'Still recording', l'orrore della guerra in Siria dai lati opposti della barricata
Francesca Caferri , di FRANCESCA CAFERRIArriva in sala il documentario di Said Al Batal e Ghiath Ayoub, racconto in presa diretta di quello che è accaduto in quattro anni di assedio mortale nella periferia di Damasco
C'è una scena in Still recording, il documentario di Said Al Batal e Ghiath Ayoub, presentato alla Settimana della critica all'ultima Mostra del cinema di Venezia, che da sola spiega meglio di mille parole quello che è accaduto in Siria dal 2011 a oggi: grazie a una radio a onde corte, un ribelle e un soldato fedele al governo di Bashar al Assad si parlano, ai lati opposti del fronte che con un assedio feroce e sanguinoso per anni ha diviso la Ghouta orientale, una zona alle porte di Damasco, dalla capitale. I due condividono solo la lingua: "Da dove vieni?", chiede il ribelle. "Dalla Siria", risponde il soldato. "Quale zona della Siria?", incalza il primo. "La Siria unica, indivisibile. La sola. La Siria del presidente Bashar al Assad". E così i due vanno avanti per giorni, dialogando per lo più senza violenza, ma con due visioni opposte del mondo, della loro patria e del suo destino: e sparandosi, giorno dop…
C'è una scena in Still recording, il documentario di Said Al Batal e Ghiath Ayoub, presentato alla Settimana della critica all'ultima Mostra del cinema di Venezia, che da sola spiega meglio di mille parole quello che è accaduto in Siria dal 2011 a oggi: grazie a una radio a onde corte, un ribelle e un soldato fedele al governo di Bashar al Assad si parlano, ai lati opposti del fronte che con un assedio feroce e sanguinoso per anni ha diviso la Ghouta orientale, una zona alle porte di Damasco, dalla capitale. I due condividono solo la lingua: "Da dove vieni?", chiede il ribelle. "Dalla Siria", risponde il soldato. "Quale zona della Siria?", incalza il primo. "La Siria unica, indivisibile. La sola. La Siria del presidente Bashar al Assad". E così i due vanno avanti per giorni, dialogando per lo più senza violenza, ma con due visioni opposte del mondo, della loro patria e del suo destino: e sparandosi, giorno dopo giorno.
Still recording sbarca ora nelle sale italiane e porta agli spettatori il racconto parallelo di quattro anni di vita e di assedio mortale nella periferia di quella che era una delle città più belle del mondo arabo. C'è la Ghouta con i suoi giovani idealisti, che poi diventano ribelli e imbracciano le armi. E poi si dividono: per fame, per ambizione, per l'arrivo degli islamisti. E spesso muoiono, anche sotto gli occhi della videocamera che li riprende. E c'è Damasco, con la sua assurda normalità e la voglia di fuga notturna di chi, di notte, vuole dimenticare che rischia la vita ogni giorno per portare avanti il sogno di una rivoluzione abortita pochi mesi dopo la nascita: travolta dall'arrivo degli islamisti, delle loro armi e dei loro soldi arrivati dall'estero. E dalla violenza sanguinaria di un regime che ha ucciso migliaia di persone e ne ha cacciate dal Paese 11 milioni, la metà degli abitanti prima della guerra. Il tutto è narrato attraverso le storie parallele di due amici, che vivono ai lati opposti della barricata.
Still recording è la sintesi di centinaia di ore di girato, opera dei registi, ma soprattutto dei giovani che, all'inizio della rivoluzione, i due hanno formato perché divenissero videomaker, è il racconto in presa diretta di ciò che è accaduto in Siria. Durissimo, non fa sconti a nessuno: per primi non ai miliziani, cui gli autori delle immagini si accompagnano spesso. Non c'è eroismo, non c'è retorica: solo un potentissimo inno alla vita, anche in condizioni estreme. Che ha il merito di non essere mediato, come tanti dei film e dei documentari sulla Siria usciti in questi anni: chi racconta lo fa perché era lì. E per esserci ha pagato un prezzo: emotivo, quando non fisico. Ma nonostante questo ha continuato a girare: sempre e comunque. Still recording appunto.
L'elenco finale dei videomaker che hanno partecipato al progetto e della loro sorte è un pugno nello stomaco: si può scegliere di non vedere, di non sapere, di non condividere. Ma non si può restare indifferenti.
Still recording sbarca ora nelle sale italiane e porta agli spettatori il racconto parallelo di quattro anni di vita e di assedio mortale nella periferia di quella che era una delle città più belle del mondo arabo. C'è la Ghouta con i suoi giovani idealisti, che poi diventano ribelli e imbracciano le armi. E poi si dividono: per fame, per ambizione, per l'arrivo degli islamisti. E spesso muoiono, anche sotto gli occhi della videocamera che li riprende. E c'è Damasco, con la sua assurda normalità e la voglia di fuga notturna di chi, di notte, vuole dimenticare che rischia la vita ogni giorno per portare avanti il sogno di una rivoluzione abortita pochi mesi dopo la nascita: travolta dall'arrivo degli islamisti, delle loro armi e dei loro soldi arrivati dall'estero. E dalla violenza sanguinaria di un regime che ha ucciso migliaia di persone e ne ha cacciate dal Paese 11 milioni, la metà degli abitanti prima della guerra. Il tutto è narrato attraverso le storie parallele di due amici, che vivono ai lati opposti della barricata.
Still recording è la sintesi di centinaia di ore di girato, opera dei registi, ma soprattutto dei giovani che, all'inizio della rivoluzione, i due hanno formato perché divenissero videomaker, è il racconto in presa diretta di ciò che è accaduto in Siria. Durissimo, non fa sconti a nessuno: per primi non ai miliziani, cui gli autori delle immagini si accompagnano spesso. Non c'è eroismo, non c'è retorica: solo un potentissimo inno alla vita, anche in condizioni estreme. Che ha il merito di non essere mediato, come tanti dei film e dei documentari sulla Siria usciti in questi anni: chi racconta lo fa perché era lì. E per esserci ha pagato un prezzo: emotivo, quando non fisico. Ma nonostante questo ha continuato a girare: sempre e comunque. Still recording appunto.
L'elenco finale dei videomaker che hanno partecipato al progetto e della loro sorte è un pugno nello stomaco: si può scegliere di non vedere, di non sapere, di non condividere. Ma non si può restare indifferenti.