo. Ho iniziato a ballare a nove anni, a undici ho iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo come bambino attore e ballerino nei film, nelle pubblicità, nelle trasmissioni tv. Il ballo mi ha salvato la vita, sono nato in una zona di Roma (Pineta Sacchetti, ndr) dove - come ho scritto nel mio libro Fattore T - era vietato sognare, invece io mi sono concesso di sognare. La musica e la danza mi hanno fatto fare dei viaggi fuori di me. Sono cresciuto con musical come Saranno Famosi, Flashdance, Footloose, Staying alive. Per me erano ossigeno, vedere persone come me ma con qualcosa di magico e io ho cercato realizzare quella magia. Appena ho messo da parte abbastanza soldi sono partito per gli Stati Uniti che era il sogno anni Ottanta e sono andato lì a studiare".
Leggendo la sua storia americana viene da pensare che oggi con Trump al governo sarebbe stato difficile per lei senza green card, né lavoro stabile.
"Ho dovuto scavalcare muri, dormire per strada e nei garage ma non ho mollato. D'altronde neppure potevo mollare perché non potevo tornare indietro, ero illegale là. È stato molto difficile ma anche molto bello. Con la danza classica sono stato abituato al sacrificio, tutto mi deve costare molto caro altrimenti non vale. Sono sempre stato abituato a soffrire anche perché da bambino sono stato vittima di bullismo ed è grazie anche a questo che riesco a suonare certe corde anche delle persone con cui lavoro. Così mi sono buttato nei provini di tutti i tipi, sono stato preso a ballare alla cerimonia degli Oscar, Paula Abdul mi ha fatto il primo permesso di soggiorno, un altro Whitney Houston".Che ricordo ha di lei?
"Un essere umano speciale. Sono andato all'audizione per il suo spettacolo, volevano ragazzi neri alti un metro e novanta. Mi sono sparato non so quante lampade, mi sono ricordato di mio padre che bassino portava le scarpe coi tacchi e ho trovato un calzolaio a Hollywood che mi ha alzato i tacchi delle scarpe... e sono stato preso. Sono stato sponsorizzato da anime speciali che hanno reso speciale la mia vita. Io da parte mia ho dato tutto quello che potevo per renderla così".
C'è stato un momento in cui si è detto: 'Ecco, ce l'ho fatta'?
"No, non c'è mai stato. Di nuovo da un lato la danza classica ti convince che non sei mai abbastanza. Mio padre, purtroppo, non m'ha mai fatto sentire abbastanza. Per cui io non sarò mai abbastanza e in ogni cosa che faccio vedo principalmente i difetti, questa è una dannazione ma è anche il motivo per cui spingo sempre tutto e tutti quelli che lavorano con me a fare di più. Madonna mi ha insegnato una cosa bellissima: sfidati fino all'imbarazzo, cosa che lei fa sempre. Lei è stata la mia più grande maestra. È lei che mi ha insegnato quello che so come direttore artistico, regista, coreografo. Io, quando ero un suo ballerino, timidissimo, non parlavo quasi mai, la osservavo da dietro le quinte e ho imparato da lei quello che faccio oggi".
Dopo dieci edizioni di X Factor se si guarda indietro cosa vede?
"Io che non sono padre, queste dieci edizioni sono stati come dieci figli. È stato come far nascere la cosa più bella che c'era, alla fine di ogni edizione sono stato mesi rinchiuso dentro casa per riprendermi perché ogni volta è stata un'esperienza molto forte. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto e trovo ringraziamento negli occhi delle persone che incontro per strada e non mi conoscono perché sono complimenti diversi quelli di X Factor, ci sono persone che hanno fatto veramente un viaggio insieme a noi".
Qual è la sfida che si è posto proponendosi per Amici?
"Ho deciso di parlare con Maria De Filippi perché sono molto affascinato dall'idea di lavorare con lei, di vedere cosa esce fuori dalla nostra collaborazione e poi sono curioso di vedere come sarebbe il mio lavoro in una situazione così. Io la ritengo la più grande mente in tv oggi e con Amici ha creato qualcosa di importante visto che siamo arrivati alla diciottesima edizione. Mi piace l'idea di mettermi in gioco, con Maria stiamo palleggiando delle idee ed è bello che questa relazione nasca sulle idee e non sui nomi o sui contratti. Il contratto deve ancora arrivare, ma sono molto curioso di vedere come sarà la prima puntata... se ci arriviamo a vedere cosa succede".
Tra poche settimane ci sono gli Oscar. Qual è il suo personale ricordo della notte delle stelle?
"Ho ballato due volte agli Oscar. La prima è stato il mio primo lavoro legale, in sala prove passò addirittura Gene Kelly, avevo 19 anni. Dovevo stare fermo sul palco per sette minuti, perché eravamo tutti in scena ma durante le prime due coreografie sui primi due brani candidati all'Oscar io non ballavo. Sono stato per sette minuti fermo e tremante, guardavo in platea: sembravano cartonati e invece c'era tutta Hollywood, ogni tanto incrociavo gli occhi di qualcuno ma dovevo rimanere immobile. Non riuscivo a stare fermo e allora pensavo a mia madre che nella vita avrebbe voluto fare la ballerina e non ha potuto farlo. Ogni volta che vado in scena penso di portarmi pure lei e tutti i sacrifici che ha fatto".
Per l'Oscar 2018 su chi punta?
"Sul film di Luca Guadagnino. Io mi sento così eccitato all'idea che lui possa farcela. Lo conosco da un po', Elisa ha fatto dei videoclip con lui tanti anni fa, ci siamo visti un po' di volte. È un altro italiano che ce l'ha fatta".
Il 14 febbraio compie 48 anni. Come li festeggerà?
"Facendo finta di nulla. Non per l'età perché il numero non mi spaventa, mi spaventa l'autocelebrazione. Già devo in qualche modo autocelebrare il mio lavoro, è inevitabile. Non faccio più le feste di compleanno, la festa mi piace se nasce spontanea però preferisco celebrare i momenti di vita. Poi festeggiare il compleanno il giorno di San Valentino è un po' una sfiga, perché se sei single tutti i tuoi amici in coppia sono impegnati. E come diceva sempre Mariangela Melato: "Single sì, ma per scelta', però intanto stai da solo. Me ne andrò dove non si festeggia San Valentino, se posso. Se no se lavoro è ancora meglio".
È in sala con Verdone e Ligabue e a settembre è stato sul tappeto rosso della Mostra di Venezia con Ammore e malavita dei Manetti. Ormai fa ballare tutto il cinema italiano.
"Quella coi fratelli Manetti e il loro musical è stata un'occasione importante che mi ha fatto maturare come coreografo cinematografico perché il musical è un racconto e tu devi entrare in questo racconto. I Manetti Bros. hanno una famiglia cinematografica dove mi hanno accolto, ho sfruttato quell'amore e mi sono trovato bene a lavorare con loro e il loro modo all'italiana, loro improvvisano sul set, cosa a cui non sono abituato venendo da film americani (da Sister Act 2 a The Tourist, ndr). Far ballare Claudia Gerini è stata una gioia perché ho trovato una grande professionista e ho riconosciuto in lei quell'entusiasmo che è tipico degli americani ma col cuore italiano. È stato faticoso ma bello, perché io ho una folle voglia di lavorare".
Quanto è stato difficile far ballare Carlo Verdone?
"Per niente in realtà. Quello che è stato difficile è stato sedermi al tavolo iniziale, al primo appuntamento c'erano i produttori De Laurentiis, lo scenografo, la costumista storica di Carlo, Carlo ovviamente. Mi sono sentito piccolo, piccolo, è stato come entrare a casa di qualcuno durante la cena di Natale. Poi Carlo mi ha detto 'sappiamo che c'è questo ballo psichedelico ma devi fare tutto tu. La scena è tua!' È stato un grande dono. Si è creato un dialogo tra lui e gli altri ballerini: Carlo improvvisava delle cose e i ballerini lo ripetevano, sembrava coreografato ma era frutto di improvvisazione. Far ballare Verdone è stato facile, è stato difficile farlo smettere. Abbiamo ore e ore di girato, i De Laurentiis scherzavano: possiamo farci un videoclip. Avevo molta paura di quella scena così folle: non avendo visto il film e solo letto il copione mi dicevo non è che diranno che ho rovinato il film?".
E poi è arrivata la mortadella di Ligabue.
"Io ho conosciuto Luciano a X Factor, è iniziata un'amicizia stimolante. Non si fidava molto di quel mondo televisivo e invece si è trovato bene e quando ha avuto questa idea per il film mi ha chiamato per creare una coreografia per Stefano Accorsi, che io non conoscevo, non aveva mai ballato... mi butto sempre dentro queste situazioni e poi non dormo la notte vinto dall'ansia. Ogni volta mi gioco tutto, in questo caso eravamo in tre a scendere in campo; abbiamo girato vicino a casa di Luciano con 40 gradi e dal momento che Ligabue era incerto tra due costumi, abbiamo girato tutto due volte. Abbiamo cucito elementi diversi, citando grandi performance da John Travolta a Gene Kelly, momenti iconografici della storia del cinema. Stefano è un grande lavoratore, è arrivato ad avere i crampi, una professionalità internazionale. Dico questo perché in Italia c'è questo concetto che chi è famoso lavora meno mentre io sono dell'idea che chi è famoso si deve fare il culo più degli altri".
Qual è stato il momento in cui ha capito che non solo voleva, ma doveva ballare?
"Io mi muovo sempre. Probabilmente ho ballato perché non riuscivo a stare fermo. Ho iniziato a ballare a nove anni, a undici ho iniziato a lavorare nel mondo dello spettacolo come bambino attore e ballerino nei film, nelle pubblicità, nelle trasmissioni tv. Il ballo mi ha salvato la vita, sono nato in una zona di Roma (Pineta Sacchetti, ndr) dove - come ho scritto nel mio libro Fattore T - era vietato sognare, invece io mi sono concesso di sognare. La musica e la danza mi hanno fatto fare dei viaggi fuori di me. Sono cresciuto con musical come Saranno Famosi, Flashdance, Footloose, Staying alive. Per me erano ossigeno, vedere persone come me ma con qualcosa di magico e io ho cercato realizzare quella magia. Appena ho messo da parte abbastanza soldi sono partito per gli Stati Uniti che era il sogno anni Ottanta e sono andato lì a studiare".
Leggendo la sua storia americana viene da pensare che oggi con Trump al governo sarebbe stato difficile per lei senza green card, né lavoro stabile.
"Ho dovuto scavalcare muri, dormire per strada e nei garage ma non ho mollato. D'altronde neppure potevo mollare perché non potevo tornare indietro, ero illegale là. È stato molto difficile ma anche molto bello. Con la danza classica sono stato abituato al sacrificio, tutto mi deve costare molto caro altrimenti non vale. Sono sempre stato abituato a soffrire anche perché da bambino sono stato vittima di bullismo ed è grazie anche a questo che riesco a suonare certe corde anche delle persone con cui lavoro. Così mi sono buttato nei provini di tutti i tipi, sono stato preso a ballare alla cerimonia degli Oscar, Paula Abdul mi ha fatto il primo permesso di soggiorno, un altro Whitney Houston".Che ricordo ha di lei?
"Un essere umano speciale. Sono andato all'audizione per il suo spettacolo, volevano ragazzi neri alti un metro e novanta. Mi sono sparato non so quante lampade, mi sono ricordato di mio padre che bassino portava le scarpe coi tacchi e ho trovato un calzolaio a Hollywood che mi ha alzato i tacchi delle scarpe... e sono stato preso. Sono stato sponsorizzato da anime speciali che hanno reso speciale la mia vita. Io da parte mia ho dato tutto quello che potevo per renderla così".
C'è stato un momento in cui si è detto: 'Ecco, ce l'ho fatta'?
"No, non c'è mai stato. Di nuovo da un lato la danza classica ti convince che non sei mai abbastanza. Mio padre, purtroppo, non m'ha mai fatto sentire abbastanza. Per cui io non sarò mai abbastanza e in ogni cosa che faccio vedo principalmente i difetti, questa è una dannazione ma è anche il motivo per cui spingo sempre tutto e tutti quelli che lavorano con me a fare di più. Madonna mi ha insegnato una cosa bellissima: sfidati fino all'imbarazzo, cosa che lei fa sempre. Lei è stata la mia più grande maestra. È lei che mi ha insegnato quello che so come direttore artistico, regista, coreografo. Io, quando ero un suo ballerino, timidissimo, non parlavo quasi mai, la osservavo da dietro le quinte e ho imparato da lei quello che faccio oggi".
Dopo dieci edizioni di X Factor se si guarda indietro cosa vede?
"Io che non sono padre, queste dieci edizioni sono stati come dieci figli. È stato come far nascere la cosa più bella che c'era, alla fine di ogni edizione sono stato mesi rinchiuso dentro casa per riprendermi perché ogni volta è stata un'esperienza molto forte. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto e trovo ringraziamento negli occhi delle persone che incontro per strada e non mi conoscono perché sono complimenti diversi quelli di X Factor, ci sono persone che hanno fatto veramente un viaggio insieme a noi".
Qual è la sfida che si è posto proponendosi per Amici?
"Ho deciso di parlare con Maria De Filippi perché sono molto affascinato dall'idea di lavorare con lei, di vedere cosa esce fuori dalla nostra collaborazione e poi sono curioso di vedere come sarebbe il mio lavoro in una situazione così. Io la ritengo la più grande mente in tv oggi e con Amici ha creato qualcosa di importante visto che siamo arrivati alla diciottesima edizione. Mi piace l'idea di mettermi in gioco, con Maria stiamo palleggiando delle idee ed è bello che questa relazione nasca sulle idee e non sui nomi o sui contratti. Il contratto deve ancora arrivare, ma sono molto curioso di vedere come sarà la prima puntata... se ci arriviamo a vedere cosa succede".
Tra poche settimane ci sono gli Oscar. Qual è il suo personale ricordo della notte delle stelle?
"Ho ballato due volte agli Oscar. La prima è stato il mio primo lavoro legale, in sala prove passò addirittura Gene Kelly, avevo 19 anni. Dovevo stare fermo sul palco per sette minuti, perché eravamo tutti in scena ma durante le prime due coreografie sui primi due brani candidati all'Oscar io non ballavo. Sono stato per sette minuti fermo e tremante, guardavo in platea: sembravano cartonati e invece c'era tutta Hollywood, ogni tanto incrociavo gli occhi di qualcuno ma dovevo rimanere immobile. Non riuscivo a stare fermo e allora pensavo a mia madre che nella vita avrebbe voluto fare la ballerina e non ha potuto farlo. Ogni volta che vado in scena penso di portarmi pure lei e tutti i sacrifici che ha fatto".
Per l'Oscar 2018 su chi punta?
"Sul film di Luca Guadagnino. Io mi sento così eccitato all'idea che lui possa farcela. Lo conosco da un po', Elisa ha fatto dei videoclip con lui tanti anni fa, ci siamo visti un po' di volte. È un altro italiano che ce l'ha fatta".
Il 14 febbraio compie 48 anni. Come li festeggerà?
"Facendo finta di nulla. Non per l'età perché il numero non mi spaventa, mi spaventa l'autocelebrazione. Già devo in qualche modo autocelebrare il mio lavoro, è inevitabile. Non faccio più le feste di compleanno, la festa mi piace se nasce spontanea però preferisco celebrare i momenti di vita. Poi festeggiare il compleanno il giorno di San Valentino è un po' una sfiga, perché se sei single tutti i tuoi amici in coppia sono impegnati. E come diceva sempre Mariangela Melato: "Single sì, ma per scelta', però intanto stai da solo. Me ne andrò dove non si festeggia San Valentino, se posso. Se no se lavoro è ancora meglio".