Lindsay Kemp rivive in un film che celebra il mimo e coreografo
"Non c'è una programmazione logica nei miei impegni, un sacco di cose, mio malgrado, mi capitano. L'idea di fare un documentario mi è sempre stata lontana, mi spaventava. Tuttora questo su Lindsay Kemp lo considero un ritratto". Edoardo Gabbriellini non aveva nessuna intenzione di girare un film su Kemp. "Tre o quattro anni fa, non ricordo di preciso, ero sul set di un regista inglese. Quando scopre che sono di Livorno mi dice che l'unico motivo per cui conosce quella città è per il fatto che il grande Lindsay Kemp l'aveva scelta come casa, anni prima. Il suo discorso mi ha incuriosito e mi ha fatto pensare che sarebbe stato interessante già solo andare a conoscere quest'uomo, non fosse altro per capire cosa lo avesse portato a Livorno".
'Scarpette Rosse' ritorna restaurato per gli UK Film Days Italia
È quindi per un semplice sentimento di curiosità che Gabbriellini si spinge verso "un palazzo a dir poco anonimo" della sua Livorno. Sicuramente non immaginava chi e cosa si sarebbe trovato davanti, lui che di Kemp conosceva solo il legame con David Bowie e Flowers "perché una cara amica me ne aveva parlato come dell'esperienza teatrale più bella della sua vita. Certo, avevo l'immagine del suo viso truccato di bianco, ma niente di più". Da quel primo incontro invece Gabbriellini è rimasto "incantato". L'artista, danzatore, illusionista, trasformista, circense - racchiudere Kemp in una definizione è tanto difficile quanto inutile - di cui sono stati allievi David Bowie, Kate Bush o Mick Jagger, aveva scelto un appartamento "nel quartiere antico di Livorno, dove le case sono costruite sul canale e affacciano sul vecchio mercato centrale. Il suo era un palazzo a dir poco anonimo degli anni Ottanta, di quelli con l'ascensore con gli infissi in formica. Mi ha aperto la porta in kimono e da quel momento è stato come entrare in un buco spazio-temporale". A Edoardo Gabbriellini è bastato guardarsi attorno per capire che approfondire quella conoscenza avrebbe portato a qualcosa di bello: "La carta da parati di William Morris, tutti quei libri intorno, sembrava che Kemp vivesse sul set di un film di James Ivory. C'era un gatto sul piccolo tavolino del soggiorno che beveva acqua da un calice in vetro inzuppando la zampa, non direttamente con la lingua. I presupposti c'erano tutti". Gabbriellini impara a conoscere Kemp man mano che gli incontri vanno avanti: "Inizialmente pensavo a un documentario in senso classico, in termini nozionistici e didascalici. Poi, più lo conoscevo più diventava interessante che diventasse un racconto intimo". Il risultato finale, infatti, che è una lunga conversazione che Kemp fa con se stesso, è una continua contaminazione tra uomo e maschera, "in questo senso intimo: non è Wikipedia, ma qualcosa in cui gli elementi personali e quelli legati alla carriera si mescolano".
Linsay Kemp, Vivienne Westwood e 'Scarpette rosse' protagonisti degli 'UK Film Days Italia'
A Milano, i prossimi 16 e 17 novembre si svolgeranno gli 'UK Film Days Italia', la rassegna con cui l’associazione culturale 'Red Shoes' si presenta al pubblico. Saranno due giorni di proiezioni ed incontri dedicati al cinema britannico perché l’obiettivo di 'Red Shoes' è proprio quello di costruire un ponte virtuale tra cinema inglese e italiano. In programma, ad esempio, oltre alla proiezione della versione restaurata di 'Scarpette rosse', il film del 1948 di Michael Powell e Emeric Pressburger, che all’organizzazione dà il nome, anche due anteprime assolute: il documentario dedicato a Vivienne Westwood, 'Westwood. Punk, Icon, Activist' e 'Kemp', il ritratto del coreografo, mimo, ballerino, circense Lindsay Kemp realizzato dall’attore e regista Edoardo Gabbriellini che ha dialogato con l’artista durante vari incontri nella casa di Kemp a Livorno, la città italiana in cui Kemp aveva scelto di vivere
Senza la pretesa di realizzare qualcosa di esaustivo, in Kemp ci sarà un po' di David Bowie, "un riferimento in maniera trasversale e divertente. Lindsay ha passato gli ultimi trent'anni a rispondere a domande su Bowie, ho lasciato che nel film entrasse solo quello che lui aveva voglia di raccontare", un po' dello spettacolo che stava pensando di realizzare, "su Dracula, ispirato a Nosferatu di Murnau" e, naturalmente, Livorno: "Ho provato a domandargli quattro o cinque volte perché avesse scelto quella città, ogni volta mi dava una risposta diversa. Penso che la più reale sia questa: a Livorno Kemp ha trovato un esilio tranquillo, vicino al mare che considerava un rifugio dalla vita, pur non sapendo nuotare. Il mare era per lui un'ispirazione e un monito". Un esilio, però, dal quale continuare comunque a indossare maschere: "Non ha mai smesso di pensare che la sua danza migliore dovesse ancora arrivare. C'era un certo romanticismo nella sua capacità di continuare a vedere il bello che ha un po' cambiato il mio modo cinico di vedere il mondo".
Lindsay Kemp diceva di essere sempre stato convinto di essere nato per danzare e di averne avuto la conferma quando, a dieci anni, sua mamma lo ha portato per la prima volta al cinema a vedere Scarpette Rosse. "Non solo - continua Gabbriellini - era convinto che tantissimi bambini della sua generazione fossero stati avviati alla danza grazie a Michael Powell, Emeric Pressburger e a quel film". The Red Shoes (1948) sarà proiettato a Milano subito dopo Kemp, nella versione restaurata da Ucla Film and Television Archive insieme con The Film Foundation di Martin Scorsese che hanno lavorato sulla pellicola dal 2006 al 2009. La serata è organizzata in collaborazione con la Cineteca di Bologna e il 36esimo Torino Film Festival. Questo inno all'arte che è Scarpette Rosse non ha spinto soltanto tanti ragazzi come Lindsay Kemp a imparare a danzare: "Mi è capitato spesso, nel corso degli anni, di ripensare a quel celebre scambio di battute in Scarpette rosse: "Perché vuoi ballare?" / "Perché uno vuole vivere?" - ricorda Scorsese - Due battute che dicono tutto sull'urgenza assoluta di fare arte. Personalmente mi sono identificato con questo sentimento fin dalla prima volta che ho visto il film assieme a mio padre. Ero molto piccolo e quelle battute mi avevano fatto scoprire qualcosa che stava dentro di me, un'emozione travolgente che stava lì sullo schermo, nei colori, nel ritmo, nella bellezza, nel fatto di fare cinema. Scarpette rosse è la dimostrazione che l'arte è una cosa per cui vale la pena vivere. E anche morire".