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'Achille Tarallo', la lezione di Capuano: "A Napoli si impara a tenere aperta la porta e la testa"

'Achille Tarallo', la lezione di Capuano: "A Napoli si impara a tenere aperta la porta e la testa"
Al cinema dal 25 ottobre il nuovo film del regista di 'Pianese Nunzio' e 'Bagnoli Jungle'. Parlano i protagonisti, Biagio Izzo e Ascanio Celestini: "Storie di poveracci che si barcamenano, ma con la possibilità di aprirsi sempre un varco". Il trailer in anteprima
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“Uno che viene dagli sketch, l’altro che scrive di Pasolini. Uno come me che fa la maschera e il comico, lui un cantore della gente di periferia. In teoria non ci azzeccavamo niente noi due, in un film che vuole cercare la felicità in una vita media, normale. Solo un autore geniale e un po’ folle poteva riuscire a tenerci insieme”. Biagio Izzo regala una delle sue facce e si racconta in coppia con Ascanio Celestini nel film Achille Tarallo (in sala dal 25 ottobre) di Antonio Capuano.

'Achille Tarallo', il trailer in anteprima

Il comico è l’autista dei bus, Achille, che sbarca il lunario come dipendente di una municipalizzata in crisi e canta i classici della melodia napoletana “ma solo tradotti in italiano”, e si sente compreso solo dal suo cane. Celestini è lo spiantato, stralunato impresario romano Pennabìc. A completare il terzetto c’è l’attore e musicista Tony Tammaro alias Cafè. Quello che scrive: “Felicità è una spigola al forno con un contorno”, insomma il compositore del gruppo. Che poi - nella vita – è l’autore di culto di ironici tormentoni trash che spopolavano negli anni Ottanta. Il regista radicale e profetico di Vito e gli altri, di Pianese Nunzio o La guerra di Mario, cineasta outsider che anche Paolo Sorrentino riconosce come primo maestro, dopo il neorealismo di matrice vesuviana e l’irriverente esercizio di denuncia di Bagnoli Jungle fa un salto nella commedia, cita nelle note l’amato Woody Allen, punta su un campo più orizzontale, sgargiante e cialtronesco di quelli che ha mai esplorato con la macchina.

“Ma è pur sempre una commedia alla Capuano, intendiamoci – puntualizza Celestini – Uno spaccato singolare e famiglie che non ce la fanno a tirare avanti, ma stanno lì e non si spezzano. Storie di poveracci che si barcamenano, ma con la capacità di aprirsi sempre un varco. Come mi disse una volta un medico che conoscevo: Importante è portare le ossa sane nella tomba”. Un progetto, in collaborazione con Rai Cinema, targato Skydancers di Carolina Terzi e Luciano Stella di Mad (i produttori premio David di Donatello per l’exploit di Gatta Cenerentola cartoon), per i quali anche Tarallo risponde a un altro tentativo di narrazione in controtendenza, cinema d’autore e leggerezza, in cui Napoli non sia solo colore né solo gangster movie, ma pretesto per scavare tra le pieghe meno desolate dell’eccezione italiana. 
 
Ascanio Celestini in una scena del film; nella foto in alto, Biagio Izzo
Ascanio Celestini in una scena del film; nella foto in alto, Biagio Izzo 
“Chi è il mio Achille Tarallo? Uno che porta il pullman, come diciamo da noi, ma sogna di essere Fred Bongusto. Uno che è padre di tre figli, e pensa che cantare le canzoni in dialetto sia un crimine perché esprimersi in italiano è come essere vestito da sera. Uno che di giorno guarda da lontano la crisi della municipalizzata che sta andando a rotoli e la sera si esibisce ai matrimoni, ma è in cerca della sua grande occasione, pure d’amore”, racconta Izzo. “C’è una Napoli di gente semplice, nel film, ma anche la crisi economica e la capacità di leggerezza che certi pezzi di società conservano”. Come interprete, è ancora un’altra prova, dopo tanta tv, cinema e anche teatro popolare. “Sono grato a Capuano perché mi ha regalato un protagonista che mi ha arricchito e la possibilità di continuare così quella ricerca che sto provando a fare da qualche anno”.

Un altro inizio per Izzo, cresciuto nella provincia vesuviana con otto fratelli e papà impiegato. “Ho cominciato con le recite nel garage di casa, con otto fratelli c’era di che compagnia mettere in piedi a gratis, e io li facevo lavorare tutti. Poi è nato il mio modo di far ridere, venti anni di duo comico che andava in tutti i quartieri, Bibi e Cocò, il mio mito era Franco Franchi, quella cosa che ti trasforma e fa ridere piccoli e grandi. Poi mi sono messo alla prova, già con Come saltano i pesci di Alessandro Valori, ho cercato di trovare in me un altro Izzo”.

Celestini, il poeta di Casal Morena, premio Ubu per Scemo di guerra (ma anche premio Gassmann, premio Flaiano) qui diventa il biondo Pennabìc. “Io non sono l’attore più richiesto del cinema italiano – scherza – e quelle poche offerte spesso le ho declinate perché non sono il tipo che manda a memoria il personaggio e va. Ma ho aderito a quest’idea perché penso che Capuano sia una grande risorsa del cinema italiano. E poi perché mi ha detto: 'Voglio proprio che tu parli il tuo romanesco, tu sei l’altro straccione che li sostiene nel loro sogno, sei Pennabic'. E devo dire è stato forte lavorare con due attori come Izzo e Tammaro, che trasmettono il senso dell’artigianato”. Un set “dove ci siamo divertiti. Capuano mi fa parlare esattamente il mio romanesco: sospetto il giudizio negativo di fondo, peraltro ben riposto, che in fondo la capitale produce e guadagna sugli altri, vizi e talenti altrui. Roma papalina ladrona e magnacciona. Giudizio politico, anche giusto, ma se non è politico il cinema, cosa dovrebbe esserlo?”.

A proposito, quanto si sta a disagio nel Paese che si scopre più intollerante e populista? “La memoria è il problema, la memoria è un esercizio che abbiamo totalmente disimparato. Basterebbe cominciare da un mese fa, da tre mesi fa. Se cominciamo a capire questo, le cose riacquistano senso”. Una cosa che resta di Achille Tarallo? “Mi sono reso conto ancora una volta di una Napoli ricettiva, attenta, perfino a dispetto di se stessa. Una città che nonostante tutto quello che deve fronteggiare, tiene aperta sempre la porta, e la testa”. Perfino sui set: se non altro per necessità. “Una mattina mentre giravamo è accaduta una cosa incredibile – racconta Izzo - io continuavo a guidare il mio bus dalla periferia settentrionale alla stazione Centrale. Prima del ciak ci accorgiamo che a bordo c’è un anziano che non è della troupe. Un passeggero vero, che alza gli occhi disperato: “Sto aspettando da tanto, ma cosa c’è: questo bus non va alla stazione?”. Sembra che Capuano lo fulmini e lo salvi: “Ok la portiamo alla Centrale, ma noi giriamo, lei per favore muto, legga il giornale”. Felicità è trovare i servizi pubblici, anche se dentro un film.