'2001: Odissea nello spazio', il capolavoro di Kubrick che predisse l'evoluzione della razza umana
3 aprile 1968: dopo tre mesi di isolamento totale nella sua casa-laboratorio di Abbots Mead, in aperta campagna ma non lontano da Londra, Stanley Kubrick presentò al pubblico e alla critica il suo lavoro più ambizioso, '2001: Odissea nello spazio', tratto dal soggetto del guru della fantascienza Arthur C. Clarke. È un film rivoluzionario che entra di prepotenza nella storia del cinema: oggi si può anche leggerlo come un'icona di quell'utopia esistenziale che innerva la stagione dei grandi cambiamenti e dei fermenti che, dall'America all'Europa, segnano il fatidico anno 1968. Con un salto temporale che ancora oggi lascia senza fiato, l'inizio di '2001: Odissea nello spazio' trasporta l'uomo dall'alba della preistoria al futuro usando una metafora di offesa e conquista (l'osso scagliato verso il cielo) come simbolo di una violenza ancestrale che si trasforma in astronave e quindi in uno sguardo verso la possibile evoluzione della razza umana