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'Ghost Stories', inquieto Martin Freeman: "Interpreto un bulldozer che spacca la vita"

Nei cinema il 19 aprile, la terrificante storia di fantasmi diretta dalla coppia Jeremy Dyson-Andy Nyman. Protagonista, lo stiloso Freeman: "Mi sta bene qualsiasi ideologia, fintanto che non vengono a dirmi che andrò all'inferno perché sono gay o perché credo in un altro Dio"

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Il dolce Hobbit e l'assassino di Fargo, l'arguto dottor Watson nell'amatissima serie Sherlock. E poi l'agente della Cia di Black Panther. Martin Freeman, minuto, di un'eleganza eccentrica, ci accoglie con un sorriso e pantaloni al polpaccio accoppiati a mocassini senza calze. È felice di accompagnare a Roma Ghost Stories, riuscita e insolita storia di fantasmi firmata dal duo di amici Jeremy Dyson e Andy Nyman, che arriva in sala domani. Racconta di un docente di psicologia che riceve una misteriosa lettera che contiene informazioni su tre casi rimasti irrisolti. Il professore scoprirà inquietanti risvolti che mineranno la sua razionalità mettendolo di fronte a inspiegabili avvenimenti soprannaturali.

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Dallo Hobbit all'horror. "Mi piacciono soprattutto gli horror che hanno risvolti psicologici, come Ghost Stories - spiega Freeman - che peraltro è anche un thriller, una storia drammatica e a tratti persino una commedia. Ho voluto fare questo film per la qualità della sceneggiatura e per il fatto che faceva davvero paura: Ghost Stories nasce dall'omonima pièce portata a teatro in cui 'gli spettatori se la facevano sotto'".
 
Ignavia. Tra i temi affrontati dal film c'è il fatto che non agire è peggio di fare cose sbagliate: "Sì, ma non sempre agire è facile e non sempre sappiamo qual è la cosa giusta da fare. Spesso la paura ha la meglio sulle nostre intenzioni. Personalmente non so se durante il nazismo avrei fatto parte della resistenza, o se avrei saputo agire in modo coraggioso mentre qualcuno puntava una pistola alla tempia di una persona a me cara. Esistono momenti di indecisione o debolezza, e non fanno di te una cattiva persona". Del personaggio dice: "I miei sono spesso empatici, questo è un bulldozer che spacca la vita".
 
La tradizione fantasma. "Sono cresciuto leggendo le storie di fantasmi, dal punto di vista culturale. Non so se succede lo stesso qui da voi, mi pare che sia una cosa universale. Sono cresciuto ascoltando le storie, mio fratello mi raccontava storie, io le racconto ai miei figli. Io non le leggevo ma c'è una tradizione popolare in cui ogni storia inizia con era una notte buia e tempestosa. Sono le storie della buonanotte che piacevano a me e piacciono ai miei figli, e tutto parte da lì".

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Si aspettava lo strepitoso successo di Black Panther? Con Andy Serkis è l'unico attore che si stacca dal cast 'all blacks'. "Eravamo tutti speranzosi, sapevano che avremmo fatto impressione certo non il record. Quando le cose sono davvero di successo non puoi valutarne la portata prima. Sapevamo che era un film atipico nel panorama dei supereroi, un momento che cambiava le cose, imprimeva una direzione diversa. Ma il modo in cui la gente ha risposto, il record, la gente che si affollava, gli incassi no, non ce lo aspettavamo. Sapevo quando l'ho visto che era buono, mi era piaciuto. Che è stato fatto con impegno e cura. E sapevo che molta gente che conosco sarebbe andato a vederlo. E le loro reazioni entusiaste quando lo hanno visto, non accade per ogni film che faccio. Abbiamo battuto un record? Fantastico".
 
Watson, Hobbit, Fargo. Come sceglie un film? "Soprattutto il copione nel suo insieme, se è film in cui voglio essere o che vorrei vedere, se è un film che il mondo ha bisogno di vedere, visto che ne escono decine a settimana. E poi, come dicevo, il ruolo nel film. Tu vuoi fare cose diverse, metterti alla prova, devi però anche vederti nel ruolo che ti propongono, non succede sempre. Ma al tempo stesso non vuoi ripeterti. C'è una linea sottile tra spingersi più in là senza che sia qualcosa che non senti più. Ci sono ruoli che proprio non potrei fare, succede a tutti gli attori del mondo. Che non è roba per te. Detto questo ogni attore vuole spingersi più in là di quanto umanamente possibile. Grazie a Dio non ho bisogno di lavorare in continuazione, ho guadagnato abbastanza da non dover lavorare ogni ora del giorno. E questo mi dà il privilegio di dire no alla maggior parte delle cose. Provo a lavorare in progetti che amo davvero. Che mi divertono. Sapevo che in Ghost Stories mi sarei divertito con Andy e Jeremy e così è stato, sono state due settimane di pura gioia, ancora meglio di quel che pensavo. Sono deliziosi, divertenti, appassionati pieni di talento e vogliono fare bene. Onestamente è stato uno dei set più godibili per me negli ultimi vent'anni. Per la passione adolescenziale che c'era in ognuno di noi in questo set".

Un'altra vita. Ghost Stories mette la centro il senso di colpa. Freeman è cresciuto nella fede cattolica: "Sì, non sono un cattolico praticante ma ho ancora molto rispetto per la fede: ammetto che è lei a non avermi abbandonato. Quella fra fede e ragione è una conversazione ininterrotta. Io ho frequentato scuole di suore e preti dove però mi hanno insegnato le materie scientifiche e la teoria dell'evoluzione: non c'era quella guerra ideologica che è in corso oggi". Il tema della vita oltre la morte, i fantasmi di Ghost Stories, spalancano le porte a una discussione sulla spiritualità: "A me sta bene qualsiasi fede o ideologia, fintanto che non vengono a dirmi che andrò all'inferno perché sono gay o perché credo in un altro Dio. Vorrei che il rispetto delle differenze facesse parte integrante della nostra cultura".
 
Un attore da paura. Cosa spaventa Freeman? "Sono stato un ragazzino sbruffone e saputello - racconta - di quelli che rispondono a tono agli insegnanti, cosa che non potevo fare con mia madre, che era una tipa tosta. Ma sapevo tenere d'occhio i segnali di pericolo intorno a me e ho sempre evitato di correre rischi inutili". Se deve scegliere l'horror che ha segnato la sua immaginazione non ha dubbi e cita il maestro Hitchcock: "Senza dubbio Psyco. Da ragazzino avevo un'immaginazione fervida, anche per questo o fatto l'attore. E così ho immaginato mille volte la scena in cui Martin Balsam viene accoltellato". Nella schiera di eclettici personaggi, da Bilbo Baggins al dottor Watson al personaggio di The Office, all'assassino di Fargo: qual è il personaggio più evocato dai fan quando la fermano per strada? "Watson, Bilbo. Dello Hobbit sono particolarmente orgoglioso. Sia perché è legato a un momento speciale della ma vita, il lungo periodo vissuto in Nuova Zelanda, di una bellezza maestosa in compagnia di colleghi con cui si sono creati rapporti di vera e profonda amicizia. E poi perché credo che Tolkien sarà amato dai lettori per sempre, e quindi aver fatto parte di questo progetto così speciale e monumentale sia anche il modo di assicurarmi un piccolo pezzo di sopravvivenza dopo la morte: una vita eterna attraverso l'arte".

Freeman il modaiolo. "Mi piace lo stile, che è una cosa diversa dalla moda. Mi piacciono i vestiti fin da quando ero ragazzino. È una cosa che mi diverte e non devi necessariamente avere soldi, il tuo gusto non dipende dal portafoglio. I soldi aiutano la qualità dei tessuti ma non hanno niente a che vedere con il tuo sguardo e il modo in cui assembli i vestiti. La moda arriva e poi passa e se ti metti a inseguirla ne diventi schiavo, finisci per perdere te stesso. E invece avere un tuo stile è bello. Non posso scegliere la mia altezza, il colore dei capelli, la forma del viso, la mia razza, la mia appartenenza sessuale, ma posso scegliere quello che indosso. Mi pare che questo sia interessante per gli altri perché è un modo in cui esprimo la mia personalità. È una bella forma di espressione".