'Salvador Dalí: la ricerca dell'immortalità' al cinema per tre giorni
Proprio attraverso un viaggio per le città più importanti per l’artista (oltre a Portlligat, anche Figueres, appunto, e Púbol), il documentario Salvador Dalí: La ricerca dell’immortalità ci consegna un racconto da un punto di vista insolito, estremamente intimo, della vita del pittore, scultore, cineasta, fotografo, sceneggiatore spagnolo, dagli anni Venti del Novecento fino alla sua morte, il 23 gennaio 1989. Il film diretto da David Pujol sarà in sala come film evento solo il 24, 25, 26 settembre, a inaugurare l’edizione 2018 della rassegna “La Grande Arte al Cinema”, progetto originale di Nexo Digital, che proseguirà con i film Klimt & Schiele. Eros e Psiche (22, 23, 24 ottobre), Le ninfee di Monet. Un incantesimo di acqua e luce (26, 27, 28 novembre) e L’uomo che rubò Banksy (11, 12 dicembre).
'La ricerca dell’immortalità', il film che racconta Salvador Dalí
'Salvador Dalí: la ricerca dell’immortalità' è il documentario diretto da David Pujol e dedicato alla vita dell’imprevedibile e geniale artista spagnolo che sarà in sala come film evento solo il 24, 25, 26 settembre. Inaugurerà l’edizione 2018 della rassegna 'La grande arte al cinema', progetto originale di Nexo Digital. Il 23 gennaio 2019 saranno trent’anni dalla morte di Dalí e questo film, realizzato per l’occasione, ci offre un racconto fatto da un punto di vista insolito, estremamente intimo. Protagonisti sono i luoghi del suo cuore: Figueres, la città dove è nato e dove ora sorge il suo museo-teatro, il testamento artistico di Salvador Dalí, Portlligat il posto che l’artista ha scelto come abitazione e atelier e Púbol, dove sorge il castello che Dalí ha regalato a Gala, l’amore di una vita
Si parte quindi con il più imprevedibile degli artisti del Novecento e l’occasione sono i trent’anni dalla morte di Dalì, il prossimo 23 gennaio 2019. Il film si apre con le immagini dei tramonti sul Mediterraneo visti da quel paese di pescatori che è Portlligat, delle distese di ulivi che ricoprono le colline sopra al mare e delle onde che sbattono e vanno a rompersi sugli scogli quando c’è molto vento. E non si fa fatica a capire perché l’artista abbia scelto Portlligat come casa. “Sono legato per sempre a questo cielo, mare, a questi scogli. Qui ci sono le mie radici”, è la voce di Dalí che si sente, in uno dei rari se non inediti documenti audio utilizzati per realizzare il film, come pure fotografie o filmati di repertorio, sempre esclusivi. La casa di Portlligat come la vediamo ora, nel senso che è possibile visitarla perché insieme con il museo-teatro di Figueras e il castello di Púbol, fa parte della Fondazione Gala-Dalí, è il risultato di acquisizioni successive e interventi di miglioramento fatti dal pittore nel corso degli anni, con il sostegno economico e morale di Gala, l’amore di una vita, ma anche musa, donna decisiva in qualsiasi fase dell’esistenza di Dalí: “lei, solo lei era la realtà – dice uno dei principali esponenti del surrealismo – tutto quello che i miei occhi erano capaci di vedere”.
Il 1929, quindi, è un anno di svolta nella vita dell’artista: Dalí riesce ad acquistare la prima parte di quella che sarà la sua casa. Compra i ventidue metri quadrati che appartenevano a Lidia, la donna che nel villaggio vendeva il pesce: “dopo il mio, uno dei cervelli più paranoici che abbia mai conosciuto. Intellettualmente mi ha influenzato tantissimo” racconta Dalí. Quello spazio vitale sarebbe stato il suo studio e la casa sua e di Gala. Il 1929 infatti, è stato importante per Dalí anche perché è stato l’anno che lo ha portato in Francia, dal gruppo di borghesi capitanati da André Breton che lo avrebbero influenzato per sempre. Buñuel, Magritte, Prévert facevano parte del circolo di intellettuali che con le loro teorie su sogno e inconscio avevano conquistato Dalí, ma tra loro c’era anche Gala, artista e mercante d’arte russa di undici anni più grande di Dalí. Per loro due il pittore spagnolo decise di comprare la casa di Portlligat: “nel più piccolo spazio che un essere vivente abbia mai visto c’era: l’atelier più immortale di tutti, la sala da pranzo più gastronomica di tutte e la camera da letto, luogo del nostro amore ma anche dei sogni più fantastici dell’epoca contemporanea” Dalí descrive la sua proprietà come se stesse recitando dei versi, in completo bianco, bastone e con i suoi iconici baffi.
Nel 1948 l’artista torna a Porlligat dopo anni trascorsi negli Stati Uniti, prima in fuga dalla guerra civile e poi da quella mondiale. Nonostante i soggetti dei suoi quadri fossero necessariamente cambiati, la luce, il mare e la natura di Cadaqés, la sua regione, sono elementi costanti nei lavori. “Non sono un uomo che ha rubato il paesaggio, il paesaggio mi ha preso” dirà al suo ritorno a casa. Nel 1950 completa l’ampliamento definitivo della struttura, che ora si compone di quattro vecchie abitazioni agglomerate. L’atelier ha raggiunto le dimensioni massime mai avute, ma gli elementi ai quali Dalí presta più attenzione sono le finestre: dovevano essere grandi per far entrare più luce possibile. E anche gli specchi erano posizionati in modo da portare dentro quello che c’era fuori, come lo specchio in camera da letto dal quale si vedeva il sole. Vivendo sulla costa est, Dalí voleva essere “il primo spagnolo a vedere sorgere il sole la mattina”.
La casa-atelier di Portlligat era diventata meta di pellegrinaggio di intellettuali, artisti, giornalisti. Più cresceva la fama di Dalí, più il flusso di ospiti aumentava. In questo periodo l’artista decide di fare un dono a Gala, “la mia Galarina, per me ciò che la Fornarina era per Raffaello”. Perché la donna ritrovi la dimensione d’intimità ormai persa a Portlligat, le dona il castello di Púbol. Gala accetta “a una condizione: che tu possa entrare solo dietro mio personale invito scritto”.
Dalí accetta la condizione, intenzionato a costruire un luogo simbolo di un amore cortese, di un corteggiamento antico. “Il porre condizioni – dirà l’artista – è la base stessa dell’amor cortese”. Púbol diventa così un altro luogo imprescindibile della vita di Dalí che lui stesso costruisce lasciandosi ispirare dai viaggi in Italia, dall’arte classica, dai giardini di Bomarzo per quelli del castello e dalle finte prospettive dei colonnati delle ville palladiane per i suoi colonnati di alberi. Gala morirà qui nel 1982 e Dalí, improvvisamente solo dopo una vita trascorsa insieme alla sua donna, sceglierà di vivere i giorni immediatamente successivi alla scomparsa a Púbol, per restare vicino a Gala, sepolta in una cripta del castello. Più che un vivere quello di Dalí è un sopravvivere, senza la sua musa. Non riuscendo più a creare, dedica le sue pochissime energie allo studio della scienza e alla ricerca della vita eterna, l’ossessione della sua esistenza. Il peggiorare delle sue condizioni di salute fa sì che Dalí venga portato a Figueras, la città dove c’è il suo museo-teatro che è il suo testamento artistico. Qui, più precisamente nella Torre Galatea, Dalí trascorrerà gli ultimi anni di vita nell’affannato tentativo di comprendere il segreto dell’immortalità. Senza rendersi conto che aveva già fatto tutto il necessario per ottenerla.