GIFFONI - Tanti ricordi di infanzia, riflessioni sulla società, la passione per le serie televisive (compreso un innamoramento per Scianel di Gomorra e Jon Snow del Trono di spade) e uno sguardo al futuro professionale (con sfumatura paranormale). Non delude mai un incontro con Ferzan Ozpetek.
Il regista torna volentieri al Festival di Giffoni, accolto calorosamente dai giovani giurati per una Masterclass. Il regista fa un primo bilancio sul successo di Whatastar, un'app gratuita ideata da lui per scoprire e valorizzare nuovi talenti nella recitazione e nel canto. "È un aggiornamento continuo, una sperimentazione. Artisti, secondo me, si nasce. Il talento deve esserci, poi certo bisogna studiare e perfezionarsi, ma chissà quanti grandi registi o poeti ci sono tra gli impiegati di banca che non conosceremo mai". Sull'app si può caricare il proprio video e provare a scalare le classifiche dei preferiti. "Volevo dare alle persone la possibilità di esprimersi, l'app va presa come un gioco. C'è già in italiano, turco e in inglese e me l'hanno chiesta anche i francesi e gli inglesi".
Ozpetek prepara un nuovo film, di cui non vuole spiegare troppo ma in cui, anticipa, "si rifletterà anche il peso delle cose che viviamo tutti. In Le fate ignoranti, si parlava di globalizzazione, oggi si sta vivendo in tutto il mondo il contrario, abbiamo paura del prossimo, del diverso, tutti vogliono sentirsi nella sicurezza della propria cultura. Sembra quasi, come un complotto mondiale, è come se negli ultimi cinque anni si siano volute preparare le persone a questo. Internet ha avuto un ruolo, ci girano sempre più notizie fake e la gente ci cade. C'è una grande crisi di identità. E vero che a volte sentirsi circondati da altre culture può dare un po' di insicurezza, ma bisognerebbe accogliere l'altro come facciamo con un ospite a casa, chiudersi non è la soluzione. Ma è anche vero che le molte persone che reagiscono così vivono a volte in difficoltà. Bisogna conoscere situazioni come quella delle periferie di Roma dove la gente soffre e cerca un colpevole". Il regista, che ha scelto di vivere in Italia 43 anni fa definisce quella con il nostro Paese "una grande storia d'amore". Lo incontriamo nella cittadella multimediale di Giffoni.
Il regista torna volentieri al Festival di Giffoni, accolto calorosamente dai giovani giurati per una Masterclass. Il regista fa un primo bilancio sul successo di Whatastar, un'app gratuita ideata da lui per scoprire e valorizzare nuovi talenti nella recitazione e nel canto. "È un aggiornamento continuo, una sperimentazione. Artisti, secondo me, si nasce. Il talento deve esserci, poi certo bisogna studiare e perfezionarsi, ma chissà quanti grandi registi o poeti ci sono tra gli impiegati di banca che non conosceremo mai". Sull'app si può caricare il proprio video e provare a scalare le classifiche dei preferiti. "Volevo dare alle persone la possibilità di esprimersi, l'app va presa come un gioco. C'è già in italiano, turco e in inglese e me l'hanno chiesta anche i francesi e gli inglesi".
Ozpetek prepara un nuovo film, di cui non vuole spiegare troppo ma in cui, anticipa, "si rifletterà anche il peso delle cose che viviamo tutti. In Le fate ignoranti, si parlava di globalizzazione, oggi si sta vivendo in tutto il mondo il contrario, abbiamo paura del prossimo, del diverso, tutti vogliono sentirsi nella sicurezza della propria cultura. Sembra quasi, come un complotto mondiale, è come se negli ultimi cinque anni si siano volute preparare le persone a questo. Internet ha avuto un ruolo, ci girano sempre più notizie fake e la gente ci cade. C'è una grande crisi di identità. E vero che a volte sentirsi circondati da altre culture può dare un po' di insicurezza, ma bisognerebbe accogliere l'altro come facciamo con un ospite a casa, chiudersi non è la soluzione. Ma è anche vero che le molte persone che reagiscono così vivono a volte in difficoltà. Bisogna conoscere situazioni come quella delle periferie di Roma dove la gente soffre e cerca un colpevole". Il regista, che ha scelto di vivere in Italia 43 anni fa definisce quella con il nostro Paese "una grande storia d'amore". Lo incontriamo nella cittadella multimediale di Giffoni.
Ozpetek, dopo due anni è tornato al Festival: cosa ha di speciale per lei questa rassegna?
"Giffoni mi riporta alla mia infanzia cinematografica. Il primo film che ho visto è stato Cleopatra, quello con Liz Taylor, avevo sei anni e mezzo: mi ha lasciato il segno. Era esageratissimo, sopra le righe ma mi piaceva moltissimo: le navi, e ricordo, era tardi e stavo per addormentarmi, la scena in cui lei si uccide con i serpenti. E l’arrivo di Cleopatra a Roma: forse il mio amore per Roma arriva da lì, da quel film sulla regina d’Egitto…"
E anche la passione per il cinema è nata allora?
"Sì, andavo a vedere tre film a settimana. Sono tornato qui, a quel momento della mia vita. Certo un’infanzia diversa da quella di oggi, perché allora non avevamo tante emittenti televisive, lo streaming, i telefonini... e quindi il cinema nella sua unicità aveva una forza attrattiva forte, l’immagine in una sala cinematografica. Quello che fa il Festival di Giffoni oggi è ancora meglio: i ragazzi qui sono giudici, devono discutere e poi giudicare. La sensazione che ho avuto io quando ho fatto Napoli velata: assistere a una rappresentazione schermata da un velo aumenta la tua attenzione, la capacità di cogliere dettagli".
Film che consiglierebbe ai ragazzi?
"Qualche film inconsueto: Il segno di Venere io lo adoro, non so che effetto può fare a un ragazzo. Il film muto Aurora di Murnau che ti racconta come cambiano i sentimenti. E Fiori d’acciaio, Il pranzo di Babette...ce ne sono molti".
Nel suo cinema c’è una comunità familiare che s’incontra spesso a tavola.
"Mi dice un mio amico che vive negli Stati Uniti che nelle famiglie americane non si mangia più tutti insieme, e questa è una cosa che mi colpisce. Ma in Italia ancora non siamo così, per fortuna… non so cosa succederà ma le cose cambiano con una tale velocità, basta guardare cosa è successo nel nostro paese negli ultimi quattro anni, anche nella politica. Io sento parlare una persona e penso “beh ma non ha torto”, poi sento qualcuno che è nella posizione contraria e dico “ma non ha torto”. Significa che ci sono fili da aggiustare, nella nostra resa".
Con Netflix state parlando di progettare insieme una serie tv. Quali serie le piacciono?
"Ad esempio la spagnola La casa di carta: sono innamorato del personaggio del Professore, ha un grande fascino, un grande affetto. E poi dopo aver storto il naso all’inizio sono pazzo per Il trono di spade e Jon Snow. Gomorra mi è piaciuta moltissimo e infatti ho persino chiamato il mio amico sceneggiatore dopo la seconda serie dicendo “guarda che se toccate Scianel io faccio un casino eh?”. E infatti l’hanno messa anche nella terza serie anche se alla fine poi è andata come è andata... Mi sono sentito molto la Kathy Bates di Misery non deve morire…Stranamente io mi sento, quando vedo alcune serie, di avere la stessa nutrizione di quando guardo un film. E una volta non l’avrei mai detto. E invece osano di più. Penso alla scena in cui la regina con i capelli tagliati e completamente nuda attraversa la città…"
Netflix le ha fatto un’offerta. Cosa la spaventa e cosa l’attira?
"Mi piace l’idea di poter andare per sei, otto mesi tutti i giorni su un set. Io adoro essere sul set con gli attori, la cosa che mi interessa di più è stare con loro, farli recitare, parlare, amare".
E artisticamente?
"Mi diverte la lunghezza del girato in cui puoi raccontare tante cose. Accetterei di dormire anche quattro ore per notte per un anno per girare: mi fa sentire vivo".
Le serviranno attori pronti alla maratona…
"Sì, mi piacerebbe".
Ci sono serie scioccanti, romantiche, divertenti, paurose... lei da cosa è attratto?
"Mi piace il sovrannaturale, mi attira molto. Uno potrebbe entrare in quel mondo. Non c’è ancora un progetto. Siamo partiti da una cosa specifica, con Netflix, poi da ìl mi sono allontanato e sto ritornando con un'altra idea. Non è facile decidere da un giorno all’altro".
L’elemento sovrannaturale è presente spesso nei suoi film. Più che legato alla paura è legato a un sentimento d’amore.
"È esattamente questo che mi attrae. Ma è presto per parlarne".